Fuor di logica, e di diritto

Luigi Ferrajoli
Il Manifesto, 22 marzo 1998


Non avevo mai letto una pronuncia giudiziaria così sconclusionata, ancor prima che ingiusta, come quella con cui la Corte d'appello di Milano ha respinto l'istanza di revisione del processo contro Sofri, Pietrostefani e Bompressi. Non è certo possibile elencare tutti gli errori logici e giuridici contenuti nelle sue cinquanta pagine, che hanno liquidato come non nuovi e comunque inattendibili gli innumerevoli elementi di prova prospettati dalla difesa a sostegno dell'innocenza dei condannati. Bastino due soli esempi, relativi ai due nuovi elementi di prova forse più decisivi della domanda di revisione.

"Manca il requisito della novità", hanno detto i giudici, alla testimonianza di Luciano Gnappi che vide in faccia l'assassino del commissario Calabresi al momento dell'agguato. Nella deposizione resa il 24 ottobre 1997 all'avvocato Gamberini, Gnappi ha dichiarato di aver riconosciuto le sembianze del killer in una fotografia mostratagli all'indomani del delitto da due uomini recatisi a visitarlo nella sua abitazione alla vigilia della sua convocazione in Questura. Spaventato dalle loro maniere, egli tacque ad essi il riconoscimento, confidandolo invece al suo amico Cuccurello presente alla visita e riservandosi di riferirlo il giorno dopo al dottor Allegra che lo aveva convocato in Questura. Ma "la mattina successiva - ha aggiunto - il dottor Allegra ebbe una reazione che mi congelò, perché fece finta di non sentire" e oppose al suo racconto "un atteggiamento di indifferenza": ciò che accrebbe a tal punto il suo spavento da indurlo, disse a Cuccurello, a "non parlare dell'episodio più con nessuno".

Come hanno potuto i giudici chiamare "non nuova" questa esplosiva rivelazione? Affermando che "la visita allo Gnappi dei due agenti risultava già dalla relazione di servizio in atti del 18/5/72 e non era stata ignorata dalla sentenza 2.5.90, che aveva ricordato che la foto di Hans Deichmann era stata mostrata ai testimoni oculari dell'omicidio con esito negativo". Ma ciò che certamente non poteva risultare da quella relazione e non poteva non ignorare la sentenza del 1990 era precisamente l'esito positivo del riconoscimento dell'assassino da parte di Gnappi nella fotografia irritualmente mostratagli nella sua abitazione, e cioè l'inquietante episodio rivelato cinque mesi fa all'avvocato Gamberini e che a quanto pare ha incontrato nei giudici il medesimo disinteresse incontrato 26 anni fa presso la polizia.

Non solo. I giudici ammettono che la fotografia di cui parla Gnappi non ritraeva comunque Bompressi, "in quanto costui all'epoca non era conosciuto". Ma considerano non credibile il riconoscimento - a questo punto contraddittoriamente trattato come nuovo elemento - per queste due incredibili ragioni: la prima è che il testimone Cucurullo ha dichiarato all'avvocato Gamberini che Gnappi, spaventato, gli manifestò non la certezza ma "dubbi sulla somiglianza" della fotografia con l'assassino; la seconda è che Gnappi interrogato al dibattimento, anziché "escludere con sicurezza che l'imputato presente fosse l'assassino", si è "trincerato dietro un asettico "non riconosco"".

Il secondo esempio di argomentazione esibito dai giudici milanesi è se possibile ancora più assurdo, e riguarda la svalutazione della testimonianza di Roberto Torre sull'alibi di Bompressi. Torre ha dichiarato, come già altri tre testimoni giudicati in passato inattendibili perché amici di Bompressi, di aver visto Bompressi in un bar di Massa brindare con altri alla notizia del delitto avvenuto tre ore prima, certamente insufficienti, secondo la stessa sentenza di condanna, ad arrivare, allora, da Milano a Massa. E ha aggiunto di ricordare nitidamente quel brindisi perché esso gli parve "una cosa stonata e macabra, comunque lontana dalla mia sensibilità". Ebbene: neppure questa, dicono i giudici, è "una prova nuova". E non lo è perché a loro parere, secondo una tesi decisamente rivoluzionaria in tema di teoria della prova, "si ha sopravvivenza o scoperta di prove nuove quando vi siano emergenze probatorie concernenti fatti nuovi": sicché, essendo stato giudicato "fallito" dalle passate sentenze "l'alibi costituito dal noto brindisi", "secondo questa Corte la 'prova' è la presenza (già esclusa) di Bompressi a Massa in orario incompatibile con l'esecuzione dell'omicidio e non la testimonianza sul punto di Fruzzetti, Tognini, Corchia, Torre etc.".

Dunque, secondo i giudici milanesi, la prova non è il fatto probatorio ma il fatto da provare. Che è come dire che se la prova riguarda direttamente il delitto, si ha nuova prova solo se questa riguarda un altro, diverso delitto. Tutto questo è ovviamente privo di senso. Ma i giudici non si accontentano di una simile assurdità, e contestano anche la credibilità del Torre in quanto questi "apparteneva allo stesso milieu" degli altri testimoni giudicati non credibili nelle precedenti sentenze: che è un'arbitraria illazione, più ancora che un'indebita valutazione, non azzardata neppure dal pubblico ministero che aveva invece preferito, nel suo parere, ripiegare sulla tesi, esclusa nella sentenza di condanna, che, all'epoca, Massa era ben raggiungibile da Milano in tre ore.

