Il viaggiatore Adriano Sofri

di Mattia Feltri

(da "Il Foglio", gennaio 2002)


"Io ora penso che nessuna conquista è per sempre. Il mondo è spacciato. Noi abbiamo vissuto perché non ci fosse più la guerra e invece la guerra ritorna. E ritorna questa parola che però vuole dire altro ed è diventata la messa in scena di questo nostro destino, che è quello di essere sempre respinti indietro". Adriano Sofri dal carcere di Pisa.
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Oggi, sette anni fa, Adriano Sofri abitava un'altra prigione, una prigione a cielo aperto. Era a Sarajevo, assediata dai serbo-bosniaci dall'aprile del 1992. Girava per la città con una piccola telecamera e inviava le corrispondenze a Mixer; altre ne scriveva per l'Unità. Dalle colline intorno i cecchini sparavano sui passanti. In quel tempo, sette anni fa, una bambina di tredici anni era tornata a Sarajevo con la madre, da Belgrado, per riabbracciare il padre. Un cecchino fu tanto abile da centrarla attraverso la finestra, e stenderla con un colpo soltanto. Pochi giorni dopo, nella stessa zona della città, un bambino di sette anni fu ammazzato con un proiettile alla tempia. Il cecchino sparò da una distanza di qualche centinaio di metri, un tiro da maestro. I cecchini avevano fucili così ben strumentati che i più abili erano capaci di far fuori una persona lontana tre chilometri. Ci furono periodi di parziali tregue, nei quali i cecchini si concedevano riposo. Il loro bottino si riduceva a uno o due morti, che non facevano notizia. Allora i bambini potevano scendere in strada, negli angoli meno esposti, e giocare a pallone fra le camionette bianche dell'Unprofor, le impotenti forze di protezione dell'Onu. Sofri filmò i bambini che giocavano vicino al letto della Drina e durante la partita al pallone capitò spesso di finire nel fiume. Allora un bambino tenuto in disparte, perché più piccolo e più magro, fu designato raccattapalle. Il bambino correva giù al fiume ed entrava nell'acqua bagnandosi un paio di scarpe che avevano l'aria di essere più lunghe di un paio di misure. Si avventurava attento a non inciampare e poiché s'attardava, gli altri inveivano. Poi il bambino piccolo e magro, riconsegnato il pallone, s'arrampicava sulla bassa tettoia in lamiera di uno sgabuzzino, al limitare del campo, e riprendeva la sua telecronaca: "Albertini, Massaro / Dino Baggio, Roberto Baggio / Gianluca Pagliuca".
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Sofri era a Sarajevo da pochi giorni, all'inizio del 1994, e nella zona del mercato vide una banda di ragazzini, che ciondolavano bighellonando. Pensò di intervistarli ma furono loro, forse attratti dalla telecamera, a farsi avanti. Tutti dietro il loro leader, Fadil, quattordici anni da compiere. Fadil ha una faccia che sarebbe piaciuta a Pier Paolo Pasolini, parla un buon inglese, è sfacciato e simpatico. A Sofri disse di amare il calcio e la pallacanestro, che lui e gli altri si aggiravano al mercato nella speranza di portare a casa un po' di frutta o di pane o qualsiasi altra cosa. Disse che lui e i suoi amici trascorrevano le serate in una cantina, il loro "Club del biliardo"; lì si sfidavano a quindici palle ascoltando musica. "Mi piacciono i Guns 'n Roses" ­ pistole e rose ­ disse Fadil. I ragazzi condussero Sofri al "Club del biliardo". Una piccola cantina con i muri bianchi segnati dall'umidità e coperti di foto strappate dalle riviste, con Madonna, Sharon Stone, a mille ancora. Attorno al biliardo si accalcavano in una decina, vocianti, un gran tifo, risate, tiri sbilenchi.
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Sofri scrisse: "Succede di ricordare i propri anziani genitori nella coppia di coniugi in abiti dignitosamente lisi che escono, sostenendosi l'un l'altra, dall'androne di un palazzo bombardato in cui si distribuisce un chilo di farina e mezza bottiglia di olio, di vedere il proprio professore di liceo nel signore avvilito che offre libri vecchi, una penna stilografica, un cappello, a un angolo di mercatino". A Sarajevo, al terzo anno di assedio, il cibo era finito da un pezzo. La gente si chiedeva se fosse morto prima l'uovo o la gallina. Si potevano trovare poca carne frolla, mele bacate e patate raggrinzite al mercato nero. Del resto era l'unico mercato rimasto. Non c'era luce né acqua. La gente aveva predisposto le grondaie in modo che l'acqua piovana ­ se Dio faceva la grazia di mandarla ­ venisse raccolta e utilizzata. Per strada, raccontò Sofri, "persone spossate dalla denutrizione trascinano piccoli e grandi fardelli, pezzi di legno scovati chissà dove, brandelli di lamiera, taniche di acqua riempite alla coda delle fontanelle, batterie smontate dalle carcasse di automobili. Spingono slittini e carriole di fortuna".
