
Il viaggiatore Adriano Sofri
di Mattia Feltri
(da "Il Foglio", gennaio
2002)
"Io ora penso che nessuna
conquista è per sempre. Il mondo è spacciato. Noi
abbiamo vissuto perché non ci fosse più la guerra
e invece la guerra ritorna. E ritorna questa parola che però
vuole dire altro ed è diventata la messa in scena di questo
nostro destino, che è quello di essere sempre respinti
indietro". Adriano Sofri dal carcere di Pisa.
***
Oggi, sette anni fa, Adriano Sofri abitava un'altra prigione,
una prigione a cielo aperto. Era a Sarajevo, assediata dai serbo-bosniaci
dall'aprile del 1992. Girava per la città con una piccola
telecamera e inviava le corrispondenze a Mixer; altre ne scriveva
per l'Unità. Dalle colline intorno i cecchini sparavano
sui passanti. In quel tempo, sette anni fa, una bambina di tredici
anni era tornata a Sarajevo con la madre, da Belgrado, per riabbracciare
il padre. Un cecchino fu tanto abile da centrarla attraverso la
finestra, e stenderla con un colpo soltanto. Pochi giorni dopo,
nella stessa zona della città, un bambino di sette anni
fu ammazzato con un proiettile alla tempia. Il cecchino sparò
da una distanza di qualche centinaio di metri, un tiro da maestro.
I cecchini avevano fucili così ben strumentati che i più
abili erano capaci di far fuori una persona lontana tre chilometri.
Ci furono periodi di parziali tregue, nei quali i cecchini si
concedevano riposo. Il loro bottino si riduceva a uno o due morti,
che non facevano notizia. Allora i bambini potevano scendere in
strada, negli angoli meno esposti, e giocare a pallone fra le
camionette bianche dell'Unprofor, le impotenti forze di protezione
dell'Onu. Sofri filmò i bambini che giocavano vicino al
letto della Drina e durante la partita al pallone capitò
spesso di finire nel fiume. Allora un bambino tenuto in disparte,
perché più piccolo e più magro, fu designato
raccattapalle. Il bambino correva giù al fiume ed entrava
nell'acqua bagnandosi un paio di scarpe che avevano l'aria di
essere più lunghe di un paio di misure. Si avventurava
attento a non inciampare e poiché s'attardava, gli altri
inveivano. Poi il bambino piccolo e magro, riconsegnato il pallone,
s'arrampicava sulla bassa tettoia in lamiera di uno sgabuzzino,
al limitare del campo, e riprendeva la sua telecronaca: "Albertini,
Massaro / Dino Baggio, Roberto Baggio / Gianluca Pagliuca".
***
Sofri era a Sarajevo da pochi giorni, all'inizio del 1994, e nella
zona del mercato vide una banda di ragazzini, che ciondolavano
bighellonando. Pensò di intervistarli ma furono loro, forse
attratti dalla telecamera, a farsi avanti. Tutti dietro il loro
leader, Fadil, quattordici anni da compiere. Fadil ha una faccia
che sarebbe piaciuta a Pier Paolo Pasolini, parla un buon inglese,
è sfacciato e simpatico. A Sofri disse di amare il calcio
e la pallacanestro, che lui e gli altri si aggiravano al mercato
nella speranza di portare a casa un po' di frutta o di pane o
qualsiasi altra cosa. Disse che lui e i suoi amici trascorrevano
le serate in una cantina, il loro "Club del biliardo";
lì si sfidavano a quindici palle ascoltando musica. "Mi
piacciono i Guns 'n Roses" pistole e rose disse
Fadil. I ragazzi condussero Sofri al "Club del biliardo".
Una piccola cantina con i muri bianchi segnati dall'umidità
e coperti di foto strappate dalle riviste, con Madonna, Sharon
Stone, a mille ancora. Attorno al biliardo si accalcavano in una
decina, vocianti, un gran tifo, risate, tiri sbilenchi.
***
Sofri scrisse: "Succede di ricordare i propri anziani genitori
nella coppia di coniugi in abiti dignitosamente lisi che escono,
sostenendosi l'un l'altra, dall'androne di un palazzo bombardato
in cui si distribuisce un chilo di farina e mezza bottiglia di
olio, di vedere il proprio professore di liceo nel signore avvilito
che offre libri vecchi, una penna stilografica, un cappello, a
un angolo di mercatino". A Sarajevo, al terzo anno di assedio,
il cibo era finito da un pezzo. La gente si chiedeva se fosse
morto prima l'uovo o la gallina. Si potevano trovare poca carne
frolla, mele bacate e patate raggrinzite al mercato nero. Del
resto era l'unico mercato rimasto. Non c'era luce né acqua.
La gente aveva predisposto le grondaie in modo che l'acqua piovana
se Dio faceva la grazia di mandarla venisse raccolta
e utilizzata. Per strada, raccontò Sofri, "persone
spossate dalla denutrizione trascinano piccoli e grandi fardelli,
pezzi di legno scovati chissà dove, brandelli di lamiera,
taniche di acqua riempite alla coda delle fontanelle, batterie
smontate dalle carcasse di automobili. Spingono slittini e carriole
di fortuna".
D'inverno il freddo non si poté più combattere adeguatamente.
A Sarajevo finirono gli alberi, che la gente abbatté per
alimentare le stufe a legna. Un anziano docente universitario
mise mano alla libreria. Usò i volumi per scaldare la famiglia.
Prima quelli della propaganda serba, poi i manuali, infine i romanzi,
con gran dolore. Sofri alloggiò in un piccolo appartamento
del quartiere turco. Dormiva in uno sgabuzzino per non disperdere
il proprio calore.
***
Quando arrivò la primavera, i ragazzini di Sarajevo smisero
i giubbotti e i maglioni ed esibirono in piazza le loro costole
sporgenti. Sofri disse che sembravano uccellini denutriti. I bambini,
qualche pomeriggio, raggiungevano Sofri al bar del Teatro da Camera.
Sofri riusciva a recuperare al mercato nero il necessario per
una merenda. Una torta, delle bibite. I bambini ingurgitavano
la torta spalancando la bocca più ancora che gli occhi.
Sofri li inquadrava e chiedeva quale fosse il loro desiderio più
grande. Un bambino avrebbe tanto voluto un arrosto. Un altro sognava
una banana. Un terzo si sarebbe accontentato di un'altra torta.
Un quarto di una Coca cola. Un quinto di rivedere il padre. Una
bambina disse che lei sognava un profumo francese. Tutti i bambini
avevano, o avevano avuto, un animale. Un bambino raccontò
di un suo amico che mangiava qualcosa meno per lasciarlo al cane.
Il bambino che voleva l'arrosto, disse che aveva un gatto, ma
che ormai era morto. "Come è morto?", chiese
Sofri. "Lo ha ucciso un uomo".
***
Nei giorni di temporale, i cecchini non avevano voglia di restare
allo scoperto sotto il diluvio. Poi vedevano quasi nulla e sparavano
poco. I bambini saltavano attorno a Sofri e alla sua telecamera
canticchiando una filastrocca: "Quando c'è la pioggia
/ non c'è la guerra".
***
In una notte di luna luminosa, Sofri uscì per le strade
di Sarajevo con un grafico, "un giovane uomo". I due
comunicavano con un linguaggio di fortuna, poiché il grafico
non parlava altre lingue che il bosniaco. Si esprimeva infilando
una parola d'italiano dietro a una d'inglese e davanti a una di
tedesco e in mezzo a venti di bosniaco. Si incamminarono per la
città e il grafico accendeva una torcia elettrica per mostrare
all'ospite la devastazione vista di notte. Le case bucherellate,
le facciate scrostate, i muri sbrecciati dalle granate, le auto
senza ruote e arrugginite, i cumuli d'immondizia al ciglio delle
strade, dove cani scheletrici frugavano affamati fra scatolette
vuote e lustre. Il percorso fu lungo ma piacevole, ricorda Sofri.
Raggiunsero un palazzo, di cui il grafico indicò il portone,
intendendo che quella fosse la meta dell'escursione notturna.
Ai lati del portone c'erano statue mutilate, una del braccio,
l'altra della gamba, coi volti sfregiati. Si infilarono nel portone,
pochi metri e imboccarono una scala che conduceva a un cortile
interno. C'erano rifiuti, lamiere, cumuli di pietre, stracci luridi,
panni stesi, alle pareti intorno finestre dai vetri frantumati,
un canestro senza più retina né tabellone, una fontana
mezza diroccata e circondata da panchine pericolanti. Due platani
scorticati alla base avevano i rami in buona parte amputati. Il
grafico saltellando e canticchiando, improvvisando un girotondo,
fece intendere a Sofri che attorno alla fontana i bambini giocavano
prima di sedersi alle panchine per la merenda. Poi con l'indice
disegnò una parabola che fu la parabola di una granata.
Mostrò le amputazioni dei platani, e il tronco scorticato.
Infine estrasse dal portafoglio una fotografia e la illuminò
con la torcia elettrica. La fotografia ritraeva una bambina dai
capelli lunghi. "Mia piccola", disse. I due uomini rincasarono
poco dopo.
***
"Una sinistra che stia dalla parte del pronto soccorso, del
diritto e della libertà, dovrebbe incatenarsi nelle piazze,
non per accettare, ma per rivendicare l'impiego della forza Onu
e Nato contro le bande serbo-bosniache, a difesa dei
cittadini bosniaci e della Repubblica di Bosnia-Erzegovina. Dovrebbe
manifestare contro il governo russo e il suo cinico sostegno ai
criminali di guerra". Adriano Sofri, 27 maggio 1995, l'Unità.
***
Racconta Gigi Riva, all'epoca inviato a Sarajevo del Giorno: "Era
il maggio del 1993. Ero appena uscito da Sarajevo. Ogni volta
dovevo percorrere una strada diversa e in quella occasione dormii
a Zagabria. Lì seppi da Sandro Ottoni, un radicale, che
anche Sofri soggiornava a Zagabria. Io avevo appena letto un articolo
in cui Adriano esortava gli intellettuali europei a intraprendere
un digiuno in solidarietà della città assediata.
A me sembrava la solita idea demagogica e inutile. Sandro mi disse,
vieni a cena con me e Adriano. Ci andai perché volevo discutere
di quella proposta con Adriano, che non conoscevo, e pensavo che
ne sarebbe sorta una bella polemica. Volevo stanarlo. Così
gli dissi, Adriano, se davvero vuoi fare qualcosa per Sarajevo,
vienici con me. Lui rispose, hai ragione, ci vengo volentieri.
