Dario Fo in carcere da Sofri

"Così ti aiuterò a uscire"

Claudia Fusani
Repubblica, 28 ottobre 1997


 

PISA - Il Giullare questa volta non ride. Basco e giaccone blu, la solita figura allampanata, il fiocchetto giallo in solidarietà con i sequestrati, alle quattro del pomeriggio varca a passo spinto la soglia del carcere Don Bosco di Pisa. Parla, parla. Dice: "E' la tecnica migliore per non far venire fuori la commozione". Dario Fo e Adriano Sofri, il premio Nobel per la letteratura "perchè ha dileggiato il potere e restituito dignità agli oppressi" e l'ex leader di Lotta Continua condannato a 22 anni per aver ordinato di uccidere il commissario Calabresi. Due vecchi amici che si incontrano in carcere. Per darsi una mano. Il drammaturgo di Mistero Buffo e inventore del grammelot non ha mai perso un giorno per "tirare fuori i tre compagni". Ieri a Pisa, dove in mattinata ha ricevuto dal sindaco Piero Floriani il premio "Una vita per il teatro", Fo ha vorticosamente spiegato cosa farà. Uno spettacolo per il teatro, uno adattato alla tivù. "Eppoi anche un fumetto: coinvolgerò i migliori disegnatori, e, perchè no? Un soffietto, quei libretti che apri e saltano fuori le figure. Sarà per i bambini, chi più di loro ha il senso della giustizia?". Bisogna fare di tutto per raccontare chi sono Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, la loro storia "e l'ingiustizia che li tiene dentro un carcere". L'obiettivo è uno solo. "Ottenere la revisione del processo dimostrando - dice il Nobel - l'approssimazione con cui sono state condotte le indagini, spiegando gli sfondoni che si leggono nelle sentenze". Non è stato solo un faccia-a- faccia. "Ho voluto visitare tutto il carcere e i suoi ospiti" racconta Fo. "Mi hanno molto impressionato certi volti, certi occhi. Vi assicuro che neppure un gigante psicologico può venire fuori di lì indenne". Poi, al secondo piano del Don Bosco, nella sala di socializzazione, fra biliardini e tavoli da ping pong, l'incontro.

Il Giullare racconta. Emozionato e confuso. "Li ho visti bene - dice - ma la fame li sta indebolendo. Con Adriano ci siamo abbracciati, abbiamo fatto gli spiritosi. Siamo stati contenti. Mi ha detto che quando ha saputo del mio Nobel ha fatto una risata che tutti si sono spaventati". Due ore di visita generale. Mezz'ora di colloquio ristretto. Per parlare soprattutto "dell'indagine che sto facendo sugli atti del processo per scrivere il testo per lo spettacolo", un'arma in più per ottenere la revisione. Già in mattinata Gianni Sofri (il fratello di Adriano) aveva consegnato a Fo pagine e pagine di verbali e atti di interrogatorio. Poi c'erano alcune ipotesi da discutere e mettere a fuoco alcune idee per lo spettacolo. Ad esempio la piazza San Silvestro di Pisa dove Marino ha ricevuto, secondo la sentenza, l'incarico da Sofri di uccidere Calabresi. "Nella sentenza - spiega il Nobel - si legge che è una piazza non alberata. L'ho vista oggi, è un bosco. Secondo i giudici la chiave di volta del crimine, la prova che quello stesso giorno Sofri incontrò Marino per dirgli vai e uccidi, era che in piazza San Silvestro c'era un comizio locale. Marino insomma ci andò apposta e solo per prendere quell'ordine. Ci sono invece documenti e filmati che dimostrano il contrario: almeno il 30-40 per cento dei presenti quel giorno veniva da fuori. Possono sembrare tutte piccolezze ma è in base a queste e molte altre considerazioni analoghe, bugie, infamità e trappole, che quei tre sono stati condannati. Mi do tre mesi di tempo per concludere le mie indagini. Poi diffonderò col teatro la verità". Fo vuol fare anche di più: incontrerà la vedova Calabresi: "Sono sicuro che sa tante cose che possono essere utili a capire".

Era fatale, nel giorno in cui il Corriere della Sera titola "Salvate Sofri da Dario Fo", perchè "il suo abbraccio caldo e mortale" rischia di far buttare via la chiave del carcere e porterà solo a una nuova commedia, che i due amici parlassero anche di questo. "Adriano - racconta il Nobel - era molto risentito di essere stato descritto come un malinconico crepuscolare senza forza e poca ironia. Io ho risposto che è stato uno sfondone perché senza l'arte non sapremmo la storia". Il Giullare è triste e offeso. Dice: "Il guaio dei letterati, e dei giudici, è che non hanno senso dell'umorismo e non ragionano con ironia. Ogni tanto trovo qualche giudice che mi dice leggiti il processo. E' quello che ho sempre fatto. Con, in più, quella tensione critica, satirica e grottesca che è il massimo dell'analisi e offre la possibilità di vedere quando le cose sono assurde. Si rileggano, armandosi prima di intelligenza satirica, quello che hanno scritto certi loro colleghi". Alle sei il Giullare lascia il carcere. Continua a parlare. Lo ha detto anche lui: è il modo migliore per nascondere l'emozione.