Vite parallele

di Francesco Merlo

dal Corriere della Sera, 11 ottobre 1997

 

Con la sua silhouette allampanata, salendo alle stelle con una scala appoggiata sul vuoto e misurando il tempo con il metro, all'incirca trent'anni fa anche Dario Fo collezionava anime e incendiava cuori, proprio come faceva Adriano Sofri dirigendo quella scandalosa organizzazione che si chiamava Lotta Continua. A un'occhiuta procura, di quelle a tendenza storiografica, basterebbe forse un titolo di Fo, Morte accidentale di un anarchico, per ipotizzare un concorso esterno in associazione sovversiva e poi arrivare al reato di complicità morale nella morte di Luigi Calabresi, assassinato il 17 maggio del 1972. Si aprirebbe così un altro grande e interminabile processo-dibattito, con pentiti e false piste, sulla responsabilità e sull'irresponsabilità della poesia e dell'arte, e qualcuno sosterrebbe, con molte buone ragioni, che il poeta è sempre "il più colpevole" e che il Trattato sull'Hashish di Baudelaire è stato ben più dannoso di mille spacciatori.

Sicuramente si capirebbe meglio una verità che nonostante tutto rimane sotto traccia: le ellissi della cultura italiana e di quella internazionale sono asintotiche, si avvicinano senza mai raggiungersi, quasi si toccano in un punto ma poi vanno in orbita per direzioni opposte. Mentre infatti la cultura italiana, che è sempre più giudiziaria, mette in galera Adriano Sofri, quella internazionale, che è sempre più malinconica, assegna il premio Nobel a Dario Fo. Le motivazioni del Nobel e della galera sono entrambe politiche e sono simili, straordinariamente e spaventosamente simili, al punto da farci ritenere che Nobel e galera sono stati assegnati, entrambi al termine di processi indiziari, alla stessa Italia, e, con licenza poetica, alla stessa persona: Dario Sofri e Adriano Fo sono infatti i fratelli siamesi del Sessantotto italiano. Ed è ovvio che adesso Fo annunci che si batterà per la liberazione di Sofri, che spenderà il suo titolo e il suo denaro per liberare Sofri. Galera e Nobel sono del resto gli strumenti, opposti, di una stessa grandezza, grazie al loro aspetto esagerato celebrano, e per sempre glorificano, in modo uguale e contrario, lo stesso pezzo di storia che non sempre fu grande, e che a volte fu pure piccolo e vile (anche se Nobel e galera non permettono più di chiarire questa parte di giudizio).
Che la cultura italiana e quella internazionale siano asintotiche lo si vede bene, peraltro, anche nelle tormentate reazioni nazionali al Nobel di Fo, nell'indignazione della corporazione accademica italiana, nella spocchia - così l'ha meritoriamente chiamata Umberto Eco - degli scrittori con la cravatta, abituati a trafficare in Campielli e Premi Strega, in recensioni e in cattedre. E' difficile, in questo senso, non provare simpatia per questo Nobel così sgangherato da creare ancora scandalo.
E' vero, Dario Fo non è Luigi Pirandello ma il premio Nobel non è sempre e non è solo la consacrazione della Magnificenza. Nel tempo della divisione in due blocchi fu assegnato a Solzhenicyn (1970) per evidenti meriti politici, e non lo hanno preso solo Sartre e Montale ma anche inclassificabili poeti e, tanto per restare in casa nostra, è stato assegnato alla modesta Grazia Deledda, obliata variante periferica del verismo. Tanto più che nell'Italia di oggi proprio non c'è in giro nessun misconosciuto Pirandello.