Ci venne".
***
La gente si incamminò verso la sinagoga. Erano gli ebrei
di Sarajevo. Sarajevo è la città in cui convive
la maggioranza musulmana con le minoranze ebraiche e cattoliche.
Sofri raccontò che a Sarajevo non c'è una questione
ebraica e nemmeno una questione cattolica. Soltanto che quel giorno
gli ebrei si incamminarono verso la sinagoga, in fila, e Sofri
li filmò e disse: "C'è un'aria da Varsavia
1943, solo che qui l'infamia avviene in mondovisione". Si
incamminarono sul selciato sconnesso, fra le solite camionette
bianche dell'Unprofor, tenendosi per mano, con i bambini in braccio.
Alla sinagoga ci si separava. C'erano dei pullman su cui sarebbero
saliti quelli che andavano via, in Germania o altrove, per lavorare
e mandare qualche soldo, oppure gli anziani e i malati. Sono immagini
di sempre. Gli abbracci, le lacrime, le vecchie curve e mute,
un uomo in carrozzella issato a forza sul pullman, in sottofondo
lo strillo di un neonato. Infine il rumore dei motori.
***
Un Primo Maggio qualsiasi negli anni della Sarajevo assediata.
Ci fu una tregua che ebbe termine il giorno prima, il 30 aprile.
La gente scese in piazza lo stesso, e in piazza andò anche
Sofri. Ci fu un comizio e un uomo arringò la folla esasperata
dicendo che in Europa e in tutto il mondo si erano dimenticati
di Sarajevo. Che l'Onu aveva spedito a Sarajevo pochi soldati
impotenti e che quei soldati erano lì a morire, come i
sarajevesi. In un angolo della piazza un drappello di fondamentalisti
islamici esagitati inneggiò a Saddam Hussein e incitò
alla guerra santa. Restarono lì, isolati. Sofri scrisse
che il genocidio antimusulmano è stata una tentazione ricorrente
dei nazionalismi maggiori. Scrisse che il vero limite dei musulmani
di Sarajevo era quello di essere musulmani senza petrolio. E scrisse
di non avere alcuna simpatia islamista: "Penso all'integralismo
islamista come all'ideologia più minacciosamente aggressiva
di questa fine secolo".
***
Ancora oggi la cattedrale di Sarajevo è un punto d'incontro.
Un posto d'appuntamenti, dice Sofri. "Ci vediamo alla cattedrale,
si dice, da qualsiasi religione si venga".
***
Nell'agosto del 1995, Adriano Sofri andò a trovare una
sua amica cardiologa, nel centro di Sarajevo. "Sono andato
a portare alcune cose. Un po' di soldi, batterie per la radio,
sali minerali, un numero di una rivista femminile italiana, cibi
in scatola, un pacco di candele, assorbenti igienici, un po' di
Lego a pezzetti, qualche indumento". Era l'alba, al termine
del coprifuoco, nell'ora in cui i cecchini non erano ancora in
piena attività. La cardiologa ha una figlia che si ostinava
a mangiare nient'altro che ananas. Sofri trovò anche dell'ananas.
"Alcune scatole, per sette marchi l'una al mercato coperto
della Città Vecchia". L'ingresso al palazzo era pericoloso
perché si doveva attraversare la strada in un punto buono
per i cecchini, per quanto assonnati. Sofri attraversò
di corsa e cominciò a salire le scale. Niente corrente,
niente ascensore. La luce del giorno illuminava soltanto fino
al terzo piano, poi l'oscurità si faceva totale e bisognava
restare aggrappati alla ringhiera, "sperando che non ne mancasse
un pezzo". Al dodicesimo piano abitava una poetessa
Ferida Durakovic la cui madre aveva legato uno spago alla
ringhiera che le indicasse la fine dell'ascesa. Al quattordicesimo
piano abitava la cardiologa. Sofri arrivò con quel tesoro
e fu una buona giornata. La cardiologa disse che la notte, se
non scendevano negli scantinati, si proteggevano dagli spari e
dalle granate accatastando i mobili sulle pareti esterne e quindi
esposte. Disse che la bambina dormiva nello sgabuzzino delle scarpe
e disse che durante i bombardamenti stavano sdraiate sul tappeto
abbracciate. Disse che andava all'ospedale un giorno sì
e uno no, aspettando la camionetta dell'Unprofor come si aspetta
il tram: la camionetta procedeva a passo d'uomo e la gente le
camminava a fianco, chinata, per proteggersi dai cecchini. Disse
che quando lavorava, la sua pena per la bimba sola a casa era
insopportabile. La bambina non disse nulla di quelle sue giornate
solitarie perché era tutta presa dalle scatole d'ananas.
***
La gente di Sarajevo continuò a prendere il tram. Sarajevo
fu la prima città d'Europa a dotarsi di un tram, nel 1895,
e i cittadini ne vanno orgogliosi. Per i cecchini era facile mirare
ai tram e colpire i passeggeri. Qualche volta colpirono anche
i bambini che per gioco si aggrappavano alla parte posteriore
della carrozza.
***
A Sarajevo la gente era tutta sdentata, ricorda Sofri. Provate
voi, dice, a stare assediati per anni senza poter ricorrere a
cure dentistiche. In giro per la città, Sofri riprese belle
ragazze coi capelli malamente tinti, con abiti d'emergenza, che
raccontavano e sorridevano, e tenevano la mano sulla bocca per
coprire la vergogna.
***
Il 20 luglio 1995, Sofri scrisse la cronaca di una giornata qualsiasi
di Sarajevo. Fu una giornata in cui un bambino di dodici anni
venne fatto a pezzetti da una granata che esplose nel bagno di
casa sua. Una giornata in cui un uomo alto e robusto impegnò
le proprie energie per raccogliere i corpi dei morti sul lungofiume,
caricarli in macchina sino a stiparla, inzaccherarsi di sangue
le mani e gli abiti, poi entrare in un bar per bere quel che c'era,
e per scoppiare a piangere. Una giornata in cui furono diffuse
nuove istruzioni per tirare avanti. Consigliabile tenere i rubinetti
aperti, se per l'acqua corrente fosse tornata per qualche ora;
mantenere, tuttavia, le grondaie collegate alla vasca e ai mastelli
per mezzo di un tubo. Trascorrere la notte nei corridoi interni,
se possibile. Evitare di uscire in strada; se è necessario
uscire, meglio tenersi lontani dai luoghi generalmente frequentati
dai bambini: asili, giardini pubblici, spazi aperti vicino al
fiume; sono quelli i punti preferiti dai cecchini. Già
che si è fuori, raccattare qualsiasi cosa possa servire
per alimentare il fuoco, di modo da poter almeno scaldare il latte
ai neonati. Se non piove, e manca l'acqua, andare alle fontanelle
possibilmente di notte, quando per i cecchini è più
difficile centrare il bersaglio.
C'è che i cecchini, e gli artiglieri, erano in grado di
colpire una fontanella anche se non la vedevano. Ne segnavano
la dislocazione su carte millimetrate, e facevano fuoco quando
immaginavano ci fosse la coda. Funzionava così: toglievano
l'acqua alla città per qualche giorno, si prendeva la gente
per sete, si faceva strage della folla assiepata alle fontanelle.
***
"C'è anche, nel caso italiano, una specie di disastroso
buon senso pacifista, abbondantemente diffuso fra alti militari
e governanti, che somiglia a una filosofia da camerieri: cui i
padroni lasciano cortesemente, a volte, dire qualche frase buffa,
per rimandarli poi in cucina, a riordinarsi crestina e grembiule,
e servire in tavola".
***
Nel febbraio del 1994, ci fu la strage al mercato. I sarajevesi
stavano ammassati attorno alle bancarelle spoglie e l'esplosione
ne uccise sessantotto e ne ferì una moltitudine. La notizia
si diffuse in un soffio e Sofri arrivò con la sua telecamera.
Filmò i soldati francesi dell'Unprofor che caricavano i
corpi dei feriti sulla camionette della Croce Rossa e quelli dei
morti sulle camionette della polizia. L'asfalto con pozze di sangue
ovunque. Un soldato piangeva. Un altro soldato disse: "Piedi,
braccia, teste sfasciate". Volti fissi, volti in lacrime.
Una ragazza in piedi dondolava senza espressione. Sofri ritornò
qualche ora dopo, quando i giornalisti si erano dovuti rintanare
a scrivere articoli dell'ultima ora. C'erano ancora i soldati
francesi. I soldati gettavano secchi di acqua a terra, per ripulire.
Armeggiavano con le ramazze e con sacchetti di plastica blu, riempiti
di resti umani bruciacchiati e sanguinolenti. L'acqua che scorreva
si mischiava al sangue formando un rigagnolo orrendo. Un vecchio
arrivò e strinse la mano a un soldato francese. Gli parlò
mentre il soldato annuiva. Continuò a parlargli e a stringergli
la mano, e il soldato continuò ad annuire. Il vecchio si
accalorò un po', e per poco. Poi si rivolse alla telecamera
di Sofri e gli disse: "Questo è il nostro sangue per
l'Europa". Sofri tornò spesso, lì, nei tempi
a venire. Filmò il punto dell'esplosione, un buco per terra
che nessuno richiuse. Una pozzanghera, nei giorni di pioggia,
disse Sofri. Ricordò che la prima volta, in quel mercato,
vide un bambino con un berretto di lana azzurro con in grembo
un gallo, per il quale pretendeva una cifra abbordabile. Ricordò
una capra legata a una ringhiera. Una capra in tempo di guerra,
un patrimonio.
***
Quando arrivò a Sarajevo, Adriano Sofri pensò di
prenderne la cittadinanza. Disse che tutti, in quegli anni, avrebbero
dovuto prenderla. Quando tutto era pronto, vi rinunciò.
Non voleva si potesse anche soltanto pensare che stava preparandosi
una via di fuga, in caso di condanna. La condanna arrivò,
e Sofri finì in carcere a Pisa. I suoi amici scrissero
al Diario: "La notizia, noi a Sarajevo, l'abbiamo capita
così: per molto tempo il nostro amico Adriano Sofri non
può venirci a trovare. Non bisogna spiegare a nessuno di
coloro che hanno resistito a Sarajevo chi è Adriano Sofri.