D'inverno il freddo non si poté più combattere adeguatamente. A Sarajevo finirono gli alberi, che la gente abbatté per alimentare le stufe a legna. Un anziano docente universitario mise mano alla libreria. Usò i volumi per scaldare la famiglia. Prima quelli della propaganda serba, poi i manuali, infine i romanzi, con gran dolore. Sofri alloggiò in un piccolo appartamento del quartiere turco. Dormiva in uno sgabuzzino per non disperdere il proprio calore.
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Quando arrivò la primavera, i ragazzini di Sarajevo smisero i giubbotti e i maglioni ed esibirono in piazza le loro costole sporgenti. Sofri disse che sembravano uccellini denutriti. I bambini, qualche pomeriggio, raggiungevano Sofri al bar del Teatro da Camera. Sofri riusciva a recuperare al mercato nero il necessario per una merenda. Una torta, delle bibite. I bambini ingurgitavano la torta spalancando la bocca più ancora che gli occhi. Sofri li inquadrava e chiedeva quale fosse il loro desiderio più grande. Un bambino avrebbe tanto voluto un arrosto. Un altro sognava una banana. Un terzo si sarebbe accontentato di un'altra torta. Un quarto di una Coca cola. Un quinto di rivedere il padre. Una bambina disse che lei sognava un profumo francese. Tutti i bambini avevano, o avevano avuto, un animale. Un bambino raccontò di un suo amico che mangiava qualcosa meno per lasciarlo al cane. Il bambino che voleva l'arrosto, disse che aveva un gatto, ma che ormai era morto. "Come è morto?", chiese Sofri. "Lo ha ucciso un uomo".
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Nei giorni di temporale, i cecchini non avevano voglia di restare allo scoperto sotto il diluvio. Poi vedevano quasi nulla e sparavano poco. I bambini saltavano attorno a Sofri e alla sua telecamera canticchiando una filastrocca: "Quando c'è la pioggia / non c'è la guerra".
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In una notte di luna luminosa, Sofri uscì per le strade di Sarajevo con un grafico, "un giovane uomo". I due comunicavano con un linguaggio di fortuna, poiché il grafico non parlava altre lingue che il bosniaco. Si esprimeva infilando una parola d'italiano dietro a una d'inglese e davanti a una di tedesco e in mezzo a venti di bosniaco. Si incamminarono per la città e il grafico accendeva una torcia elettrica per mostrare all'ospite la devastazione vista di notte. Le case bucherellate, le facciate scrostate, i muri sbrecciati dalle granate, le auto senza ruote e arrugginite, i cumuli d'immondizia al ciglio delle strade, dove cani scheletrici frugavano affamati fra scatolette vuote e lustre. Il percorso fu lungo ma piacevole, ricorda Sofri. Raggiunsero un palazzo, di cui il grafico indicò il portone, intendendo che quella fosse la meta dell'escursione notturna. Ai lati del portone c'erano statue mutilate, una del braccio, l'altra della gamba, coi volti sfregiati. Si infilarono nel portone, pochi metri e imboccarono una scala che conduceva a un cortile interno. C'erano rifiuti, lamiere, cumuli di pietre, stracci luridi, panni stesi, alle pareti intorno finestre dai vetri frantumati, un canestro senza più retina né tabellone, una fontana mezza diroccata e circondata da panchine pericolanti. Due platani scorticati alla base avevano i rami in buona parte amputati. Il grafico saltellando e canticchiando, improvvisando un girotondo, fece intendere a Sofri che attorno alla fontana i bambini giocavano prima di sedersi alle panchine per la merenda. Poi con l'indice disegnò una parabola che fu la parabola di una granata. Mostrò le amputazioni dei platani, e il tronco scorticato. Infine estrasse dal portafoglio una fotografia e la illuminò con la torcia elettrica. La fotografia ritraeva una bambina dai capelli lunghi. "Mia piccola", disse. I due uomini rincasarono poco dopo.
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"Una sinistra che stia dalla parte del pronto soccorso, del diritto e della libertà, dovrebbe incatenarsi nelle piazze, non per accettare, ma per rivendicare l'impiego della forza Onu ­ e Nato ­ contro le bande serbo-bosniache, a difesa dei cittadini bosniaci e della Repubblica di Bosnia-Erzegovina. Dovrebbe manifestare contro il governo russo e il suo cinico sostegno ai criminali di guerra". Adriano Sofri, 27 maggio 1995, l'Unità.
