PROCESSO CALABRESI

Della patologia giudiziaria

Caso Sofri, una ridda di errori, irregolarità e anomalie in cerca di soluzione. Saprà la magistratura trovarla, o la demanderà, ancora, al potere politico? Tra pochi giorni la decisione della Corte d'appello sulla revisione del processo

Giancarlo Ferrero
dal Manifesto, 8 gennaio 1998


IL "CASO" (brutto segno quando un processo si trasforma in un caso) Bompressi, Petrostefani e Sofri potrebbe ormai costituire oggetto di una interessante tesi di laurea per bravi ed eclettici studenti di giurisprudenza. E', infatti, una piccola, ma densa "summa" di patologia giudiziaria o, genericamente, istituzionale. Nasce subito male, con un'indagine settoriale, frettolosa ed incontrollata secondo lo stile dell'epoca, caratterizzato da pesanti pregiudizi e condizionamenti politici. Il sistema inquisitorio del vecchio codice di procedura penale ed il diverso rapporto tra magistratura e polizia giudiziaria favorivano grande segretezza ed altrettanto ampia possibilità di gestione delle prove. Il clima politico di allora, la discussa figura di Allegra, la sua rilevante e particolare posizione, le modalità di accertamento dei fatti lasciano spazio e giustificano tanti diversi dubbi, tanto che qualsiasi elemento in grado di ricostruire il degradato mosaico delle originarie indagini deve essere accolto e valutato con estrema attenzione. La precisazione del teste Gnappi (per limitarsi ad un esempio tratto dall'accurata istanza di revisione del processo) sul riconoscimento fotografico e sul colloquio avvenuto in questura subito dopo l'omicidio, hanno una valenza probatoria tanto autonoma quanto ricca di gravi implicazioni che non possono restare nell'ombra. Le spiegazioni giornalistiche fornite da Allegra non fanno che confermarne l'importanza, mentre lascia stupefatti apprendere che nei confronti di un possibile indiziato le ricerche siano state sospese perché l'indagato risultava espulso dall'Italia circa un mese prima del fatto! L'indagine parte dunque male e viene condotta ancora peggio per arenarsi alla fine del limbo di un silenzio lungo più di tre lustri. Poi all'improvviso compare Marino che, dopo un breve ritiro spirituale in caserma assistito da un colonnello dei carabinieri, scopre la vocazione mistica della penitenza e decide di espiare le sue colpe facendole cristianamente pagare agli altri.

A questo punto inizia la catena degli interventi giudiziari tanto numerosi quanto professionalmente poco qualificati. Sette gradi di giudizio, di cui quattro di merito, sono indice evidente di un diffuso e grave stato di incertezza sulla ricostruzione e valutazione dei fatti, nonché di una particolarmente modesta capacità di motivare le sentenze. In quella della Corte di appello del 1993, divenuta definitiva, la personalità e la confessione di Marino, entrambe determinanti, vengono liquidate in poche e superficiali righe, significativamente compendiate nell'apodittica affermazione: solo "un pazzo poteva autodenunciarsi per un delitto punito con l'ergastolo, non potendo prevedere che gli sarebbero state concesse le attenuanti generiche" (ma non era un collaboratore? Non frequentava ufficiali dei carabinieri in grado di dargli informazioni legali?). Quello specifico richiamo, poi, all'educazione salesiana formativa (per sempre) del carattere dell'adolescente sembra tratto da un "depliant" ottocentesco per anime semplici.

Un vero capolavoro nel suo genere è la motivazione della precedente sentenza di assoluzione emessa della Corte di appello nel 1993, così ridondante di interne contraddizioni da renderne inevitabile l'annullamento da parte della Cassazione. I giudici di legittimità non hanno avuto la mano leggera quando, demolendo la decisione, hanno parlato di contrasti "evidenti ed insanabili". In sostanza, la tipica sentenza suicida, destinata cioè ad autoeliminarsi perché intrinsecamente ed irrimediabilmente incompatibile con i principi del diritto e della logica. Una motivazione che può essere spiegata in due modi soltanto: o una pesante incapacità professionale o con una deliberata volontà di sovrapporsi, invalidandola, alla libera determinazione del collegio giudicante. Altre alternative non sussistono ed entrambe le ipotesi prospettate sono di eccezionale gravità, soprattutto la seconda che, nonostante il segreto della camera di consiglio (che non consente di sapere quale giudice è stato messo in minoranza), appare di gran lunga la più probabile. Riesce difficile comprendere come l'altro giudice togato non si sia accorto di nulla od abbia ritenuto che l'"incidente" non meritasse attenzione ed ancora meno segnalazione al Consiglio superiore della magistratura. Se la sentenza di proscioglimento fosse stata logicamente, anche se modestamente, motivata il processo Sofri si sarebbe concluso da tempo, senza diventare un emblematico caso in cerca di soluzione. Di recente, in una situazione del tutto analoga, l'estensore di un'altra cosiddetta sentenza suicida è stato sottoposto a procedimento disciplinare per avere "in sede di stesura della motivazione... adottato una motivazione in aperto contrasto con il dispositivo rispetto al quale era risultato in minoranza...". Ancora più interessante è rilevare che la sezione disciplinare del Csm, tenuto conto che la legislazione vigente non prevede l'obbligo di scegliere l'estensore della motivazione tra i componenti del collegio che hanno espresso voto conforme alla decisione, ha sollevato eccezione di costituzionalità rimettendo la questione alla Corte costituzione. L'ordinanza è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 9 settembre 1997 e sarà quindi esaminata dalla Corte entro pochi mesi. Se l'eccezione venisse ascolta è chiaro che anomalie come entro pochi mesi. Se l'eccezione venisse accolta è chiaro che anomalie come quella verificatasi non potrebbero più accadere. Le decisioni della Corte costituzionale non hanno effetto retroattivo, ma è impensabile che una pronuncia di questo genere non produca effetti riflessi sui criteri di interpretazione delle disposizioni che disciplinano la revisione dei processi.

Di fronte a tante irregolarità ed errori una interpretazione improntata ad un rigoroso e restrittivo formalismo processualistico chiuderebbe definitivamente la vicenda giudiziaria, ma aprirebbe certamente la strada a soluzioni extragiudiziarie, creando un pericolo precedente. La magistratura dimostrerebbe infatti di non sapere gestire in modo chiaro ed esaustivo situazioni difficili e complesse, demandandone nella sostanza la soluzione al potere politico che troverebbe così legittimazione per i suoi interventi. L'indipendenza dell'ordine giudiziario, bene fondamentale ed irrinunciabile di ogni stato democratico, si difende anche dimostrando di possedere un alto grado di professionalità e la capacità di trovare all'interno del sistema la risposta giuridicamente più corretta ad ogni domanda di giustizia.