Oggi qualcuno ci vuole dire che, in nome della giustizia, non
può venire a Sarajevo. Abbiamo pensato che dovesse rimanere
a Sarajevo". In nome della giustizia, Adriano Sofri non è
più tornato a Sarajevo. Fu Sarajevo ad andare da lui. La
gente organizzò dei pullman e partì, come quando
fuggiva dalla guerra. Arrivarono a Pisa, e al carcere Don Bosco
non si era mai vista una ressa simile. (1. Segue)
Adriano Sofri uscì di
casa, nei suoi primi giorni a Sarajevo, con la telecamera abbassata
al livello delle ginocchia. Mentre la gente si affrettava lungo
i marciapiede e attraversava di corsa per paura dei cecchini,
lui gironzolava così, chino, un po' grottesco, filmando
alla cieca a meno di un metro dal suolo e seguendo itinerari tortuosi.
Filmò vicoli, cumuli di spazzatura, androni, piccoli nascondigli
fra le macerie. Voleva mostrare una città in tempo di guerra,
così come la vedono i cani. La tragedia di Sarajevo, spiegò
Sofri, è anche la tragedia dei cani. Erano stati retrocessi
alla condizione sociale più bassa: randagi. I loro padroni
li avevano abbandonati. Sfamare un animale domestico era privilegio
che conservarono in pochissimi. Ci fu un tempo in cui i soldati
dell'Onu fecero strage di randagi, temendo che potessero portare
epidemie; poi la smisero, e le strade di Sarajevo si riempirono
di cani. Ciondolavano soprattutto fra le bancarelle del mercato,
credendo di raccattare qualcosa, e raccattavano ben poco. Sofri
li filmò mentre venivano cacciati dai venditori, mentre
infilavano il muso fra le scatolette, ripulendole dalle briciole.
Filmò una cagna miserabile, incinta e magrissima. Un cane
esausto, sdraiato sull'asfalto, che a ogni esplosione apriva un
occhio soltanto, e lo richiudeva subito. Un cucciolo indeciso
se avvicinarsi all'uomo con la telecamera, oppure starsene alla
larga. Erano cani che in comune avevano le costole sporgenti e
la testa bassa. "Si sono resi conto che qualcosa di irrimediabile
è successo fra loro e gli umani", disse Sofri. Li
inquadrò titubanti sul ciglio della strada. Si vedevano
le gambe dei passanti che procedevano senza indugiare. Qualche
cane smarrito si intestardiva nella speranza di recuperare un
padrone: trotterellava per pochi metri a fianco di un uomo, per
poi rinunciare, scoraggiato dall'indifferenza. Ci riprovava, rinunciava
di nuovo. Altri cani si radunavano nei pressi del macello, illudendosi
che dai rari quarti di bue trasportati a spalla si staccassero
delle frattaglie. I lavoratori gridavano minacciosi ai cani che
si accalcavano all'ingresso del macello. I cani ripiegavano qualche
metro, poi si rifacevano avanti, affamati.
***
Fadil, il capo della banda dei ragazzini, stanco di avere la pancia
e le tasche vuote, decise di mettersi nel contrabbando. Allestì
un banchetto coi pacchetti di sigarette. Spiegò a Sofri
che si era fatto prestare cento marchi da un cugino; acquistò
dieci stecche di Drina, a dieci marchi l'una, per rivenderle a
undici marchi e mezzo. Disse che contava di vendere una quindicina
di pacchetti al giorno, di modo da guadagnare in una settimana
quindici marchi. Sofri lo filmò durante il suo primo giorno
di lavoro. Scalognatissimo: arrivarono i poliziotti e Fadil rifilò
la borsa con le sigarette a Sofri: "Di' che è tua".
"Così sono diventato complice di contrabbando",
disse Sofri.
***
Le donne di Sarajevo mostravano a Sofri, con pudore, le foto di
pochi anni prima, quando erano ben vestite, ben pettinate, ben
truccate, coi denti non ancora guasti. Le donne di Sarajevo sognavano
di potersi fare un bagno caldo e di potersi lavare con un bagnoschiuma.
Guardavano le partite dei Mondiali di calcio aspettando la pubblicità,
specialmente quella della biancheria intima e del caffè.
Avevano paura di essere uccise da un cecchino, e che le telecamere
riprendessero i loro corpi distesi, e nella confusione la loro
biancheria povera e lisa. Cercavano di indossarne sempre di pulita,
in omaggio a chi avrebbe raccolto il loro corpo. Continuavano
a coltivare e a vendere i fiori al mercato, benché gli
acquirenti scarseggiassero. Si affollarono a sbirciare dietro
alle vetrine colorate della Benetton, che aprì un negozio
nella città assediata, suscitando l'entusiasmo delle ragazze,
che pure non avevano soldi per maglioni e camicie. I giornalisti
che erano a Sarajevo con Sofri raccontano: "Disse di aver
scoperto l'importanza del superfluo, a maggior ragione lì,
dove spesso mancava anche il necessario. Si divertiva a pensare
a regali voluttuari. Dall'Italia portava jeans, orologi Swatch,
scarpe da ginnastica. Alle donne portava dei profumi. Un donna
gli aveva detto che avrebbe pagato oro per una saponetta profumata
e lui portò a Sarajevo le saponette profumate".
***
Ci furono cecchini volontari, e molti. Uno di essi era un cecchino
giapponese. Fu intervistato dalla tivù serbobosniaca, e
raccontò di essere venuto sulle colline di Sarajevo ad
ammazzare la gente per dimenticare un amore perduto. Una squadra
di volontari greci fu decorata per i buoni risultati raggiunti.
Sofri raccontò che colpire un bambino costituiva un vanto,
per i cecchini: bersaglio piccolo, grande onore. La tivù
serbo-bosniaca si mobilitava per testimoniare la giustezza al
tiro dei cecchini migliori, o dei capoccia che arrivavano apposta
da Belgrado per dare un saggio della loro abilità. Uno
di loro si appostò dietro le lapidi del cimitero ebraico,
si concentrò e fece secco con un colpo solo il primo passante
che gli arrivò a tiro. Il passante si chiamava Milo Vasilievic,
ed era un fornaio di origine serbo-ortodossa, come il suo assassino.
***
"La verità esterna di Sarajevo è questa: uomini
sparano sui bambini, ogni giorno, da più di tre anni".
Adriano Sofri, l'Unità, 2 agosto 1995.
***
A Sarajevo i funerali si celebrarono spesso di notte, ben dopo
l'inizio del coprifuoco, per scampare ai cecchini e alle granate.
Una notte si celebrò il funerale di Adnan Hadzic, tredicenne.
La mattina dopo, gli amici di Adnan andarono a casa di Sofri perché
avevano bisogno di vitamine. "Ci servono per il cane di Adnan",
dissero. E raccontarono la loro storia. Erano amici di Adnan da
sempre, sin dai primi anni di scuola e giocavano assieme a pallone.
Quando scoppiò la guerra, Adnan fu mandato in Germania,
da certi parenti, con la sorella più grande. Adnan e la
sorella furono poi costretti a trasferirsi in un campo profughi
ma la vita lì era talmente triste che decisero di tornare
a Sarajevo, guerra o non guerra. Quando Adnan tornò, gli
amici lo istruirono. Gli spiegarono come e quando ci si muove,
quali zone era meglio evitare, da quali punti sparavano i cecchini.
Fu durante una di quelle ronde che Adnan trovò un cane
per strada, e il cane lo seguì, e Adnan decise di tenerlo.
Se lo portava ovunque. Anche nei rifugi, quando scoppiavano le
granate. Gli amici dissero che Adnan era quello di loro che più
aveva paura delle granate perché non ci era abituato. Un
giorno, nel rifugio, sentirono le granate esplodere molto vicine.
Poi più nulla e così i ragazzi decisero di uscire
per andare a procurarsi un po' di acqua alle fontanelle. Poi però
le granate ricominciarono a esplodere un po' ovunque, nella Città
Vecchia, e così i ragazzi decisero di ritornare al rifugio.
Soltanto che la sorella di Adnan stava niente bene e Adnan pensava
che avrebbe dovuto bere un po' di tè. Disse che sarebbe
salito in casa a prendere l'acqua e gli amici gli dissero di no,
che era troppo pericoloso, di aspettare almeno che smettessero
di lanciare le granate. Adnan volle salire lo stesso e mentre
era in bagno una scheggia trapassò il muro e due porte
e gli si conficcò nel collo, ammazzandolo. Adnan era buono,
dissero gli amici e il suo cane era stato ferito da una granata.
Lo avevano portato dal dottore che gli dovette amputare una zampa.
Forse non sopravviverà, dissero i ragazzi. Per questo volevano
le vitamine.
***
Quelli furono gli anni, ricorda Sofri, in cui a Sarajevo le generazioni
non si distinguevano dalla data di nascita, ma dalla data di morte.
I morti del '92, i morti del '93, i morti del '94.
***
Una mattina del maggio del 1995, Adriano Sofri e gli altri abitanti
di Sarajevo furono bersagliati ininterrottamente, per ore, da
colpi di fucile e di mitragliatrice. Le forze dell'Unprofor parlarono
vagamente di decine di migliaia di proiettili. A dare il via al
fuoco furono i cecchini delle alture di nord-est. Presto si aggiunsero
gli altri e così non ci fu angolo delle colline da cui
non sparavano di sotto, nelle vie e nelle piazze. La gente rimase
rintanata a lungo nelle cantine. Qualche appartamento andò
in fiamme. I cecchini si accanirono specialmente sul quartiere
di Grbavica, e con successo. La prima a cadere fu un bambina e
poco dopo suo fratello. Lei morì, lui venne portato all'ospedale
di Kosevo, in fin di vita e poi venne colpito pure l'ospedale.
Dalle alture, si seppe nei giorni successivi, erano stati impiegati
un migliaio di pezzi d'artiglieria pesante. Quando tornò
la quiete, i venditori alzarono il prezzo delle sigarette. I prezzi
aumentavano sempre, dopo gli attacchi. Se capitava e capitava
spesso che venisse lanciata una granata in un mercato nelle
ore di punta, i prezzi andavano alle stelle. "Le granate
vanno pazze per i mercati nelle ore di punta", disse Sofri.
***
"Dunque, ho letto con costante attenzione il vostro giornale.
Ed ecco che sabato, sotto un titolo quasi incoraggiante
Il cerchio spezzato leggo le seguenti parole: ' dopo un
assedio voluto da tutte le parti in conflitto'. Qui ho sobbalzato.
Era infatti una notizia bomba: anche gli assediati avevano voluto
il proprio assedio! Sono corso a cercare nelle pagine interne
la motivazione di quella notizia sconvolgente e non l'ho trovata
di qui a dire che i bosniaci assediati hanno voluto il proprio
assedio, c'è un abisso, e sulla sua sponda si affaccia
l'infamia". Adriano Sofri, il Manifesto, 20 giugno 1995.
