"Sbaglia chi sta zitto su Sofri"

Intervista con Giuliano Ferrara di Dino Martirano, Corriere della Sera, 13 novembre 1995.

Giuliano Ferrara, lei crede ai di là di ogni ragionevole dubbio all'innocenza di Adriano Sofri? "Un tempo si diceva: "Quelli difendono Sofri perché gli sono amici". Ecco, io sono per il rovesciamento di questo ragionamento: gli sono amico perché sono certo che sia innocente. Ho la certezza morale più assoluta che sia un uomo innocente e che non abbia mai dato alcun mandato per un omicidio. Ovviamente, rispetto i sentimenti e le certezze morali degli altri".

Montanelli sostiene che Sofri non ha mai fatto autocritica sulla "campagna infame" condotta dal quotidiano "Lotta continua" contro il commissario Calabresi. "Rispondo ma prima devo fare una premessa doverosa. Ancora ieri un cane da guardia di Di Pietro (Ferrara si riferisce alle dichiarazioni del deputato dl An Mirko Tremaglia, ndr) mi abbaiava contro alcune mascalzonate e diceva che io sono stato un extraparlamentare di estrema sinistra. Le mie posizioni sono state sempre quelle della destra riformista anche quando militavo nella sinistra. Come sanno tutti quelli che mi conoscono".

Allora è d'accordo con Montanelli? "Non è vero che Sofri sia un irriducibile degli anni Settanta. Lui si è rifiutato di svolgere il ruolo comodo del pentito, del dissociato: non ha voluto in alcun modo che la sua profondissima analisi critica di quegli anni diventasse uno strumento di penetrazione nel processo. Sofri è diverso, è di pasta un po' speciale. Prima dell'arresto, ha fatto la più spietata, impietosa autocritica sostenendo nelle pubbliche assemblee: "Diciamoci la verità, noi eravamo pronti al delitto politico". Quindi rispondo a Montanelli: prima dell'88, Sofri ha detto delle cose tremende sugli anni Settanta, frasi che poi saranno considerate dai giudici addirittura come un'ammissione di colpa".

E' convincente la chiamata in correità del pentito Leonardo Marino? "Quando ci furono gli arresti venne fuori che il pentimento di Marino poteva non avere il crisma della spontaneità e dell'autenticità. Emerse attraverso le controinchieste fatte meritevolmente da Deaglio e da altri, che Marino aveva un recente passato di rapinatore, che era uno sbandato, che chiedeva soldi in giro con la formula una "colletta per un vecchio amico". Insomma, la sua deposizlone non garantisce nessuno sul piano della spontaneità".

Paolo Liguori, uno dei pochi ex leader di Lotta continua che ha commentato la sentenza, dice che Marino aveva un interesse a parlare. "A mio giudizio personale Marino ha avuto un interesse a fare quella confessione falsa: lui non ha fatto e non farà la galera e ora è uscito dal processo. Ma allo stesso Sofri non è mai interessata la distruzione personale di Marino: perché la domanda "Che interesse aveva" è antigiuridica. Il diritto si occupa di altro: quella testimonianza è provata? Sì o no? Se sì, la giuria deve condannare. Se no, deve assolvere. E questa è una stortura del nostro sistema giuridico: quando Sofri e gli altri varcheranno la porta del carcere, noi ci dovremmo domandare: "Come possono essere stati condannati al di là di ogni ragionevole dubbio dei cittadini italiani che erano già stati assolti da altri giurati?".

Sarebbe stato opportuno spostare il processo da Milano? "Non lo so. E' sicuro che questo è un processo impossibile. Indecidibile".

Altri ex leader di Lotta continua che oggi hanno fatto carriera nei giornali e nei gruppi editoriali hanno preferito non fare commenti. Condivide la scelta del silenzio? Un silenzio ha lo stesso valore della parola in forma di omissione. Però non credo che si possa dire che c'è un problema di protezione della propria carriera. Non credo che Lerner, Briglia e Deaglio siano stati zitti per questa ragione. Penso invece che il motivo sia molto peggiore: una fortissima assuefazione, ormai, a un clima pesante di ingiustizia. Sono passati tanti anni, siamo ormai alla sesta sentenza: ora attaccare la Procura dl Milano è una cosa che crea le premesse per un ostracismo personale che impedisce di fare bene il proprio lavoro. Se tu attacchi il modo in cui è stata concepita l'istruttoria Calabresi, hai come la sensazione di colpire il cuore di una magistratura d'accusa che ha oggi una totale immunità. Ecco, i silenzi si spiegano con questo clima".

Ora l'ultima decisione spetta alla Cassazione. "Sono molto pessimista e per questo sono disperato. Qui c'è il rischio di distruggere delle vite. Sulla base di una condanna senza prove".


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