Giuliano Ferrara

Caro presidente Berlusconi...

Il Foglio,29 gennaio 1998


Caro presidente Berlusconi, nella sua encomiabile battaglia per lo Stato di diritto, alimentata ieri alla Camera da un nuovo importante discorso sulle riforme costituzionali e sul sacrosanto obiettivo della separazione delle carriere, c'è un punto dolente o punto morto. Lei non indirizza le sue energie, con sufficiente spinta politica e morale, verso quelle vittime dello spirito forcaiolo che non appartengano alla sua cerchia di conoscenti, collaboratori e amici. Il suo governo ha onorato questo paese, nel luglio del '94, di un decreto governativo sulla custodia cautelare in carcere, quello firmato da lei e dal ministro Alfredo Biondi (c'erano anche le firme di Roberto Maroni e di Oscar Luigi Scalfaro). Quella legge, travolta dal putschismo strisciante del partito dei procuratori e dalla viltà della classe dirigente, portò alla messa in libertà di duemila persone, solo in minima parte (una trentina) indagate per reati di corruzione; e, quando decadde, si ebbe il ritorno in carcere soltanto per una cinquantina di persone, giudicate a rischio se a piede libero. Ma quei millenovecentocinquanta cittadini tolti di forza a una concezione arbitraria e anche barbarica della carcerazione preventiva, con un gesto che resterà segnacolo memorabile di coraggio civile da parte sua e del suo governo, non sono abbastanza perché si possa dire che il compito di un vero movimento liberale si è esaurito. C'è molto altro da fare.

Da anni infatti, caro presidente, lei suscita energie nel campo garantista e sostiene battaglie giuste, ma il suo mo vimento e i suoi gruppi parlamentari dedicano un'attenzione troppo spesso sbadata alla questione della giustizia italiana (ammalata) intesa come grande questione nazionale ed europea, e trattata nel più scrupoloso rispetto del valore universale, erga omnes, delle battaglie civili degne di questo nome. Le proponiamo di dedicare parte del suo tempo, nelle settimane a venire, alla visita di detenuti infermi (come il dottor Carlo Maria Maggi, che giace ammalato in carcere nel quadro di un'inchiesta non priva di opacità sulle bombe di piazza Fontana). Le chiediamo di considerare i grandi casi della giustizia politica che sono sotto il vaglio drammatico delle nostre corti e del Parlamento (dal caso della revisione processuale per Sofri, Bompressi e Pietrostefani a quello della legge sull'indulto per chiudere la stagione degli anni di piombo). Ma più in generale le segnaliamo che le galere italiane continuano ad affollarsi di poveri, di extracomunitari e di tossicodipendenti senza un vero criterio di tutela della sicurezza della comunità e spesso nel più caotico (e criminogeno) diniego ai singoli di una vera giustizia, in tempi certi. Si doti, caro presidente, di strumenti efficaci e di buone idee di riforma anche in questo settore cruciale dell'amministrazione della giustizia penale. Non si vive di soli Andreotti, di soli Dell'Utri e di soli Previti (e glielo dice un giornale che in materia non si risparmia): l'iniziativa per lo Stato di diritto deve avere i caratteri di una battaglia che vale per correggere tutte le sue storture. E per tutti. Tokyo, lo scandalo aiuta la politica