***
Disse Sofri che a Sarajevo bisogna stare molto attenti a quello
che si dice ai bambini. Una sera stava giocando con una bambina
di quattro anni, che saltava eccitata e rideva. Sofri le disse:
"Vuoi che andiamo al mare, domani?". La bambina si bloccò
e seria e ansiosa domandò: "E' una cosa vera o uno
scherzo?".
***
Un martedì qualsiasi Adriano Sofri, proveniente dall'Italia,
cercò di entrare a Sarajevo insieme con due amici, Edo
Smajc e Zlatko Dizdarevic. La strada solita non era percorribile;
l'avevano bloccata i serbi. Sofri e gli altri dovettero imboccare
la pista sterrata, lunga e impervia, del monte Igman. I soldati
bosniaci li bloccarono e dissero: "Non si passa". La
strada era troppo esposta e i cecchini avrebbero avuto buon gioco
a sparare sull'automobile. Zlatko disse che trasportavano borse
firgorifere che contenevano farmaci e il necessario per le operazioni
chirurgiche. Allora i soldati confabularono e poi dissero di sì
e augurarono buona fortuna ai tre. La risalita fu tranquilla e
Sofri ricorda una bella montagna verdeggiante, sebbene gli abeti
fossero in gran parte mutilati della cima, per via dei cannoneggiamenti.
La discesa non fu altrettanto comoda. Negli ultimi chilometri
la strada è completamente allo scoperto e i cecchini serbi
misero in moto l'artiglieria e impegnarono anche qualche carro
armato. Edo si buttò in discesa a gran velocità
e la vecchia Golf rossa non seppe ammortizzare i salti e andò
a sbattere sul fondo della carreggiata. Il cambio si ruppe e siccome
non aveva più a disposizione una sola marcia, Edo mise
in folle e ridiscese così, a rotta di collo, con l'auto
ingovernabile sul terreno sconquassato. "Ci hanno tirato
addosso con la mitragliatrice, centinaia di colpi, a raffiche
così fitte che la strada davanti a noi ribolliva come di
una grandinata", scrisse Sofri. A ogni curva affrontata con
successo, Zlatko gridava: "Très bien! Très
bien". L'auto si sfasciò sulle pietre, nelle buche,
passando a razzo sui torrenti e arrivò a destinazione ridotta
a un rottame, fumante, con la coppa dell'olio che cascava a terra,
incapace di andare avanti un metro soltanto, ma coi passeggeri
incolumi. Al posto di blocco, i soldati bosniaci "non sapevano
se ridere o piangere", ricorda Sofri. Toni Capuozzo, che
in quel tempo era a Sarajevo, dice che Sofri "non è
sprezzante del pericolo. Piuttosto, incurante. Un vero incosciente".
***
All'aeroporto di Sarajevo, affissero un grosso cartello con scritto
a mano: "Maybe Airlines". "Linee aeree forse che
sì, forse che no", ci scherza Sofri.
***
Adriano Sofri venne raggiunto per telefono, non senza qualche
difficoltà, da un giornalista italiano che voleva sapere
se si trovasse a Sarajevo per allontanarsi finalmente dalla politica
italiana. Sofri disse che da tre anni era persuaso che Sarajevo
fosse il cuore della politica italiana ed europea. Prese la telecamera
e andò a filmare il punto in cui, nel 1914, Gavrilo Princip
aveva assassinato l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo e
sua moglie Sofie Chotek. Ottanta anni dopo, Sarajevo era di nuovo
l'epicentro di un mondo che si stava sfaldando e che nessuno era
in grado di governare. Era la città multietnica che subiva
sulla sua pelle i disastri dell'odio razziale, dell'intolleranza
religiosa e del pregiudizio pacifista.
***
Adriano Sofri scese in strada in una giornata finalmente tranquilla.
Le strade, ricorda, erano vuote e l'aria buona. Si diresse verso
il centro della città canticchiando per farsi compagnia.
Sorpassò una vecchia donna. La donna accelerò il
passo e Sofri la sentì alle proprie spalle. Fu d'istinto
che la distanziò. Ma la vecchia donna riprese il suo cammino
più rapido e affannato e alla terza volta Sofri si fermò
e chiese alla vecchia donna se avesse bisogno di qualcosa. Lei
si scusò e disse: "Ho sentito che canticchiava e mi
sono spaventata, perché uno canticchia quando c'è
molto pericolo, per darsi coraggio: così cercavo di sbrigarmi
a venirle dietro". Un'altra vecchia donna attraversò
il viale dei cecchini, un pomeriggio. Sofrì la filmò.
La vecchia donna venne superata da un giovane uomo, che correva
chino e zigzagando per evitare di essere colpito da una fucilata.
La vecchia donna invece proseguì al passo, con la sua sporta.
Poi si girò verso la collina, dov'erano appostati i cecchini.
Finì la traversata guardando verso la collina e arrivò
dall'altra parte. Una terza vecchia donna parlava al telefono.
Parlava con la figlia, disperata, le chiedeva dove diavolo si
fosse rifugiata, di tornare a casa. Qualcuno avvertì Sofri
che il telefono era staccato, e dall'altra parte non poteva esserci
nessuno. Una quarta vecchia donna fu forse l'unica che nei giorni
dell'assedio si occupò dei cani randagi. Gli dava da mangiare
e a Sofri disse: "Tu che sei italiano, porta i miei saluti
al Papa".
***
"Chiederei a coloro che si sono messi in coda per imbarcarsi
sulla nave di Greenpeace chi di noi non si arruolerebbe?
Io, certo, di corsa per fare domanda per azioni altrettanto
esemplari in un punto qualunque della Bosnia. Chiederei ai cattedratici
d'opinione e di morale che sono riusciti a tenere per tre anni
e tre mesi un mirabile silenzio sul genocidio metodicamente perseguito
in Bosnia, di restare ancora in silenzio. Grazie". Adriano
Sofri, l'Espresso, 28 luglio '95.
***
La gente di Sarajevo ricorda Sofri così. Kanita, una insegnante:
"Quando tornava a Sarajevo, Adriano veniva sempre a trovarmi
e mi portava sempre qualcosa. Un giorno, mentre era qui, a casa
mia, una granata scoppiò a pochi metri di distanza. Io
gli dissi, pensa che bell'articolo ne uscirebbe, Adriano e Kanita
morti assieme. La verità è che se ne trovano pochi
di amici così". Kula, un guardiano del tunnel che
portava fuori e dentro dalla città: "Lo aiutavo a
passare il tunnel. Portava medicine e altro, vestiti, qualcosa
da mangiare. Aiutava per come poteva". Gigio, ex croupier
del casinò, durante la guerra factotum dell'ufficio di
rappresentanza italiano: "Uno spirito pulito". Edo:
"Per me è uno dei nostri, uno degli eroi di quella
guerra. Abbiamo passato insieme molti momenti difficili. Per me
è difficile parlare di lui". Zlatko, direttore di
Oslobodjenje, Liberazione: "Mi piacque subito perché
non era venuto al seguito di organizzazioni umanitarie o altro.
Venne per conto proprio e visse in città con noi. Non era
uno di quelli che noi chiamavamo turisti umanitari". Snada,
una vedova: "Mio marito era un pittore e Adriano gli portò
i pennelli e i colori perché in città non se ne
trovavano più. Era simpatico. Portava i fiori alle impiegate
della posta perché diceva che erano ragazze gentili".
Ismet, un amico: "Ci portò le sigarette e i soldi".
Nadira, un'amica: "Quando venne l'ultima volta, mi invitò
al ristorante. Da casa mia al ristorante ci sono ottocento metri,
ma ci abbiamo messo un'ora per percorrerli, perché la gente
lo riconosceva e lo fermava ogni due passi".
***
Fu qualche volta difficile, per Sofri, procurarsi le videocassette
per la sua telecamera portatile. Spedì in Italia una quantità
di ore di girato che alla Palomar di Carlo Degli Esposti montarono
per conto di Gianni Minoli. Mixer trasmise sette o otto documentari.
Sono reportage, dice Sofri, "svelti e sporchi, realizzati
con mezzi non professionali, e soprattutto con la combinazione
in una sola persona di autore-reporter e operatore (e fonico e
troupe)". Il giorno in cui la comunità ebraica si
radunò alla sinagoga per salutare chi partiva, in un'altra
piccola diaspora, Sofri era rimasto senza videocassette. Lo disse
la sera prima a Miran Hrovatin, spiegando quanto era dispiaciuto
di non poter documentare quei momenti. Miran gli diede appuntamento
per dopo mezzanotte e arrivò con le videocassette che si
era fatto regalare dai giovani giornalisti della Cnn. Miran Hrovatin
morì pochi mesi più tardi, in Somalia, assassinato
con Ilaria Alpi.
***
"Tutti quelli che criticano, in nome di qualunque scelta
il realismo, o gli ideali politici, o le idiosincrasie personali
la richiesta impellente di un'azione internazionale anche
e soprattutto armata, devono dire che cosa a loro volta propongono
per rispondere a chi sta morendo, soffrendo, scappando, a chi
sta perdendosi d'animo. Se no, non hanno che da tacere".
Adriano Sofri, l'Unità, 28 luglio 1995.
***
L'assedio di Sarajevo si concluse ufficialmente il 21 novembre
del 1995, con gli accordi di Dayton. L'intervento degli americani
e i raid della Nato furono decisivi. Mentre la Cnn trasmetteva
il solenne momento della firma, a Sarajevo andò via la
luce come spesso accadeva e i sarajevesi, disse Sofri, "la
loro pace se la sono vista in replay con un giorno di ritardo".
E disse che la città non aveva affrontato una guerra "ma
una sua truce parodia". Anche la pace aveva avuto qualcosa
di caricaturale. La gente l'aveva sognata, la pace, e si era immaginata
nelle strade non più bersagliate a salutare i liberatori
che invece non vennero mai. Quando Sofri tornò a Sarajevo,
nei giorni di Dayton, vide dai finestrini del pullman dei ragazzini
con la mano levata, in un gesto che lui credette di saluto. Invece
avevano "le tre dita alzate, nel segno ortodosso che ora
suona scherno e minaccia". Quella sera, dalle colline, si
sentirono detonazioni e si videro i fuochi. Erano quelli artificiali
di un uomo che festeggiava il matrimonio della figlia e la gente
di Sarajevo guardò su, e quella pirotecnia gli sembrò
malinconica e sciagurata piuttosto che lieta. Sofri scrisse: "La
domanda senza scampo che si rivolge non solo al fanatismo pacifista
e all'ipocrisia di sinistra, ma in primo luogo alle autorità
del nostro mondo è una sola: perché così
tardi? La risposta non è una spiegazione, è una
condanna". La domenica successiva lo speaker della tv di
Sarajevo cominciò così il notiziario: "Voi
non ci crederete, ma praticamente non ci sono notizie. Questo
è un telegiornale del pianeta Marte".