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Racconta Gigi Riva, all'epoca inviato a Sarajevo del Giorno: "Era il maggio del 1993. Ero appena uscito da Sarajevo. Ogni volta dovevo percorrere una strada diversa e in quella occasione dormii a Zagabria. Lì seppi da Sandro Ottoni, un radicale, che anche Sofri soggiornava a Zagabria. Io avevo appena letto un articolo in cui Adriano esortava gli intellettuali europei a intraprendere un digiuno in solidarietà della città assediata. A me sembrava la solita idea demagogica e inutile. Sandro mi disse, vieni a cena con me e Adriano. Ci andai perché volevo discutere di quella proposta con Adriano, che non conoscevo, e pensavo che ne sarebbe sorta una bella polemica. Volevo stanarlo. Così gli dissi, Adriano, se davvero vuoi fare qualcosa per Sarajevo, vienici con me. Lui rispose, hai ragione, ci vengo volentieri. Ci venne".
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La gente si incamminò verso la sinagoga. Erano gli ebrei di Sarajevo. Sarajevo è la città in cui convive la maggioranza musulmana con le minoranze ebraiche e cattoliche. Sofri raccontò che a Sarajevo non c'è una questione ebraica e nemmeno una questione cattolica. Soltanto che quel giorno gli ebrei si incamminarono verso la sinagoga, in fila, e Sofri li filmò e disse: "C'è un'aria da Varsavia 1943, solo che qui l'infamia avviene in mondovisione". Si incamminarono sul selciato sconnesso, fra le solite camionette bianche dell'Unprofor, tenendosi per mano, con i bambini in braccio. Alla sinagoga ci si separava. C'erano dei pullman su cui sarebbero saliti quelli che andavano via, in Germania o altrove, per lavorare e mandare qualche soldo, oppure gli anziani e i malati. Sono immagini di sempre. Gli abbracci, le lacrime, le vecchie curve e mute, un uomo in carrozzella issato a forza sul pullman, in sottofondo lo strillo di un neonato. Infine il rumore dei motori.
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Un Primo Maggio qualsiasi negli anni della Sarajevo assediata. Ci fu una tregua che ebbe termine il giorno prima, il 30 aprile. La gente scese in piazza lo stesso, e in piazza andò anche Sofri. Ci fu un comizio e un uomo arringò la folla esasperata dicendo che in Europa e in tutto il mondo si erano dimenticati di Sarajevo. Che l'Onu aveva spedito a Sarajevo pochi soldati impotenti e che quei soldati erano lì a morire, come i sarajevesi. In un angolo della piazza un drappello di fondamentalisti islamici esagitati inneggiò a Saddam Hussein e incitò alla guerra santa. Restarono lì, isolati. Sofri scrisse che il genocidio antimusulmano è stata una tentazione ricorrente dei nazionalismi maggiori. Scrisse che il vero limite dei musulmani di Sarajevo era quello di essere musulmani senza petrolio. E scrisse di non avere alcuna simpatia islamista: "Penso all'integralismo islamista come all'ideologia più minacciosamente aggressiva di questa fine secolo".
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Ancora oggi la cattedrale di Sarajevo è un punto d'incontro. Un posto d'appuntamenti, dice Sofri. "Ci vediamo alla cattedrale, si dice, da qualsiasi religione si venga".
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Nell'agosto del 1995, Adriano Sofri andò a trovare una sua amica cardiologa, nel centro di Sarajevo. "Sono andato a portare alcune cose. Un po' di soldi, batterie per la radio, sali minerali, un numero di una rivista femminile italiana, cibi in scatola, un pacco di candele, assorbenti igienici, un po' di Lego a pezzetti, qualche indumento". Era l'alba, al termine del coprifuoco, nell'ora in cui i cecchini non erano ancora in piena attività. La cardiologa ha una figlia che si ostinava a mangiare nient'altro che ananas. Sofri trovò anche dell'ananas. "Alcune scatole, per sette marchi l'una al mercato coperto della Città Vecchia". L'ingresso al palazzo era pericoloso perché si doveva attraversare la strada in un punto buono per i cecchini, per quanto assonnati. Sofri attraversò di corsa e cominciò a salire le scale. Niente corrente, niente ascensore. La luce del giorno illuminava soltanto fino al terzo piano, poi l'oscurità si faceva totale e bisognava restare aggrappati alla ringhiera, "sperando che non ne mancasse un pezzo". Al dodicesimo piano abitava una poetessa ­ Ferida Durakovic ­ la cui madre aveva legato uno spago alla ringhiera che le indicasse la fine dell'ascesa. Al quattordicesimo piano abitava la cardiologa. Sofri arrivò con quel tesoro e fu una buona giornata. La cardiologa disse che la notte, se non scendevano negli scantinati, si proteggevano dagli spari e dalle granate accatastando i mobili sulle pareti esterne e quindi esposte. Disse che la bambina dormiva nello sgabuzzino delle scarpe e disse che durante i bombardamenti stavano sdraiate sul tappeto abbracciate. Disse che andava all'ospedale un giorno sì e uno no, aspettando la camionetta dell'Unprofor come si aspetta il tram: la camionetta procedeva a passo d'uomo e la gente le camminava a fianco, chinata, per proteggersi dai cecchini. Disse che quando lavorava, la sua pena per la bimba sola a casa era insopportabile. La bambina non disse nulla di quelle sue giornate solitarie perché era tutta presa dalle scatole d'ananas.
