Presunzione di colpevolezza

di Luigi Ferrajoli

dal Manifesto, 26 gennaio 2000


 

N on ci sono più parole per commentare l'ennesima ingiustizia commessa contro Sofri, Pietrostefani e Bompressi. Già prima della
richiesta di revisione era evidente, dalla lettura degli atti, che non solo non era stata raggiunta la prova della colpevolezza degli imputati ma
che si era totalmente screditato l'unico elemento di prova sul quale l'accusa era stata imbastita.

Lo abbiamo scritto più volte, ma conviene ripeterlo, fino alla noia. Quell'unico elemento di prova - la chiamata in correità di Leonardo
Marino - era stato smentito da innumerevoli controprove, contraddetto dai ripetuti cambiamenti di versione dello stesso Marino su quasi
tutte le circostanze del delitto e radicalmente inficiato dalla scoperta degli oscuri retroscena del processo: dalla rivelazione che la
cosiddetta "confessione spontanea" maturò in 17 giorni di contatti segreti con i carabinieri, fino alla misteriosa scomparsa, a sedici anni di
distanza dal fatto e dopo l'inizio del processo, di tutti i più importanti reperti e corpi del reato: i proiettili, l'automobile degli assassini e i
vestiti del commissario Calabresi.

Il processo di revisione ha per di più introdotto elementi a sostegno della prova, che i giuristi medievali chiamavano "diabolica",
dell'innocenza dei condannati: l'alibi di Bompressi nelle ore del delitto e il riconoscimento del killer in tutt'altra persona da parte di un
testimone oculare. Ha fatto inoltre crollare l'unico debolissimo riscontro alle accuse di Marino, rappresentato dalla testimonianza della
moglie Antonia Bistolfi, la quale si è sottratta al contro-interrogatorio dei difensori essendosi scoperto da un suo diario che era pienamente
a conoscenza, prima di essere interrogata dagli inquirenti, delle intenzioni del marito di formulare quelle accuse. Ha infine travolto la tesi
della "spontaneità" della chiamata di correo di Marino davanti alla procura di Milano, essendo stato provato in dibattimento che essa fu
preceduta da una lunga preparazione in una caserma dei carabinieri e seguita da un'improvvisa e inspiegabile agiatezza grazie alla quale
Marino, che fino ad allora aveva vissuto di espedienti e rapine, poté acquistare due appartamenti e due nuovi furgoni per il suo commercio
di frittelle. E' mai possibile che i giudici, che hanno impiegato sei giorni per pervenire a una pronuncia di poche righe, non abbiano avuto,
di fronte a una simile frana dell'accusa, anche soltanto un ragionevole dubbio, che da solo avrebbe comportato l'assoluzione degli
imputati?

Non hanno avuto nessun dubbio. Nessun dubbio sull'autenticità della confessione di Marino, che pure ben sapeva fin dall'inizio che non ne
avrebbe subìto alcun costo. Nessun dubbio nello scartare come irrilevanti o non credibili le numerose testimonianze oculari che hanno
smentito tutti i dettagli della dinamica del delitto da lui riferiti: dal colore e dai vistosi accessori della macchina degli assassini alle modalità
dello scontro che essa ebbe con un'altra autovettura e al luogo in cui andò poi a fermarsi prima del delitto; dai movimenti del commissario
Calabresi a quelli del killer e alla direzione della fuga dal luogo dell'agguato. Nessun dubbio sull'incredibile narrazione del mandato omicida
ai margini di un comizio, le cui circostanze sono state più volte cambiate da Marino via via che venivano smentite: dapprima in una
giornata di sole e in un colloquio di dieci minuti con Sofri e Pietrostefani, poi sotto la pioggia, in un incontro di trenta secondi con il solo
Sofri. Nessun dubbio nell'ignorare le nuove rivelazioni del teste Gnappi, che ha dichiarato di aver visto in faccia l'assassino e di averlo
riconosciuto in una fotografia mostratagli all'indomani del delitto, così come l'alibi di Bompressi, suffragato da un ennesimo teste a lui
estraneo e non più solo dai suoi antichi compagni. Nessun dubbio né turbamento, infine, per le incredibili vicende di questa odissea
giudiziaria, che ha visto occultamenti e distruzioni di prove, sentenze suicide che hanno tradito e capovolto verdetti assolutori, ripetuti
richiami inascoltati da parte della Corte di Cassazione sulle regole del corretto processo.