Adriano Sofri si imbarcò
a Mosca diretto a Grozny nel febbraio del 1997. Il volo era semiclandestino
e infatti, una volta a bordo, si rese conto di non avere posto
poiché il suo era stato venduto anche ad altri due passeggeri.
Non fu l'unica vittima del raggiro. Ci fu chi volò in piedi,
reggendosi con la mano come sull'autobus. Altri compirono il viaggio
comodi in bagno. Il corridoio era colmo di scatoloni, fagotti,
valigie slabbrate, "come una corriera orientale", disse
Sofri. Il pilota era un giovane tagiko evidentemente alticcio.
Per quello che interpretò come un particolare riguardo,
Sofri ebbe il privilegio di rannicchiarsi sotto ai piedi del pilota,
in uno spazio ricavato nel muso della fusoliera, che in quel punto
era trasparente. "Da lì vedevo tutto il Caucaso".
I ceceni erano molto incuriositi dalla presenza dell'italiano.
Si domandavano che andasse a fare un italiano in Cecenia, dove
c'era pure la guerra. "Non ce ne fu uno che non mi invitò
a casa sua perché io avessi da dormire e da mangiare",
dice Sofri. Il più insistente fu un ceceno alto e corpulento,
coi capelli folti e senza barba che giaceva con lui nella cabina
trasparente. "Mi sequestrò", dice Sofri. Pretese
che l'italiano fosse suo ospite e gli rivolse domande stravaganti
in un linguaggio d'emergenza, in cui entrambi facevano ricorso
a quel che possedevano di russo e d'inglese. Voleva sapere quanto
costasse una casa in Italia e Sofri sgranò gli occhi e
disse che dipendeva da mille cose. "Ok. Diciamo una casa
di due piani".
***
Quando arrivarono a Grozny, i russi stavano sparando sull'aeroporto.
Il ceceno alto e corpulento, Salaudin, non mollò Sofri
e se lo portò a casa. Era una casa modesta come quasi
tutte le case di Grozny annunciata da un cortile con le
galline e il bagno esterno, senza acqua corrente e senza luce,
per via della guerra. Lungo il tragitto dall'aeroporto a casa,
Sofri imparò che per strada non bisogna fare attenzione
soltanto ai pedoni, alle auto condotte da piloti un po' anarchici
e dai molti sidecar ammaccati, ridipinti e stipati di gente e
di fardelli; bisognava fare attenzione soprattutto alle mucche
e ai cavalli, che noncuranti attraversavano la carreggiata secondo
il loro imprevedibile capriccio.
***
Salaudin condusse Sofri a conoscere i villaggi intorno alla capitale.
Uscire da Grozny era impresa tortuosa e non priva di rischi. Ogni
poche centinaia di metri si incappava in posti di blocco organizzati
dai soldati russi, seduti sui carri, esausti, spesso bevuti. Nel
traffico comune si mischiavano i carri blindati dei mercenari.
I mercenari se ne stavano sdraiati sopra, con gli occhiali da
sole, le bende, le mimetiche grigionere, armati di mitragliatori
e lanciagranate. Sofri girava i suoi filmati per Mixer tenendo
la telecamera fuori dal finestrino della jeep. Riprese una città
devastata dalla guerra. C'erano scheletri di palazzi, case senza
pareti esterne, insegne cascanti, alberi piegati, statue monche
o decapitate. Non era prudente circolare così, con telecamera
puntata. Sofri non lo sapeva e Salaudin non lo avvertì
perché non si sarebbe mai permesso di dire a un ospite
che fare e che non fare, e perché gli uomini ceceni non
hanno paura, né per sé né per gli altri.
Sofri ne ricavò dei guai. A un posto di blocco i biondi
soldatini russi gli strapparono la telecamera e strillarono imprecazioni
e rimproveri. Sofri se la cavò esibendo un accredito giornalistico
buono forse a Mosca. "Ma un accredito è sempre un
accredito", e la passò liscia. Dopo aver incrociato
tre posti di blocco russi, dietro all'angolo si poteva incappare
in un posto di blocco ceceno, se così si poteva definire
un drappello di indolenti ribelli ceceni, variamente vestiti e
calzanti scarpe da ginnastica.
***
Fuori da Grozny si sale verso gli altipiani attraverso una terra
che Sofri ricorda nera e fangosa. Il sentiero era costeggiato
da tralicci di petrolio, oleodotti, tubature dell'acqua calda
che i ragazzi bucavano per ricavarne docce di fortuna. La gente
allestiva banchetti e vendeva benzina come da noi si vendono caciotte.
La benzina era contenuta in grosse bocce di vetro ed era una benzina
dal colore verde chiaro. I banchetti c'erano già in città
e le bocce costavano mille rubli l'una. Più ci si allontanava
da Grozny più i venditori si moltiplicavano, offrendo la
loro merce a buon mercato, fino a seicento rubli per boccia. "E'
benzina fatta in casa, come altrove la grappa", scrisse Sofri.
La gente perforava le tubature arrugginite dell'oleodotto che
porta il petrolio dal Caspio verso Ovest, attraverso la Cecenia.
Riempiva taniche che caricava sui camion o su carri trainati dai
cavalli verso raffinerie clandestine e dozzinali, erette in piena
campagna. E si guadagnava da vivere. Il percorso continuava a
essere interrotto da posti di blocco russi, presidiati da soldati
di leva. I soldati chiedevano sigarette e quando Salaudin e Sofri
ripartivano, i soldati facevano fuoco, come per darsi un tono.
Sul ciglio della strada, rudimentali cippi adornati con
elmetti, stelle rosse e altre chincaglierie indicavano le
tombe dei soldati russi. Salaudin e Sofri attraversarono piccole
città cecene rase al suolo e disabitate. Piccoli villaggi
brulicanti di ragazzini e di furgoni, coi mercatini e i cambiavalute,
e i montanari con la circassa, il colbacco d'agnello. Erano paesini
in cui la guerra sembrava non essere mai arrivata. I due si fermarono
in un villaggio in festa per la fine del Ramadan. Lì ebbero
una cena adeguata alla celebrazione. "Latte e panna, formaggi
freschi e un salame di bue, un kebab di pastina e carne di pecora
piccante, e varie specie di quella che noi chiamiamo insalata
russa, con barbabietole, patate, carote; focacce di pane croccante,
mele granate e dolci, miele servito in vassoi con i favi",
scrisse Sofri.
***
Nei villaggi mostrarono a Sofri le videocassette dei giorni dei
massacri. "Ci sono donne sventrate, parenti che frugano fra
resti carbonizzati e raccolgono in un fazzoletto le reliquie dei
loro cari, qualche dente, bottoni".
***
Nei villaggi i montanari si salutavano abbracciandosi di lato,
anziché di fronte. Le donne restavano ai margini, umiliate
da una società patriarcale e dal culto islamico. Lavoravano
duramente spendendosi in cucina a ogni ora del giorno, imbandendo
le tavole per i mariti e gli ospiti e dileguandosi abilmente.
Talvolta rimanevano nei pressi della porta, silenziose, ad ascoltare
i soliti racconti di guerra. Dice Sofri che non davano nell'occhio
nemmeno quando si ritiravano in latrina, come se aspettassero
scrupolosamente l'attimo di non essere viste. Tuttavia furono
incaricate, durante la guerra, di trasportare le armi sotto le
vesti. A Sofri una di loro fu offerta in moglie e quando disse
di averne già una, Salaudin rispose che non importava,
che anche lui di mogli ne aveva due, che era contrario alla monogamia
e che due mogli era un numero giusto per un uomo. Sofri andava
nelle cucine a parlare con le donne e gli uomini del villaggio
pensarono che fosse un'abitudine stravagante. Nelle cucine le
donne tenevano un comportamento che Sofri definì "quasi
sfrontato". Chiacchieravano rumorosamente, ridevano, si abbracciavano,
si tormentavano con piccoli scherzi. Sofri pensò che quella
fosse "come una rivincita dall'esclusione virile, un'allegria
da ora d'aria". Le donne si concedevano qualche spiritosaggine
confidata: "Ma quanto sono stupidi questi uomini". Sghignazzavano,
si rimettevano all'opera.
***
Adem era un guerrigliero. Quando Sofri gli chiese di che si occupasse
in tempo di pace, Adem disse: "Borseggiatore d'autobus".
Sofri gli regalò la sua sciarpa e Adem gli giurò
amicizia eterna. Un giorno dissero che Adem era morto a Grozny.
Ma un altro giorno una jeep si fermò al villaggio e sopra
c'era Adem. Sofri gli disse che aveva tanto desiderato prendere
una corriera diretta a Grozny e di sentirsi sfilare il portafoglio.
Adem rise e disse che una ferita al braccio gli aveva tolto l'antica
abilità. Non gli restava che fare il soldato, d'ora in
poi.
***
Durante il giorno, Sofri fu condotto dai bambini lungo i villaggi,
negli angoli e nei prati dei loro giochi. I ragazzi poco più
grandi cercavano di insegnargli i canti caucasici e gli mostravano
le loro evoluzioni in groppa ai cavalli. Tutti chiedevano a Sofri
di Adriano Celentano. Qualcuno anche di Toto Cutugno. Un uomo
si rabbuiò quando chiese a Sofri se Adriano Celentano e
Ornella Muti fossero sposati soltanto al cinema, ed ebbe la risposta
che temeva. In molte case era stata affissa la foto di Michele
Placido, forte della fama di cui gode in Cecenia per le sue interpretazioni
in molte serie della Piovra. I ceceni, dice Sofri, sono mafiosi
e adorano la mafia siciliana, o almeno l'immagine che di essa
possiedono: "Hanno l'idea che la Sicilia sia ancora un luogo
di culto dei vincoli di famiglia, dell'onore virile, del rispetto
per le donne, e della giustizia praticata in proprio: cioè
degli antichi valori caucasici". E' questa ancora oggi la
mafia cecena, che sa dunque essere di una violenza estrema. "Controlla
soprattutto, credo, il racket delle protezioni dei nuovi ricchi".
***
Italia, disse un uomo a Sofri, è una parola cecena. Significa
terra dei dieci vulcani accesi.