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La gente di Sarajevo continuò a prendere il tram. Sarajevo fu la prima città d'Europa a dotarsi di un tram, nel 1895, e i cittadini ne vanno orgogliosi. Per i cecchini era facile mirare ai tram e colpire i passeggeri. Qualche volta colpirono anche i bambini che per gioco si aggrappavano alla parte posteriore della carrozza.
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A Sarajevo la gente era tutta sdentata, ricorda Sofri. Provate voi, dice, a stare assediati per anni senza poter ricorrere a cure dentistiche. In giro per la città, Sofri riprese belle ragazze coi capelli malamente tinti, con abiti d'emergenza, che raccontavano e sorridevano, e tenevano la mano sulla bocca per coprire la vergogna.
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Il 20 luglio 1995, Sofri scrisse la cronaca di una giornata qualsiasi di Sarajevo. Fu una giornata in cui un bambino di dodici anni venne fatto a pezzetti da una granata che esplose nel bagno di casa sua. Una giornata in cui un uomo alto e robusto impegnò le proprie energie per raccogliere i corpi dei morti sul lungofiume, caricarli in macchina sino a stiparla, inzaccherarsi di sangue le mani e gli abiti, poi entrare in un bar per bere quel che c'era, e per scoppiare a piangere. Una giornata in cui furono diffuse nuove istruzioni per tirare avanti. Consigliabile tenere i rubinetti aperti, se per l'acqua corrente fosse tornata per qualche ora; mantenere, tuttavia, le grondaie collegate alla vasca e ai mastelli per mezzo di un tubo. Trascorrere la notte nei corridoi interni, se possibile. Evitare di uscire in strada; se è necessario uscire, meglio tenersi lontani dai luoghi generalmente frequentati dai bambini: asili, giardini pubblici, spazi aperti vicino al fiume; sono quelli i punti preferiti dai cecchini. Già che si è fuori, raccattare qualsiasi cosa possa servire per alimentare il fuoco, di modo da poter almeno scaldare il latte ai neonati. Se non piove, e manca l'acqua, andare alle fontanelle possibilmente di notte, quando per i cecchini è più difficile centrare il bersaglio.
C'è che i cecchini, e gli artiglieri, erano in grado di colpire una fontanella anche se non la vedevano. Ne segnavano la dislocazione su carte millimetrate, e facevano fuoco quando immaginavano ci fosse la coda. Funzionava così: toglievano l'acqua alla città per qualche giorno, si prendeva la gente per sete, si faceva strage della folla assiepata alle fontanelle.
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"C'è anche, nel caso italiano, una specie di disastroso buon senso pacifista, abbondantemente diffuso fra alti militari e governanti, che somiglia a una filosofia da camerieri: cui i padroni lasciano cortesemente, a volte, dire qualche frase buffa, per rimandarli poi in cucina, a riordinarsi crestina e grembiule, e servire in tavola".