Non mi soffermo sulle tante altre insensatezze contenute in questa sconcertante ordinanza: come l'affermazione che la dichiarazione del teste Pappini di aver visto una donna alla guida dell'auto degli assassini sarebbe il frutto di un equivoco generato "dalla percezione visiva dei baffi di Marino". Si tratta del solito schema della petizione di principio che ha sempre guidato questo processo: premesso che le accuse di Marino sono vere, tutto ciò che le smentisce è inattendibile. Importa piuttosto sottolineare che i lunghissimi e complicati ragionamenti svolti a sostegno di questi giudizi d'inattendibilità erano preclusi ai giudici chiamati a decidere sull'istanza di revisione. E' quanto ha affermato la Corte di Cassazione, secondo la quale "è affetta da nullità per violazione di legge l'ordinanza che dichiara inammissibile un'istanza di revisione anticipando indebitamente la valutazione delle nuove prove, propria della fase rescissoria" alla fase appunto del giudizio sulla sua ammissibilità "caratterizzata dalla mancanza di contraddittorio tra le parti" (sez.I 25.5.1992). Ma è anche quanto impone la logica, non avendo senso, altrimenti, distinguere come fa il codice tra il giudizio di revisione e quello sui presupposti della revisione che finirebbe per identificarsi con il primo, salvo a svolgersi in camera di consiglio, senza pubblicità né contraddittorio.

Resta allora da chiedersi come si sia potuti giungere a una simile pronuncia, che per negare giustizia ha dovuto violare sia la logica che il diritto. La principale spiegazione, purtroppo, è ancora una volta la forza del pre-giudizio, che fin dall'inizio ha ipotecato questo processo resistendo a tutte le innumerevoli smentite e controprove che hanno fatto a pezzi l'unico elemento d'accusa; che non è stato intaccato dal richiamo delle Sezioni Unite della Cassazione al rispetto di elementari principi, primo tra tutti quello dell'insufficienza ai fini della condanna di una semplice chiamata in correità per di più contraddetta e intrinsecamente contraddittoria; che infine ha indotto i giudici a chiudere gli occhi di fronte a tutti gli oscuri retroscena di questo processo: dapprima ai misteriosi 17 giorni nei quali la deposizione di Marino è stata occultata e sottratta al controllo dei magistrati, poi alla successiva distruzione di tutti i corpi di reati ed oggi all'inquietante racconto del testimone Gnappi, pur ritenuto "degno di fede" nelle precedenti sentenze.

C'è poi un'altra spiegazione, che ormai è lecito purtroppo ipotizzare: il riflesso di difesa corporativa che ha animato i giudici milanesi nei riguardi dei tanti errori passati dei loro colleghi e che è divenuto tanto più rigido con il passare degli anni quanto più veniva franando il castello accusatorio. I fautori della colpevolezza dei tre malcapitati ripetono che in questo processo si sono pronunciati oltre cinquanta giudici. Ma omettono di ricordare che questi giudici si dividono in due gruppi: quelli pronunciatisi per la condanna, che sono tutti i giudici togati di Milano occupatisi del caso, inclusi quelli della sentenza assolutoria suicida del dicembre 1993; e quelli pronunciatisi a favore degli imputati, che sono stati soltanto i giudici popolari, inclusi quelli dell'ultima condanna che hanno denunciato le pressioni subite dal presidente, e i giudici delle Sezioni unite della Cassazione.

Ovviamente la Corte di Cassazione non potrà che annullare questa "sentenza senza processo", come l'ha chiamata l'avvocato Gamberini: per violazione di legge, se solo vorrà essere coerente con le sue stesse precedenti pronunce sui presupposti giuridici della revisione, e per le tante illogicità della motivazione, ben più gravi di quella precostituita con l'assoluzione suicida del 27/10/1994 cassata dalla sentenza dell'11/11/1995.

Molto più difficile è essere ottimisti, a questo punto, sul successivo giudizio di merito da parte di un'ennesima corte milanese. Per questo nessun'altra strada dev'essere più esclusa per riparare questo clamoroso errore giudiziario: dalla grazia d'ufficio, prevista dal nuovo codice "in assenza di domanda" e quindi come misura non di clemenza ma di giustizia in casi limite come questo, alla proposta di legge Salvato che, in coerenza con la logica della prescrizione, consente la liberazione condizionale dei condannati non ritenuti pericolosi a vent'anni dai fatti per cui furono giudicati. Proprio i perversi meccanismi che nel corso ormai di dieci anni hanno ostacolato ripetutamente l'accertamento della verità e frustrato la testarda fiducia nei loro giudici di Sofri, Pietrostefani e Bompressi, hanno infatti fatto emergere la loro innocenza, e non solo l'assenza di prove della loro colpevolezza, e reso sempre più inaccettabile la loro ingiusta reclusione.