***
Quando Sofri arrivò in Cecenia per la prima volta, Grozny
era praticamente in mano a russi. Quando tornò, l'anno
dopo, era stata riconquistata dai ceceni. Tornò anche nei
villaggi, e mostrò la videocassetta del documentario realizzato
per Mixer. Allora la gente guardava e rideva quando si vedeva
inquadrata. Poi chiedeva il fermoimmagine per mostrare a Sofri
quelli che nel frattempo erano morti. Era morta una bella ragazza
che nel film ascoltava gli uomini appoggiati allo stipite della
porta. Era morto un ragazzo che diceva: "Se cerchi un amico
vero, vieni in Cecenia, e anche se cerchi un nemico".
***
Sulla fedeltà e sulla ferocia dei ceceni, si raccontava
una storiella: "I russi, preoccupati dalla crescente forza
dei cinesi, decisero di sbarazzarsene ricorrendo ai ceceni. Ne
chiamarono il capo e gli dissero di pensarci lui. Il capo chiese
solamente quanti diavolo fossero questi cinesi, e quando si sentì
rispondere che erano un miliardo e duecento milioni, disse: e
dove cazzo li seppelliamo?".
***
A Grozny le ragazze non volevano essere filmate. Alcune nascondevano
il volto, altre ridacchiavano intimidite e acceleravano il passo.
Poche di loro vestivano in uno stile vagamente occidentale. I
ceceni vogliono sposare ragazze vergini e per divertirsi ricorrono
alle russe. Il mercato il bazar era sempre formicolante.
Le donne vendevano sottomarche di profumi, semi di girasole, stoffe,
tessuti di astrakan, scope di saggina, bacche di montagna, scarpe,
rose rosse d'Olanda e rose nere cecene, torte, copricapi, armi,
gioielli, fiori che gli uomini non avrebbero comperato perché
si vergognano di regalarne alle donne. Sofri, che passava per
un tipo strano, poté comprarne e regalarne senza suscitare
scandalo. Quella era la Grozny dalle strade interrotte da voragini,
dalle case sventrate. Non una scuola era rimasta in piedi e la
biblioteca era un cumulo di macerie in cui non si era salvato
nemmeno un libro. Sui muri diroccati c'era disegnato un pugno
chiuso con il dito medio alzato e una scritta inneggiava ai Nirvana,
la band grunge del suicida Kurt Cobain. Un altro soprassalto d'occidentalismo.
Sofri disse che del resto Grozny è sovrastata dal monte
Elbrus, poco più di cinquemila metri d'altezza, il più
alto d'Europa: "Per ricordarci che l'Europa finisce qui,
e forse qui è cominciata".
***
Ibrahim, di undici anni, e Rustan, di dodici, scapparono di casa
per unirsi ai combattenti. Presero un autobus a Slipzosk ma a
Nesterovka incapparono in un posto di blocco, per cui dovettero
scendere e battersela. Presero un nuovo autobus che si guastò
e così proseguirono a piedi. Ottennero un passaggio da
una camionetta e un altro passaggio da un trattore. Aggirarono
un posto di blocco e camminarono per molte ore. Bussarono a una
casa di campagna dove dalle donne ebbero da mangiare e l'indicazione
del posto in cui i guerriglieri andavano a far la legna. Trovarono
i guerriglieri che li raccolsero, li tennero con sé per
un giorno, li sfamarono e dopo averli presi un po' per il naso
li restituirono ai genitori. Il padre di Rustan disse al figlio
che avrebbe dovuto parlargliene e finì lì. Il padre
di Ibrahim fu più severo, impose al bambino di stendersi
bocconi, al buio, con le mani dietro alla schiena, la faccia a
terra, immobile, per tutta la notte. Le donne pregarono a lungo
l'uomo di soprassedere e raggiunsero lo scopo soltanto dopo sei
ore di esortazioni. L'uomo disse a Sofri che a quattordici anni
è giusto combattere per il proprio paese, ma a undici è
presto.
***
Gli eroi ceceni sono i briganti ribelli, gli abrek, quelli che
lasciano la casa, i genitori, le mogli e i figli per rifugiarsi
in montagna a coltivare la vendetta. Gli eroi sono quelli che
da feriti rifiutano l'anestesia, perché hanno il disprezzo
del dolore. Gli eroi sono quelli che dormono su una pietra con
un piede poggiato sull'altro, di modo da svegliarsi se il piede
in equilibrio cedesse per il sonno divenuto troppo profondo. Gli
eroi, hanno spiegato a Sofri, sono quelli che "braccati sul
bordo di un abisso, si gettano nel vuoto tenendo fra le mani una
grossa pietra cui si sono legati, e la lasciano cadere poco prima
di toccare il suolo, per attutire il colpo. E da allora i loro
inseguitori li credono capaci di volare".
***
I ceceni chiamano il loro paese Noqhci. Significa "il paese
di Noè".
***
I ceceni rapirono tre volontari di Intersos, tre italiani. E poi
rapirono anche un fotografo, pure lui italiano, Mauro Galligani.
I ceceni sono sequestratori abituali. A quel tempo nascondevano
centinaia di ostaggi, non necessariamente stranieri. Se li scambiavano
fra bande. Molti ne ammazzavano. Adriano Sofri era in Italia e
dopo parecchie titubanze decise di tornare in Cecenia per far
leva su Salaudin e sulle altre amicizie, e ottenere la liberazione
dei quattro italiani, uno dei quali, un volontario, conosceva
da tempo. "Non ho avuto grande collaborazione dalle organizzazioni
governative italiane, ma non vorrei parlarne. Questa è
un'altra vicenda da cui ho rimediato soltanto grane", dice
Sofri dal carcere di Pisa. Tornò dunque in Cecenia e Salaudin
si sentì sottoposto al vincolo dell'amicizia e dell'ospitalità.
Di giorno Sofri e Salaudin chiedevano udienza ai ministri, ai
capi politici e militari, a chiunque avesse potere di controllo
sui territori ceceni. Di notte risalivano le strade di montagna
o percorrevano quelle di pianura per raggiungere i villaggi. Gli
anziani uscivano e ascoltavano la storia degli italiani scomparsi.
Sofri sentiva Salaudin pronunciare la parola "hasch",
che significa ospite, e la parola "duottah", che significa
amico. Gli anziani promettevano di rivolgersi ai figli e ai nipoti,
per sapere se sapevano. Sofri e Salaudin dormivano nei villaggi
e la mattina dopo i figli e i nipoti ascoltavano gli anziani,
rispondevano di non saperne nulla, promettevano di drizzare le
orecchie. Sofri e Salaudin giravano di paese in paese sulla jeep
senza frizione, dall'incedere singhiozzante, lungo mulattiere
sconnesse.
Capitava che qualcuno raggiungesse Salaudin per informarlo che
gli italiani erano stati avvistati, ma saltava sempre fuori che
erano altri sequestrati, "russi, armeni, tagiki, slovacchi".
Nei villaggi, Salaudin e Sofri ebbero yogurt, panna, mirtilli
rossi che Sofri ricorda squisiti, la cirinscià, una radice
di montagna dal sapore di cipolla, burro, uova. Ma soprattutto
carne e siccome Sofri non la ama, Salaudin andò al mercato
ad acquistare un enorme storione che di lì in poi i due
si sarebbero portati appresso, per il buon appetito di Sofri.
La ricerca si fece presto disperante, dice Sofri: "Russi,
doppiogiochisti, speculatori per denaro o per millanteria, guerrieri
ingusci e ceceni, mediatori veri o falsi inviati da chissà
chi. Ogni mattina arrivano da Salaudin persone che bevono il tè
e fanno il loro rapporto sui posti visitati e sulle voci raccolte.
Qualcuno ci avverte che a Grozny si dice che io e Salaudin ci
siamo messi in affari insieme, e che sono qui per questo, non
per gli italiani".
***
Fu allora che Sofri conobbe Shamil Basaev, il capo dei guerriglieri
ceceni, un eroe per il suo popolo, uno spietato terrorista per
Mosca e per Washington, che lo considera alle stregua di bin Laden.
Allora Shamil aveva soltanto trentadue anni e una fama guadagnata
dirottando un aereo turco, per fermare l'intervento russo contro
l'insediamento di Djokhar Dudaev a Grozny; partecipando alla difesa
contro il golpe a Mosca; guidando la resistenza cecena ai georgiani;
difendendo il palazzo presidenziale di Grozny, da cui uscì
per ultimo, e guidando la controffensiva cecena. "Molti mi
rimproverano certe frequentazioni, ma in fondo quelli erano i
capi di un governo riconosciuto", dice Sofri. Basaev si fece
riprendere e intervistare da Sofri, gli parlò dell'oppressione
e di quanto fosse determinato a liberare il popolo ceceno, a qualsiasi
costo.
***
In uno dei villaggi, una sera, ora tarda. Salaudin e gli altri
parlavano fitto. Uscivano e rientravano di casa. Sofri notò
che non posavano mai il kalashnikov. Quando si fece mezzanotte
Salaudin disse a Sofri che sarebbero usciti, per tornare di lì
a non molto, e che lui stavolta non sarebbe potuto venire. Salaudin
uscì col kalashnikov, "cosa per lui insolita",
disse Sofri. Salaudin e i suoi incontrarono un capobanda incappucciato.
Il capobanda chiese chiese a Salaudin di giurare sul Corano che
non avrebbe mosso mano contro i rapitori. Salaudin giurò.
Disse, lasciamo perdere il Corano, basta la mia parola. Dopo un'ora
Salaudin rientrò. Trascorse un'altra ora, e Sofri sentì
un'auto arrivare e fermarsi fuori dalla casa. I tre italiani furono
condotti dentro e quando riconobbero Sofri, seppero che la loro
prigionia era conclusa. Si sedettero, respirarono un po', poi
estrassero dalle tasche del pane duro e un cartoccio con lo zucchero,
per sfamarsi. Poi sarebbe stato liberato anche il fotografo, Mauro
Galligani.
***
Salaudin regalò a Sofri una spada daghestana "di argento
e filigrana". I fratelli di Salaudin se la "passarono
di mano in mano, saggiandone con competenza il filo, e lodando
il disegno". Salaudin spiegò a Sofri che in Cecenia
si chiamano fratelli anche i cugini, fino al settimo grado. Poi
gli raccontò la storia della sua famiglia, maledetta generazioni
prima da un diavolo maligno, che avevano catturato e incatenato.