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Nel febbraio del 1994, ci fu la strage al mercato. I sarajevesi stavano ammassati attorno alle bancarelle spoglie e l'esplosione ne uccise sessantotto e ne ferì una moltitudine. La notizia si diffuse in un soffio e Sofri arrivò con la sua telecamera. Filmò i soldati francesi dell'Unprofor che caricavano i corpi dei feriti sulla camionette della Croce Rossa e quelli dei morti sulle camionette della polizia. L'asfalto con pozze di sangue ovunque. Un soldato piangeva. Un altro soldato disse: "Piedi, braccia, teste sfasciate". Volti fissi, volti in lacrime. Una ragazza in piedi dondolava senza espressione. Sofri ritornò qualche ora dopo, quando i giornalisti si erano dovuti rintanare a scrivere articoli dell'ultima ora. C'erano ancora i soldati francesi. I soldati gettavano secchi di acqua a terra, per ripulire. Armeggiavano con le ramazze e con sacchetti di plastica blu, riempiti di resti umani bruciacchiati e sanguinolenti. L'acqua che scorreva si mischiava al sangue formando un rigagnolo orrendo. Un vecchio arrivò e strinse la mano a un soldato francese. Gli parlò mentre il soldato annuiva. Continuò a parlargli e a stringergli la mano, e il soldato continuò ad annuire. Il vecchio si accalorò un po', e per poco. Poi si rivolse alla telecamera di Sofri e gli disse: "Questo è il nostro sangue per l'Europa". Sofri tornò spesso, lì, nei tempi a venire. Filmò il punto dell'esplosione, un buco per terra che nessuno richiuse. Una pozzanghera, nei giorni di pioggia, disse Sofri. Ricordò che la prima volta, in quel mercato, vide un bambino con un berretto di lana azzurro con in grembo un gallo, per il quale pretendeva una cifra abbordabile. Ricordò una capra legata a una ringhiera. Una capra in tempo di guerra, un patrimonio.
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Quando arrivò a Sarajevo, Adriano Sofri pensò di prenderne la cittadinanza. Disse che tutti, in quegli anni, avrebbero dovuto prenderla. Quando tutto era pronto, vi rinunciò. Non voleva si potesse anche soltanto pensare che stava preparandosi una via di fuga, in caso di condanna. La condanna arrivò, e Sofri finì in carcere a Pisa. I suoi amici scrissero al Diario: "La notizia, noi a Sarajevo, l'abbiamo capita così: per molto tempo il nostro amico Adriano Sofri non può venirci a trovare. Non bisogna spiegare a nessuno di coloro che hanno resistito a Sarajevo chi è Adriano Sofri. Oggi qualcuno ci vuole dire che, in nome della giustizia, non può venire a Sarajevo. Abbiamo pensato che dovesse rimanere a Sarajevo". In nome della giustizia, Adriano Sofri non è più tornato a Sarajevo. Fu Sarajevo ad andare da lui. La gente organizzò dei pullman e partì, come quando fuggiva dalla guerra. Arrivarono a Pisa, e al carcere Don Bosco non si era mai vista una ressa simile. (1. Segue)

 

Adriano Sofri uscì di casa, nei suoi primi giorni a Sarajevo, con la telecamera abbassata al livello delle ginocchia. Mentre la gente si affrettava lungo i marciapiede e attraversava di corsa per paura dei cecchini, lui gironzolava così, chino, un po' grottesco, filmando alla cieca a meno di un metro dal suolo e seguendo itinerari tortuosi. Filmò vicoli, cumuli di spazzatura, androni, piccoli nascondigli fra le macerie. Voleva mostrare una città in tempo di guerra, così come la vedono i cani. La tragedia di Sarajevo, spiegò Sofri, è anche la tragedia dei cani. Erano stati retrocessi alla condizione sociale più bassa: randagi. I loro padroni li avevano abbandonati. Sfamare un animale domestico era privilegio che conservarono in pochissimi. Ci fu un tempo in cui i soldati dell'Onu fecero strage di randagi, temendo che potessero portare epidemie; poi la smisero, e le strade di Sarajevo si riempirono di cani. Ciondolavano soprattutto fra le bancarelle del mercato, credendo di raccattare qualcosa, e raccattavano ben poco. Sofri li filmò mentre venivano cacciati dai venditori, mentre infilavano il muso fra le scatolette, ripulendole dalle briciole. Filmò una cagna miserabile, incinta e magrissima. Un cane esausto, sdraiato sull'asfalto, che a ogni esplosione apriva un occhio soltanto, e lo richiudeva subito. Un cucciolo indeciso se avvicinarsi all'uomo con la telecamera, oppure starsene alla larga. Erano cani che in comune avevano le costole sporgenti e la testa bassa. "Si sono resi conto che qualcosa di irrimediabile è successo fra loro e gli umani", disse Sofri. Li inquadrò titubanti sul ciglio della strada. Si vedevano le gambe dei passanti che procedevano senza indugiare. Qualche cane smarrito si intestardiva nella speranza di recuperare un padrone: trotterellava per pochi metri a fianco di un uomo, per poi rinunciare, scoraggiato dall'indifferenza. Ci riprovava, rinunciava di nuovo. Altri cani si radunavano nei pressi del macello, illudendosi che dai rari quarti di bue trasportati a spalla si staccassero delle frattaglie. I lavoratori gridavano minacciosi ai cani che si accalcavano all'ingresso del macello. I cani ripiegavano qualche metro, poi si rifacevano avanti, affamati.
