Sofri, Bompressi e Pietrostefani cominciano a distruggersi. Fermiamoli.

Giuliano Ferrara, Il Foglio 27 marzo 1998


Per Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, presso il carcere di Pisa.
Ci arrivano dal carcere di Pisa notizie che consideriamo cattive. Violiamo malvolentieri, ma con decisione, una consegna di riservatezza di cui comprendiamo le ragioni, ma che ci sembra del tutto ingiustificata dal punto di vista di chi sta, come noi, fuori dal mondo parallelo del carcere ma dentro la vicenda di almeno tre dei suoi abitatori: voi tre. E' vero che vi siete battuti come leoni in ogni sede di giustizia, fino al rigetto della richiesta di revisione del vostro processo, per affermare la vostra non colpevolezza nell'omicidio di Luigi Calabresi. E' vero che le vostre vite sono state travolte da un cataclisma e che, accanto alla solidarietà di un bel pezzo di questo paese (trasversalmente alle generazioni, alle esperienze e alle idee politiche), vi si è presentato di faccia e di profilo il deforme e grottesco cinismo di certe tradizioni italiane: pregiudizio sinistro, ferocia vendicativa, odio, trasandatezza morale, incapacità di capire, pigrizia nel leggere le carte, solerzia nello scriverne di sempre nuove e perfino surreali. E' vero che dieci anni passati come voi li avete passati stroncherebbero tre cavalli da tiro, e a nessun uomo è richiesta una simile capacità di trazione e di carico. E' vero che anche un solo giorno di carcere è una dannazione per chiunque, ma un agguato formidabile per chi non sia colpevole del reato per cui lo sconta: e i giorni, per voi, cominciano a essere troppi, e la prospettiva nera. E' vero che siete uomini liberi e orgogliosi, che vi siete legati con la forza delle parole alla promessa di uscire comunque dalla casa circondariale di Pisa, o a testa alta o con i piedi in avanti, e che avete il diritto di scegliere il momento della vostra morte. E' vero che nessuno può togliervi la libertà di essere, di volta in volta, deboli o forti, e di attribuire significati diversi da quelli che gli attribuiamo noi, che stiamo fuori, ai vostri atti di detenuti, di persone a cui sono state comminate sette sentenze deboli e male argomentate, ma è stato negato un processo giusto.

E' vero che qualunque nostro giudizio su di voi, su quello che fate, su quello che decidete, è superbo, perché avete il diritto di essere lasciati in pace quando scegliete i mezzi che giudicate acconci per condurre la vostra personale guerra contro la calunnia e il sequestro giudiziario di cui siete oggetto. E' vero tutto questo. Ma resta il fatto che la notizia secondo cui avete cominciato nel silenzio e nel segreto una sottile opera di distruzione dei vostri corpi, imbastendo una complicata tattica di estrema combattività e di estrema resa, è una cattiva notizia, una pessima notizia. La vostra salute non è più soltanto vostra ormai da dieci anni. Noi vogliamo sapere, che ne abbiamo o no il potere morale, quello che vi succede. Vogliamo preservare la natura pubblica e civile della vostra vicenda. Siamo una seconda banda di sequestratori, accanto ai giudici trasandati e prevenuti che vi hanno incastrato e vi hanno indotto a impedirvi la libertà di movimento; e disponiamo come fosse un ostaggio di una parte della vostra storia. Perché siamo convinti, moralmente e dunque ciecamente convinti, del fatto che siete tre detenuti condannati ingiustamente alla sepoltura da vivi per un reato che non avete commesso. E per questo solo motivo siamo padroni anche noi della vostra capacità di lasciare il carcere a testa alta. Noi non vogliamo vivere il resto delle nostre vite a testa bassa, dopo avere seppellito la vostra fierezza e libertà. Smettetela. Riproviamoci. Sofri, Bompressi e Pietrostefani cominciano a distruggersi. Fermiamoli