Il diavolo si vendicò con un terribile sortilegio, e da
allora tutti i maschi della famiglia di Salaudin furono condannati
a perdere la vita prima del quarantesimo anno d'età. Salaudin
aveva allora trentasei anni e disse che nessuno ricordava un uomo
della sua famiglia scampato al destino. Soltanto suo padre, forse
perché il diavolo s'era distratto, oppure aveva esaurito
la sua rabbia.
***
Oggi Salaudin ha quarantadue anni. La maledizione ha risparmiato
anche lui, ma soltanto in parte. Ora Salaudin è in carcere
in Russia, accusato di essere uno dei capi dei sequestratori ceceni.
La Rivoluzione, un anno dopo.
Era il 1980. A Teheran lo scià non c'era più, ora
c'erano gli ayatollah. La Rivoluzione s'era messa sotto i calcagni
l'imperialismo. Adriano Sofri ed altri di Lotta Continua
il giornale, perché il movimento politico era stato sciolto
quattro anni prima andarono in Iran. Adriano Sofri scrisse:
"L'Iran segna una ulteriore vistosa tappa nella crisi delle
analisi tradizionali della sinistra". E scrisse: "Siamo
interessati a indicare, almeno a suggerire, la tendenza che processi
sociali riformatori o rivoluzionari hanno, dietro le ideologie
più diverse e contrastanti, a riprodurre comportamenti
e modi di pensare affini". E scrisse, ancora: "Di fronte
all'Iran di oggi, ciascuno è indotto a chiedersi se la
società 'rivoluzionaria' sia migliore o peggiore del vecchio
regime". Al ritorno, all'inizio del 1981, Sofri e gli altri
pubblicarono pagine un quaderno dal titolo "Iran, il
mare fra le dita" che allora avevano il sapore dello
scandalo, e oggi quello della storia che si insegue in eterno.
***
I colonnelli del vecchio regime furono dichiarati nemici del popolo
e dell'Islam. Il Tribunale della Rivoluzione Islamica diffuse
un proclama che valeva per i colonnelli del regime vinto e per
tutti i nemici a venire: "Le Guardie della Rivoluzione si
rendono ben conto che, quando sparano dei proiettili, non è
per distruggere il corpo di un traditore, ma per distruggere il
tradimento, l'egoismo, l'ambizione, la rilassatezza. La vittoria
dei deboli sui forti è, al tempo stesso, la vittoria dell'unicità
divina sull'ateismo. Le Guardie della Rivoluzione non cercano
la morte ma la scomparsa del peccato. Le Guardie della Rivoluzione
hanno un altro fine, più elevato. Essi dirigono, in realtà,
il loro mitra contro se stessi. Lottano contro il proprio peccato.
Annichiliscono i propri sentimenti colposi. E' l'epurazione attraverso
la morte. Essi si mettono al posto del fucilato e, nella stessa
occasione, si sbarazzano dei loro peccati e di tutto ciò
che potrebbe fare di loro, un giorno, dei tiranni".
***
Khalkhali era l'hojatoleslam. Il suo compito era quello di combattere
i traffici e il consumo di droga. Sul giornale di Adriano Sofri,
comparve un'intervista con lui. Gli chiesero se le fucilazioni
pubbliche avessero uno scopo didattico. "Sì, lo facciamo
perché è la legge del Corano. Il Corano dice: quando
dovete punire, uccidete uno, chiamate gli altri che vedano e imparino.
Ciò è necessario per purificare la società.
Gli uomini prendono lezione da ciò che vedono, perché
l'uomo può imparare. Se l'uomo riesce a vedere dove si
può finire allora impara e non fa quel che non deve fare.
Questo per noi è un dovere morale, giudicare in modo da
uccidere quanti si macchiano di cose immonde, gli impuri e i corrotti,
è necessario per salvare la società. Come si può
parlare di diritti dell'uomo se poi si lasciano vivi gli spacciatori
di droga?". Gli contestarono che i tribunali islamici non
garantivano diritti agli imputati. "Non è vero, l'imputato
si può difendere. Ma prendere un avvocato fa perdere solo
tempo, non è una cosa che serva. Il nostro Corano non dice
che uno che ha fatto male, che ha commesso reati, deve prendere
al processo un avvocato per difendere il suo diritto. E poi che
cosa fa un avvocato? Cerca di liberare uno che deve essere fucilato.
Imposta la difesa in modo da portare fuori dal tribunale anche
i veri criminali. Questi sono i vostri avvocati, questo è
il mestiere di avvocato. Da noi non è così. L'Islam
ha un'altra regola. Noi difendiamo il diritto degli spacciatori,
perché noi siamo giudici. E il giudice deve essere giusto:
secondo l'Islam il giudice deve essere onesto, sincero. Così,
secondo i comandamenti dell'Islam, noi siamo anche gli avvocati
di quelli che processiamo, siamo gli avvocati di quelli che fuciliamo".
***
Una donna raccontò ad Adriano Sofri che due uomini, Caino
e Abele, si innamorarono della medesima donna. La donna amava
Abele. Non Caino. Caino perse la testa e uccise Abele. "Il
primo assassinio coincise dunque con la prima violenza contro
una donna", disse a Sofri. "Da questo atto di violenza
contro un uomo e una donna è nato il potere", gli
disse e concluse: "Da un rapporto sessuale violento nasce
la società fondata sui rapporti di forza". Sofri spiegò
ai suoi lettori che le donne parteciparono alla Rivoluzione, nel
1979. Scesero in piazza a combattere lo scià, lo sfruttatore
del popolo, il complice dei peccatori occidentali, l'imperialista.
Le donne indossarono il chador, come simbolo della libertà
ritrovata. "E' per noi una bandiera di lotta, di riconquista
di un'identità", dissero. Gli uomini dello scià,
negli anni precedenti, andavano nelle strade a strappare il chador
di dosso alle donne. Loro se n'erano ora riappropriate e lo esibivano
nelle riunioni che tenevano nelle moschee. Duecento donne formarono
un collettivo islamico, raccontò Sofri, per studiare, per
discutere, per emanciparsi dai padri e dai fratelli, che le soggiogavano.
Khomeini si rallegrò, per il chador. "Le donne non
devono dare scandalo", disse. Le donne festeggiarono l'8
marzo nelle piazze. Erano donne che si erano laureate e che lavoravano.
Disse Sofri che erano viste come "la piaga moderna che lo
scià aveva ricavato dentro la società iraniana".
I cortei delle donne furono dispersi dalla violenza degli hezbollah.
E dietro gli hezbollah "ci sono tutti i maschi iraniani:
c'è la paura di perdere il controllo sulle 'proprie' donne",
scrisse Sofri. E scrisse delle lapidazioni delle adultere, della
fucilazione degli omosessuali e dei "perversi". Scrisse:
"L'Islam per le donne non è stato liberazione. L'apologo
si è rovesciato. La colpa non è più di Caino,
è della donna amata".
***
Adriano Sofri: "Per chiedersi se il regime odierno segna
un passo avanti rispetto a quello dello scià occorre chiarire
i propri criteri. Discutere della libertà oggi in Iran
vuol dire prima di tutto discutere della libertà delle
donne".
***
In Iran, Adriano Sofri fu accompagnato da Randi Krokaa, la donna
con cui ha vissuto in questi anni. Randi è norvegese, e
in Iran scattò le foto per il giornale. Dei contadini iraniani
chiesero a Sofri quante pecore volesse per Randi.
***
"Ricordo una ragazza di Teheran, che ogni mattina, in segno
di sfida, usciva col viso truccato, e ogni mattina le prendeva,
regolarmente", racconta Sofri dal carcere di Pisa.
***
"Si arriva a Kermanshah da Teheran dopo cinquecento chilometri
di strada e saliscendi, fino a poco meno di tremila metri di altitudine".
Anche lì, era tempo di guerra. La guerra con l'Iraq. Lungo
la strada per Kermanshah, Sofri vide quella che si chiamava la
zona agricola, e disse che il concetto di agricoltura, da quelle
parti, era piuttosto vago: "Si semina e si ripassa a raccogliere
sei mesi dopo". "Kermanshah è come un enorme
accampamento, disteso su e giù per i colli, brulicante
di mercatini e di persone, quattrocentomila abitanti, e la massa
di gente che viene di giorno a vendere e comprare. Al tramonto,
all'improvviso, bancarelle e persone scompaiono, e l'accampamento
diventa buio e vuoto, e solo le raffiche frequenti delle mitragliatrici
dai tetti delle case strappano il silenzio". A Kermanshah
tre Mig iracheni avevano bombardato colpendo tre scuole. Sofri
ne visitò una. Era una scuola riservata soltanto alle prime
due classi, e quindi frequentata da bambini di sei e sette anni,
al massimo otto. Sedici classi. Dieci del primo anno, sei del
secondo. La mattina in cui la scuola fu bombardata, il direttore
aveva radunato i bambini nei corridoi al piano terra. Era scattato
l'allarme, e il direttore aveva considerato fosse più prudente
evitare che i bambini tornassero a casa, e che si esponessero
per strada. Il direttore parlò ai duecentottantasette bambini
radunati davanti a lui. Si sentì il rombo crescente degli
aerei in avvicinamento. Poi si sentirono le bombe esplodere e
infine i colpi fitti della mitragliatirce. La scuola fu centrata
e crollò parte dei soffitti e dei muri. Tredici bambini
morirono seppelliti dalle macerie, quattro morirono mentre li
trasportavano all'ospedale. Altri ancora nei giorni successivi.
Un'ottantina di bambini restarono mutilati e sfigurati. Questo
raccontarono a Sofri e Sofri lo scrisse. Domandò se ci
fosse stata possibilità di errore, se nei pressi ci fossero
obiettivi strategici, ma il direttore disse di no: "Ci sono
soltanto case di abitazione, bancarelle, un ambulatorio. E poi
le scuole colpite sono state tre. Una era vuota. In un'altra scuola
media sei ragazzi sono morti, molti sono stati feriti. Nessun
errore". Il direttore disse di non aver visto i corpi dei
bambini morti, ma soltanto pezzi dei loro corpi e le loro scarpe
e i loro abiti fra i calcinacci. Mostrò quel che restava
dei sillabari e i fori dei proiettili nelle pareti. Disse che
i corpi lui non li aveva visti, ma i bambini non erano mai più
tornati alle loro case.
***
Un bambino disse: "Io sono musulmano, la guerra non mi fa
paura". Un altro disse: "Sono caduto giù, e a
fianco a me c'era il mio fratello più grande morto".
Un terzo bambino disse: "Gli iracheni mandano gli aeroplani
perché non sono musulmani".