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Fadil, il capo della banda dei ragazzini, stanco di avere la pancia e le tasche vuote, decise di mettersi nel contrabbando. Allestì un banchetto coi pacchetti di sigarette. Spiegò a Sofri che si era fatto prestare cento marchi da un cugino; acquistò dieci stecche di Drina, a dieci marchi l'una, per rivenderle a undici marchi e mezzo. Disse che contava di vendere una quindicina di pacchetti al giorno, di modo da guadagnare in una settimana quindici marchi. Sofri lo filmò durante il suo primo giorno di lavoro. Scalognatissimo: arrivarono i poliziotti e Fadil rifilò la borsa con le sigarette a Sofri: "Di' che è tua". "Così sono diventato complice di contrabbando", disse Sofri.
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Le donne di Sarajevo mostravano a Sofri, con pudore, le foto di pochi anni prima, quando erano ben vestite, ben pettinate, ben truccate, coi denti non ancora guasti. Le donne di Sarajevo sognavano di potersi fare un bagno caldo e di potersi lavare con un bagnoschiuma. Guardavano le partite dei Mondiali di calcio aspettando la pubblicità, specialmente quella della biancheria intima e del caffè. Avevano paura di essere uccise da un cecchino, e che le telecamere riprendessero i loro corpi distesi, e nella confusione la loro biancheria povera e lisa. Cercavano di indossarne sempre di pulita, in omaggio a chi avrebbe raccolto il loro corpo. Continuavano a coltivare e a vendere i fiori al mercato, benché gli acquirenti scarseggiassero. Si affollarono a sbirciare dietro alle vetrine colorate della Benetton, che aprì un negozio nella città assediata, suscitando l'entusiasmo delle ragazze, che pure non avevano soldi per maglioni e camicie. I giornalisti che erano a Sarajevo con Sofri raccontano: "Disse di aver scoperto l'importanza del superfluo, a maggior ragione lì, dove spesso mancava anche il necessario. Si divertiva a pensare a regali voluttuari. Dall'Italia portava jeans, orologi Swatch, scarpe da ginnastica. Alle donne portava dei profumi. Un donna gli aveva detto che avrebbe pagato oro per una saponetta profumata e lui portò a Sarajevo le saponette profumate".
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Ci furono cecchini volontari, e molti. Uno di essi era un cecchino giapponese. Fu intervistato dalla tivù serbobosniaca, e raccontò di essere venuto sulle colline di Sarajevo ad ammazzare la gente per dimenticare un amore perduto. Una squadra di volontari greci fu decorata per i buoni risultati raggiunti. Sofri raccontò che colpire un bambino costituiva un vanto, per i cecchini: bersaglio piccolo, grande onore. La tivù serbo-bosniaca si mobilitava per testimoniare la giustezza al tiro dei cecchini migliori, o dei capoccia che arrivavano apposta da Belgrado per dare un saggio della loro abilità. Uno di loro si appostò dietro le lapidi del cimitero ebraico, si concentrò e fece secco con un colpo solo il primo passante che gli arrivò a tiro. Il passante si chiamava Milo Vasilievic, ed era un fornaio di origine serbo-ortodossa, come il suo assassino.
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"La verità esterna di Sarajevo è questa: uomini sparano sui bambini, ogni giorno, da più di tre anni". Adriano Sofri, l'Unità, 2 agosto 1995.
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A Sarajevo i funerali si celebrarono spesso di notte, ben dopo l'inizio del coprifuoco, per scampare ai cecchini e alle granate. Una notte si celebrò il funerale di Adnan Hadzic, tredicenne. La mattina dopo, gli amici di Adnan andarono a casa di Sofri perché avevano bisogno di vitamine. "Ci servono per il cane di Adnan", dissero. E raccontarono la loro storia. Erano amici di Adnan da sempre, sin dai primi anni di scuola e giocavano assieme a pallone. Quando scoppiò la guerra, Adnan fu mandato in Germania, da certi parenti, con la sorella più grande. Adnan e la sorella furono poi costretti a trasferirsi in un campo profughi ma la vita lì era talmente triste che decisero di tornare a Sarajevo, guerra o non guerra. Quando Adnan tornò, gli amici lo istruirono. Gli spiegarono come e quando ci si muove, quali zone era meglio evitare, da quali punti sparavano i cecchini. Fu durante una di quelle ronde che Adnan trovò un cane per strada, e il cane lo seguì, e Adnan decise di tenerlo. Se lo portava ovunque. Anche nei rifugi, quando scoppiavano le granate. Gli amici dissero che Adnan era quello di loro che più aveva paura delle granate perché non ci era abituato. Un giorno, nel rifugio, sentirono le granate esplodere molto vicine. Poi più nulla e così i ragazzi decisero di uscire per andare a procurarsi un po' di acqua alle fontanelle. Poi però le granate ricominciarono a esplodere un po' ovunque, nella Città Vecchia, e così i ragazzi decisero di ritornare al rifugio. Soltanto che la sorella di Adnan stava niente bene e Adnan pensava che avrebbe dovuto bere un po' di tè. Disse che sarebbe salito in casa a prendere l'acqua e gli amici gli dissero di no, che era troppo pericoloso, di aspettare almeno che smettessero di lanciare le granate. Adnan volle salire lo stesso e mentre era in bagno una scheggia trapassò il muro e due porte e gli si conficcò nel collo, ammazzandolo. Adnan era buono, dissero gli amici e il suo cane era stato ferito da una granata. Lo avevano portato dal dottore che gli dovette amputare una zampa. Forse non sopravviverà, dissero i ragazzi. Per questo volevano le vitamine.
