Io, compagno di strada di Sofri, vi spiego perché ammiro il suo racconto

Goffredo Fofi, da L'Unità, 25 giugno 1990.

Ho letto con una certa emozione la Memoria di Adriano Sofri ora edita da Sellerio, consegnata ai suoi giudici prima che si chiudessero in camera di consiglio per condannarlo alla bellezza di 22 anni di galera. Sono stato un "compagno di strada" di Lotta continua, ma il mio rapporto con Sofri non è mai stato molto intenso - in passato per una istintiva diffidenza verso i leader politici in genere, e più di recente perche mi è sembrato che Sofri scontasse ancora, peraltro come molti di noi, una sorta di discrepanza tra il livello delle idee, delle convinzioni maturate con gli anni, e il carattere, la sedimentazione egocentrica. Ma ammiro molto di Sofri, per esempio, la sua capacità di mettersi in discussione, e alcune sue scelte di fondo, di ieri (come quella dei sciogliere l'organizzazione che aveva contribuito a fondare, o quella di averla ancor prima, avviata su binari decisamente ostili al terrorismo, per cui in questo libro egli può ben rivendicare, con assoluta onestà, che "Lotta continua fece per fortuna nostra e di tutta Italia la scelta opposta") e di oggi (per esempio la decisione di non ricorrere in appello, come unica scelta rigorosa, dichiarata prima ancora della sentenza, di fronte a un processo vissuto come sommamente ingiusto, una protesta attuata secondo criteri di disobbedienza civile e nonviolenta alla Thoreau).

Di questa Memoria (che ho già avuto modo di segnalare velocemente nelle pagine "Libri" di questo giomale) ricordo in particolare un capitolo, quello più ampio intitolato a La campagna su Pinelli e Calabresi: perché è una ricostruzione dello "spirito del tempo" che trovo estremamente convincente, e che tutti coloro che allora facevano parte del "movimento" non possono che trovare tale; perché è scritto con invidiabile capacità di sintesi e limpidezza, in una prosa asciutta e vibrante; perché dimostra una differenza molto importante, che molti del movimento continuano ad avere rispetto alle due parti dominanti della tradizione di pensiero e pratica politica italiana, quella più "borghese" come quella più "marxista". Intendo la capacità di fare "autocritica" non in rnodo rituale e trasformistico ma per convinzione profonda, per bisogno profondo di discutere limiti e difetti, presunzioni e sbagli sui quali il tempo ha portato chiarezza. Non bisogna mai "leggere le parole dell'altro ieri", avverte Sofri, "con gli occhiali di ieri e di oggi"; bisogna riportare fatti e parole al loro contesto, ma il passato va tuttavia interpretato e spiegato senza infingimenti di comodo, come invece è d'uso, lo ribadisco, nella tradizione borghese (quando mai abbiamo sentito un Agnelli o uno Scalfari o un Cossiga o uno Spadolini fare "autocritica"?) o comunista (quando mai abbiamo sentito certi leader dal ditone sempre puntato fare "autocritica" rispetto, per esempio, al loro passato sostegno a certi regimi?). Mi pare che Sofri abbia fatto autocritica più di quasi tutti, ma, nel ricordare le cose sbagliate, rivendicando anche le tante giuste pensate e fatte, le ragioni di allora.

Da quel capitolo riporto una citazione che mi sta a cuore, e che racchiude il senso di un'epoca e di un'esperienza collettiva: "La ricostruzione della nostra storia di allora secondo la nascita, la crescita e la sconfitta di una linea politica mi è sempre sembrata inadeguata. Utile, ma accessoria. La questione di quegli anni è piuttosto quella della formazione comune di una generazione, dei suoi modi di pensare, di sentire, di agire. Essa fu impressionata da due esperienze vitali forti e opposte: il '68 (e il '69 operaio nelle grandi città del Nord) da una parte, e piazza Fontana, Pinelli, Valpreda dall'altra. L'allegria e la morte, la luminosità e il torbido, la confidenza e la paura, la cordialità e il senso di persecuzione».

La sentenza del processo - un processo che, altra cosa non secondaria, non mi sembra abbia affatto "riabilitato", come molti hanno sostenuto, la figura del comrnissario Calabresi, poiché non ha chiarito alcunché della morte dell'anarchico Pinelli né questo era il suo compito - non è stata ancora depositata e non se ne conoscono le motivazioni e il loro iter. Ma credo non abusivo interpretarne lé conclusioni, nelle loro ragioni soggiacenti, anche confuse, come la lata risposta a un bisogno che non è dei soli giudici ma di tutta quella parte della società che più è stata messa in discussione dal passato movimento: un "bisogno di sentenza" che giustifichi e legittimi quella parte di società facendo apparire tutta la storia di quel movimento, sin dal '72 e da prima, come puramente e unicamente terroristica

Non sono in grado di leggere questo libro secondo un'ottica processuale e giuridica specifica, ma da questa lettura derivo anche, assieme al rafforzamento della convinzione di sincerità e innocenza di Sofri, anche la conferma di una sfiducia nei confronti di coloro che amministrano e, per così dire, "recitano" la legge. Che mi sembrano, da queste pagine e a seguir le cronache, uguali tremendamente a tutti; e cioè membri senza particolare spicco o particolare dignità (con le debite eccezioni, come di ogni categoria) di quella "piccola borghesia alfabetizzata del benessere" cui si appartiene per i due terzi e passa di questa società. Mi sembrano mediocri come tutti ed è d'altronde destino delle professioni più nobili, come quella del medico o del prete o dell'insegnante o dell'intellettuale ecc., di essere finite in logiche corporative o tecniche, e in rifiuto di qualsivoglia riflessione e discussione sui contenuti e sulle "vocazioni" (sul perché si fa un mestiere invece di un altro, sui fini di questo mestiere) ma, diversamente da tutti, con un potere di vita e di morte sugli altri (nella nostra nazione solo morte civile, per nostra mai troppo ringraziata fortuna!). Non c'è nulla che dimostri una luce di esperienza e di morale (sia pure embrionale, minima) diversa o superiore in chi, per il semplice fatto di aver fatto una facoltà invece di un'altra, si ritrova poi a gestire questo potere, e osa scandalizzarsi se qualcuno lo mette in discussione.

Le citazioni che Sofri fa delle opinioni o requisitorie di certi awocati o del P.M. sono a tratti esemplari; e più di tutte mi ha colpito il sillogismo di uno di loro su Sofri medesimo. Pressappoco: "E' intelligente, dunque è antipatico e plagiatore". Singolare maniera di dimostrare la non troppo sotterranea paura che l'intelligenza può suscitare! Dove Sofri non dice forse abbastanza per comprensibilissima ritrosia e morale - è riguardo alla figura di Marino. Su di essa mi pare abbia anche operato, assieme al fascino del leader con il conseguente rapporto di amore-odio che distingue ogni rapporto di dipendenza e che è pronto a scaricarsi in rivendicazione e odio, anche un modo molto opportunistico di praticare l'operaismo che fu tipico dei gruppi politici nati dal movimento: di esaltazione di una dignita, superiorità e pulizia operaia che non sempre c'erano, e che erano i giovani intellettuali-politici, recuperando in ciò tutta una brutta tradizione leninista di legittimazione del potere della "avanguardia", a immaginare, a tagliare addosso a figure che erano, anche loro e più di altre, piene di contraddizioni.


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