***
In Iran, come ogni anno, si celebrò il Moharram, il mese
del lutto. Si tenne la processione dell'Ashura e Sofri vide uomini
e bambini con sudari candidi e qualche volta macchiati del sangue
delle capre sgozzate. Altri uomini e altri bambini avevano invece
lunghi abiti neri, e avanzavano lentamente, "in una specie
di danza funebre". Gli uomini e i bambini si battevano i
pugni sul petto producendo un grave e misurato rullo di tamburi.
C'erano poi bambini che impugnavano catene a più code,
come fruste metalliche, e si flagellavano. Dietro seguiva il corteo
delle bare portate a spalla, e ogni bara era il simbolo di un
martire. "Salmodie tristi e suggestive vengono cantate lungo
tutto il percorso". Un uomo mascherato da tigre saltava sulle
bare e poi a terra, inseguendo i bambini più piccoli, che
fuggivano ridendo e gettando pugni di sabbia contro la tigre.
Era la parte carnevalesca e più stridente, dice Sofri,
di una rappresentazione cupissima. Anche le donne prendevano parte
alla processione, restando in disparte, camminando e nient'altro,
coperte di veli neri.
***
Adriano Sofri disse di aver visto in Iran la stessa "predilezione
per la tabula rasa" di cui diede uno spettacolare esempio
la Rivoluzione culturale cinese. Vide le statue fatte a pezzi,
e ridotte a piedistalli che non reggevano più nulla. I
rivoluzionari si vendicarono contro i simboli della grandezza
criminale dello Scià. E bucherellavano sulle banconote
gli occhi dello Scià, fintanto che non ne furono disegnate
e stampate di nuove.
***
Khalkhali "il giustiziere sommario della Rivoluzione
islamica" si concesse il privilegio di minare personalmente
il mausoleo di Reza Scià, il fondatore della dinastia Pahlavi.
E personalmente fece brillare l'esplosivo e crollare il mausoleo.
Khalkhali disse che quelle pietre erano grondanti del sudore e
del sangue del popolo oppresso e sfruttato e disse che fine migliore
non avrebbero meritato. E disse che non soltanto il mausoleo,
ma mille altri monumenti erano stati eretti sulla pelle dei diseredati
di ogni tempo, e che bisognava raderli al suolo. Disse che presto
le bombe della Rivoluzione avrebbero datto scempio di quelle testimonianze
dell'ingiustizia: innanzitutto le tombe di Dario, di Serse e di
Artaserse a Naq-e-Rostam, e poi le rovine di Persepoli, la città
vietata. Gli uomini di Khalkhali andarono così a Persepoli,
coi bulldozer e le mine, "guidati dall'inaudita intenzione
di spianare le vestigia di palazzi sopravvissuti a venticinque
secoli di malanni". Furono gli operai a sbarrare loro il
passo. Sessanta operai, quelli addetti ai cantieri allestiti per
il restauro e il mantenimento dei palazzi, dei monumenti, dei
sepolcri. Sofri raccontò che gli operai si erano schierati
brandendo pale e picconi, e qualcuno sfoggiando il fucile. Dissero
che prima di passare sulle rovine, gli uomini di Khalkhali avrebbero
dovuto passare sul loro corpo. Si arrivò a un passo dallo
scontro, ma dopo un poco gli uomini di Khalkhali si consultarono
e decisero di tornare da dove erano venuti, lasciando erette quelle
pietre millenarie, e gli operai orgogliosi di averla spuntata.
Sofri informò che, naturalmente, agli operai interessava
poco delle rovine. "Erano ferventi islamici almeno quanto
gli attaccanti, e non erano mossi dall'amore acquisito per le
antichità o le belle arti, bensì dalla più
prosaica difesa del posto di lavoro". Ma aggiunse: "Ciò
non toglie che se Persepoli continua a custodire per il mondo
intero la sua suggestione, lo si deve esclusivamente all'ostinazione
corporativa di quei sessanta lavoratori".
***
In Iran, fu proibito il caviale. E siccome non lo si poteva vendere
nei bazar, e ce n'era in abbondanza, Sofri e gli altri ne trovarono
a due lire. Il caviale era stato proibito perché con la
Rivoluzione era arrivata una particolare interpretazione di alcuni
versetti del Corano. Un versetto fu interpretato nel senso che
tutto ciò che striscia o comunque è liscio, era
impuro e immangiabile. Così il caviale. La nuova norma
si rivelò particolarmente svantaggiosa e nacque l'esigenza
di superarla. Per l'occasione fu dunque convocata una sorta di
concilio di ayatollah, che si riunì attorno a uno storione
per passarne sul corpo un filo di metallo. Al termine dell'operazione
si stabilì che il caviale era viscido, ma lo storione squamoso.
Il caviale venne riabilitato alla condizione di compatibilità
con Dio, e uscì dall'illegalità.
***
Adriano Sofri e Randi andarono nella regione di villeggiatura
dello Scià. Non c'era più nessuno. Le serrande erano
abbassate, gli alberghi in fallimento ma costretti all'apertura
da imperscrutabili ragioni statali. Sofri e Randi andavano negli
alberghi e mangiavano da soli in stanze enormi, circondati da
decine di camerieri. Erano talvolta accompagnati da un giovane
che aveva avuto una licenza premio per aver fatto fuori da solo
un tank iracheno. Il giovane combattente amava portare Sofri e
Randi sulla barca, nel mar Caspio. Il suo divertimento era di
girare attorno alle navi sovietiche, per drizzarsi sul ponte e
lanciare i suoi insulti.
***
Adriano Sofri scrisse: "Nel giardino del Golestan, tra i
platani secolari, un padiglione ospita il Museo etnologico. Tre
mesi dopo la Rivoluzione, è stato chiuso. Si imputa, per
ragioni che mi sfuggono, all'etnologia e all'antropologia di essere
state terreno particolarmente favorevole alle strumentalizzazioni
della Savak, l'odiosa polizia politica del passato regime".
Le Università erano state chiuse. Restavano aperte soltanto
le facoltà di medicina, perché la guerra non richiedeva
soltanto soldati, ma anche medici. Tutti gli altri corsi di studio
erano stati sospesi provvisoriamente, come qualsiasi altra attività
culturale. "E' paradossale, scrisse Sofri, che a due anni
di distanza da una così compatta rivoluzione popolare si
faccia già sentire una cultura della nostalgia, se non
per lo Scià (nessuna persona decente in Iran poteva non
aborrire lo scià) almeno per il tempo andato".
***
"L'integralismo clericale soffoca la vita quotidiana, ne
espelle, prima ancora che le libertà civili, il gusto per
il bello e il senso del piacere".
***
A Dezful c'erano case di una stanza soltanto abitate da sei, sette,
dieci persone. Molte case erano state sbriciolate dalle bombe
sganciate dagli aerei. Altre mancavano delle pareti esterne, e
le gente sembrava esibita in vetrina. Le donne lavano i panni
e i ragazzi si facevano il bagno, sfruttando l'acqua del fiume
Dez. Sofri e gli altri erano arrivati dopo un lungo viaggio, durante
il quale si erano cibati quasi soltanto di meloni e cocomeri.
Visitarono un quartiere e seppero che lì erano rimaste
uccise più di sessanta persone. Arrivò una vecchia
e ai visitatori stranieri gridò trafelata che lei era da
un'amica, quando cominciò il bombardamento. Sentì
tremare la terra e quando il bombardamento finì tornò
a casa correndo, e lì trovò tutti morti, suo marito
e i suoi figli. Questa è la mia casa, disse indicando tre
muri diroccati e il solito cumulo di macerie. Qui c'era la cucina,
disse, e qui la camera da letto. Un'altra donna con i piedi ustionati
e bendati raccontò di aver visto un bambino di tre mesi
morire incendiato e di aver visto una donna incinta con le viscere
di fuori.
***
Sulla strada che esce da Ahvaz, Sofri vide le lunghe file degli
sfollati. Fuggivano stipando i camion e gli autobus di fagotti
e di poco cibo. In dieci su un'automobile scalcagnata. La gran
parte a piedi. Quando incrociavano qualche straniero, gli sfollati
alzavano le dita in segno di vittoria e gridavano gli slogan islamici
della Rivoluzione. Qualcuno diceva che Saddam Hussein era come
Hitler.
***
L'ayatollah Khomeini tenne una sua lezione: " ecco perché
il governo islamico è il governo della legge divina. La
differenza fra il governo islamico e i governi costituzionali,
siano monarchici o siano repubblicani, consiste nel fatto che
i rappresentanti del popolo o quelli del re sono i soli che codificano
e legiferano, mentre il potere legislativo è riservato
a Dio, sia lode a Lui, e nessun altro ha il diritto di legiferare
e nessuno può governare se il potere non gli è stato
conferito da Dio. Il governo islamico è il governo della
Legge e Dio solo è il sovrano e il legislatore".
***
Al termine del viaggio, Sofri annotò: "L'islamismo
è sì strumento della riscossa nazionale, ma è
anche, per eccellenza, religione e ideologia sovranazionale: ciò
che, a somiglianza del primo e primitivo terzinternazionalismo
comunista, fa della Rivoluzione islamica in Iran nient'altro che
un passo sulla via della Rivoluzione islamica internazionale".
***
"La guerra mi fece una profonda impressione. Fu la mia prima
guerra. Vidi per la prima volta gli effetti dei bombardamenti
aerei, a Dezful. C'erano le case sventrate, senza pareti, e si
vedevano dentro i resti bruciacchiati dell'arredamento. Era come
spiare nella vita quotidiana e offesa della gente. Mi diede soprattutto
un senso tremendo di indiscrezione per l'intimità rivelata.
Il fatto è che la nostra generazione era cresciuta sentendo
dai padri e dalle madri i racconti delle città bombardate,
ed erano racconti così crudi e così sentiti che
avevamo semplicemente e profondamente escluso che quegli eventi
potessero ripetersi. Avevamo escluso che la nostra generazione
potesse convivere con una guerra. Insomma, avevamo escluso la
guerra come eventualità, credevamo di aver vinto i batteri
della guerra e pensavamo a costruire un mondo nuovo. La guerra
era stata letteralmente cancellata dal nostro orizzonte psicologico.
Quindi per me fu traumatico vedere, e toccare con mano. Fu un'esperienza
di gran lunga più importante che tutti gli anni di Lotta
Continua. Perché da un certo punto in poi devi ammettere
che non c'è niente di impossibile. Che nessuna conquista
è per sempre". Adriano Sofri, dal carcere di Pisa,
uno degli ultimi pomeriggi del 2001.
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