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Quelli furono gli anni, ricorda Sofri, in cui a Sarajevo le generazioni non si distinguevano dalla data di nascita, ma dalla data di morte. I morti del '92, i morti del '93, i morti del '94.
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Una mattina del maggio del 1995, Adriano Sofri e gli altri abitanti di Sarajevo furono bersagliati ininterrottamente, per ore, da colpi di fucile e di mitragliatrice. Le forze dell'Unprofor parlarono vagamente di decine di migliaia di proiettili. A dare il via al fuoco furono i cecchini delle alture di nord-est. Presto si aggiunsero gli altri e così non ci fu angolo delle colline da cui non sparavano di sotto, nelle vie e nelle piazze. La gente rimase rintanata a lungo nelle cantine. Qualche appartamento andò in fiamme. I cecchini si accanirono specialmente sul quartiere di Grbavica, e con successo. La prima a cadere fu un bambina e poco dopo suo fratello. Lei morì, lui venne portato all'ospedale di Kosevo, in fin di vita e poi venne colpito pure l'ospedale. Dalle alture, si seppe nei giorni successivi, erano stati impiegati un migliaio di pezzi d'artiglieria pesante. Quando tornò la quiete, i venditori alzarono il prezzo delle sigarette. I prezzi aumentavano sempre, dopo gli attacchi. Se capitava ­ e capitava spesso ­ che venisse lanciata una granata in un mercato nelle ore di punta, i prezzi andavano alle stelle. "Le granate vanno pazze per i mercati nelle ore di punta", disse Sofri.
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"Dunque, ho letto con costante attenzione il vostro giornale. Ed ecco che sabato, sotto un titolo quasi incoraggiante ­ Il cerchio spezzato ­ leggo le seguenti parole: ' dopo un assedio voluto da tutte le parti in conflitto'. Qui ho sobbalzato. Era infatti una notizia bomba: anche gli assediati avevano voluto il proprio assedio! Sono corso a cercare nelle pagine interne la motivazione di quella notizia sconvolgente e non l'ho trovata di qui a dire che i bosniaci assediati hanno voluto il proprio assedio, c'è un abisso, e sulla sua sponda si affaccia l'infamia". Adriano Sofri, il Manifesto, 20 giugno 1995.
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Disse Sofri che a Sarajevo bisogna stare molto attenti a quello che si dice ai bambini. Una sera stava giocando con una bambina di quattro anni, che saltava eccitata e rideva. Sofri le disse: "Vuoi che andiamo al mare, domani?". La bambina si bloccò e seria e ansiosa domandò: "E' una cosa vera o uno scherzo?".