Leggeremo tra due mesi la motivazione di questa incredibile assenza di dubbi. Ma è chiaro fin d'ora che lo schema argomentativo non
potrà che basarsi, ancora una volta, su quel tratto inconfondibile della logica inquisitoria che è la petizione di principio: premesso che
Marino ha comunque detto il vero, qualunque altra prova o controprova è irrilevante o non credibile, sicché la conclusione del
ragionamento probatorio è già contenuta, circolarmente, nella premessa che si doveva comprovare. Che è come fondare la condanna su
di una presunzione di colpevolezza al di là di ogni prova contraria. E tutto questo in violazione del principio, stabilito dall'articolo 192 del
codice di procedura e più volte riaffermato dalla Cassazione - la quale, io credo, non potrà che ribadirlo, rinviando ancora una volta il
processo ai giudici di merito - secondo cui la chiamata di correo deve essere valutata, per fondare una condanna, unitamente ad "altri
elementi di prova che ne confermino l'attendibilità" e che in questo processo sono totalmente mancati.

La domanda che dobbiamo porci, allora, riguarda il senso di questa ostinata persecuzione: la quale non colpisce soltanto tre persone la cui
colpevolezza non è stata provata e che a dispetto delle tante iniquità subìte hanno sempre riposto una testarda fiducia nei loro giudici, ma
offende il senso comune del diritto e la credibilità della nostra giustizia. Ed è perciò il miglior regalo al fronte sempre più largo degli
avversari, per prevenuti che siano, dell'intera magistratura. Sarà infatti lecito domandarsi, dopo una simile sentenza: è questo il metodo di
valutazione delle prove adottato in Italia dai nostri giudici. Sono così radicate le loro inclinazioni, o peggio i loro pre-giudizi colpevolisti da
non lasciar spazio a nessun dubbio, pur di fronte a un'accusa che sempre più ha fatto acqua da tutte le parti? E' questo il conto nel quale
essi tengono il principio in dubio pro reo, quello della necessità dei riscontri alle dichiarazioni dei pentiti e quello che l'insufficienza o la
contraddittorietà della prova impongono l'assoluzione degli imputati? E queste domande saranno tanto più devastanti quanto più aspri - e
poco importa se assai spesso immotivati - sono gli attacchi che da tempo vengono rivolti alla magistratura italiana.

Per questo l'ingiustizia di oggi dovrebbe sollecitare la riflessione di tutti, a cominciare dai magistrati. Il giudizio su questo processo non è
solo un giudizio che riguarda il destino di tre cittadini e sul quale ci si possa serenamente dividere tra innocentisti e colpevolisti. Ancor
meno esso può essere eluso dietro un'aprioristica professione di fede o di rispetto nei riguardi delle sentenze. E' prima ancora un giudizio e
un banco di prova in ordine al valore e alla tenuta, nel nostro paese, delle garanzie processuali quali fonti di legittimazione della
giurisdizione.

Ricordo che un tempo la critica delle sentenze formò una pratica e un costume dei giudici progressisti, volto a responsabilizzare la
magistratura, ad accrescerne la trasparenza, a romperne le solidarietà corporative, a ridefinirne la deontologia professionale sul rispetto
delle garanzie. Da allora molto tempo è passato e sempre più, in questi ultimi anni, i magistrati sono intervenuti pubblicamente sul merito
dei processi, pur se quasi sempre, ormai, in difesa dei loro colleghi. Non sarebbe un segno di equilibrio e di salute istituzionale che essi
tornassero a valutare le sentenze anche dal punto di vista dei cittadini? Il processo Sofri, con la sua lunga sequenza di irregolarità e di
violazioni delle garanzie più elementari, rappresenta un caso clinico di patologia giudiziaria che non può essere archiviato, meno che mai
dalla cultura giuridica, se non a costo di un profondo discredito della nostra giustizia.




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