C'è invece, se non altro, un aspetto di novità nel Nobel dato a un istrione, a un giullare (come ha scritto il sempre meno generoso Osservatore Romano), a un uomo che è l'erede italiano del Tingeltangel bavarese ma pure della corda pazza italiana perché solo la follia esistenziale di Pirandello può giustificare l'impegno: bisogna essere un po' pirandelliani per impegnarsi civilmente in un Paese come questo. E sicuramente Fo è il folle, il giullare che fa impegno civile, e perciò questo Nobel sarebbe piaciuto a Sciascia, perché è straordinario premiare così un uomo che benché Nobel nessuno sa dove mettere, che non ha neppure un teatro dove esibirsi, e che continua a dare scandalo, come faceva allora, con quel corpo che si avvita e si svita, e quel suo scalciare contro la filologia, quell'inventare culture subalterne e rivoluzionarie, mai conformiste.
Non c'è nulla che sia vero in quello che fa Dario Fo, tranne (forse) Dario Fo stesso: è questo lo scandalo che rende simpatico il Nobel e che irrita l'accademia di sinistra, quella sinistra saputa che ha sempre pensato di fare la lezione a qualcuno. Lo stesso scandalo che portava il grande italianista Carlo Muscetta a sporgersi dalla tribuna e gridare: &laqno;Compagno Fo, tu ci stai imbrogliando: Federico II non aveva il naso aquilino».
Gli rimproveravano, proprio come fanno ancora oggi, la mancanza di rigore filologico, quel suo buttarsi sulla storia della letteratura, sul Dolce Stil Novo e su Cecco Angiolieri nella stessa serata in cui faceva suonare, fuori dal cinema, le sirene e faceva credere ai suoi spettatori-sovversivi, spaventabili e forse spaventosi, che la polizia aveva circondato l'edificio e voleva arrestare tutti: "Era d'ottobre e adesso è carnevale / ho il seno grosso ma il cuore mi fa male". Ma letteratura e storia non sono scienze sacerdotali, inni a Dio scritti con il gergo degli iniziati, con il latinorum di don Abbondio.
Come si fa a rimproverare l'assenza di filologia a chi, come Fo, ritiene che la filologia sia una gabbia capitalista, una galera repressiva? Come si può accusare di prendersi delle libertà all'uomo che personifica l'arbitrio? Anche in questo senso Dario Fo è stato il Lotta Continua del teatro, il Gasparazzo del palcoscenico, un uomo capace di estremo fanatismo e di estrema generosità, di amorosa violenza. Al punto che oggi lo trovi a lavorare con Giorgio Albertazzi. E c'è in quest'incontro - al di là del valore dello spettacolo, sempre discutibile - il riconoscimento di due anime appassionate e professionalmente alte. E sono valori che oggi dovrebbero davvero bastare alla sinistra, la passione e il merito, per battere le mani a un incontro che vale più di mille discorsi di Violante sui ragazzi di Salò.
Si potrebbe aggiungere dell'altro su Sofri e Fo, sul Nobel e la galera, sul fatto che quella galera è un Nobel al contrario, sulla violenza devastante che fu inflitta alla signora Franca Rame, sull'ironia del raffinatissimo bibliofilo e sulla preziosità di certi suoi scritti dal carcere e sulla malinconia del grande attore settantenne.

Certamente il Nobel e la galera si somigliano anche in questo: sono arrivati tardi, estremamente tardi. Sotto giudizio, in entrambi i casi, è stata infatti la giovinezza di quest'Italia adulta, la poesia violenta di una generazione che, specializzata in letteratura e in rivoluzione, fra le altre sue mille avventure, attribuì al commissario Luigi Calabresi la morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della questura di Milano il 16 dicembre del 1969. Non c'è uomo di sinistra che, ventenne a quel tempo, non abbia ritenuto il commissario Calabresi responsabile di quella morte. Certamente Adriano Sofri lo scrisse e lo fece scrivere, certamente i ragazzi di tutta Italia cantarono "quella sera a Milano era caldo / ma che-caldo-che-caldo faceva, / Calabresi aprì la finestra / ad un tratto Pinelli cascò". E certamente Dario Fo diresse il coro dando all'orchestra nazionale la lievità dell'arte.
Ma oggi, quella stessa gente di Lotta Continua che esaltò l'assassinio di Calabresi lo riporterebbe, se potesse, in vita e la cultura politica di Dario Fo è ormai forse proprio quel che l'Italia deve definitivamente superare.
Fo ha fatto scuola ed è bene che continui a fare scuola, ma la sua poesia politica ormai è un Monumento che atterrisce e che "impedisce", come la Storia che tarpa le ali, come la galera di Sofri che ci impedisce non solo di dimenticare ma persino di capire.