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Un martedì qualsiasi Adriano Sofri, proveniente dall'Italia, cercò di entrare a Sarajevo insieme con due amici, Edo Smajc e Zlatko Dizdarevic. La strada solita non era percorribile; l'avevano bloccata i serbi. Sofri e gli altri dovettero imboccare la pista sterrata, lunga e impervia, del monte Igman. I soldati bosniaci li bloccarono e dissero: "Non si passa". La strada era troppo esposta e i cecchini avrebbero avuto buon gioco a sparare sull'automobile. Zlatko disse che trasportavano borse firgorifere che contenevano farmaci e il necessario per le operazioni chirurgiche. Allora i soldati confabularono e poi dissero di sì e augurarono buona fortuna ai tre. La risalita fu tranquilla e Sofri ricorda una bella montagna verdeggiante, sebbene gli abeti fossero in gran parte mutilati della cima, per via dei cannoneggiamenti. La discesa non fu altrettanto comoda. Negli ultimi chilometri la strada è completamente allo scoperto e i cecchini serbi misero in moto l'artiglieria e impegnarono anche qualche carro armato. Edo si buttò in discesa a gran velocità e la vecchia Golf rossa non seppe ammortizzare i salti e andò a sbattere sul fondo della carreggiata. Il cambio si ruppe e siccome non aveva più a disposizione una sola marcia, Edo mise in folle e ridiscese così, a rotta di collo, con l'auto ingovernabile sul terreno sconquassato. "Ci hanno tirato addosso con la mitragliatrice, centinaia di colpi, a raffiche così fitte che la strada davanti a noi ribolliva come di una grandinata", scrisse Sofri. A ogni curva affrontata con successo, Zlatko gridava: "Très bien! Très bien". L'auto si sfasciò sulle pietre, nelle buche, passando a razzo sui torrenti e arrivò a destinazione ridotta a un rottame, fumante, con la coppa dell'olio che cascava a terra, incapace di andare avanti un metro soltanto, ma coi passeggeri incolumi. Al posto di blocco, i soldati bosniaci "non sapevano se ridere o piangere", ricorda Sofri. Toni Capuozzo, che in quel tempo era a Sarajevo, dice che Sofri "non è sprezzante del pericolo. Piuttosto, incurante. Un vero incosciente".
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All'aeroporto di Sarajevo, affissero un grosso cartello con scritto a mano: "Maybe Airlines". "Linee aeree forse che sì, forse che no", ci scherza Sofri.
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Adriano Sofri venne raggiunto per telefono, non senza qualche difficoltà, da un giornalista italiano che voleva sapere se si trovasse a Sarajevo per allontanarsi finalmente dalla politica italiana. Sofri disse che da tre anni era persuaso che Sarajevo fosse il cuore della politica italiana ed europea. Prese la telecamera e andò a filmare il punto in cui, nel 1914, Gavrilo Princip aveva assassinato l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo e sua moglie Sofie Chotek. Ottanta anni dopo, Sarajevo era di nuovo l'epicentro di un mondo che si stava sfaldando e che nessuno era in grado di governare. Era la città multietnica che subiva sulla sua pelle i disastri dell'odio razziale, dell'intolleranza religiosa e del pregiudizio pacifista.
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Adriano Sofri scese in strada in una giornata finalmente tranquilla. Le strade, ricorda, erano vuote e l'aria buona. Si diresse verso il centro della città canticchiando per farsi compagnia. Sorpassò una vecchia donna. La donna accelerò il passo e Sofri la sentì alle proprie spalle. Fu d'istinto che la distanziò. Ma la vecchia donna riprese il suo cammino più rapido e affannato e alla terza volta Sofri si fermò e chiese alla vecchia donna se avesse bisogno di qualcosa. Lei si scusò e disse: "Ho sentito che canticchiava e mi sono spaventata, perché uno canticchia quando c'è molto pericolo, per darsi coraggio: così cercavo di sbrigarmi a venirle dietro". Un'altra vecchia donna attraversò il viale dei cecchini, un pomeriggio. Sofrì la filmò. La vecchia donna venne superata da un giovane uomo, che correva chino e zigzagando per evitare di essere colpito da una fucilata. La vecchia donna invece proseguì al passo, con la sua sporta. Poi si girò verso la collina, dov'erano appostati i cecchini. Finì la traversata guardando verso la collina e arrivò dall'altra parte. Una terza vecchia donna parlava al telefono. Parlava con la figlia, disperata, le chiedeva dove diavolo si fosse rifugiata, di tornare a casa. Qualcuno avvertì Sofri che il telefono era staccato, e dall'altra parte non poteva esserci nessuno. Una quarta vecchia donna fu forse l'unica che nei giorni dell'assedio si occupò dei cani randagi. Gli dava da mangiare e a Sofri disse: "Tu che sei italiano, porta i miei saluti al Papa".
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"Chiederei a coloro che si sono messi in coda per imbarcarsi sulla nave di Greenpeace ­ chi di noi non si arruolerebbe? Io, certo, di corsa ­ per fare domanda per azioni altrettanto esemplari in un punto qualunque della Bosnia. Chiederei ai cattedratici d'opinione e di morale che sono riusciti a tenere per tre anni e tre mesi un mirabile silenzio sul genocidio metodicamente perseguito in Bosnia, di restare ancora in silenzio. Grazie". Adriano Sofri, l'Espresso, 28 luglio '95.
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La gente di Sarajevo ricorda Sofri così. Kanita, una insegnante: "Quando tornava a Sarajevo, Adriano veniva sempre a trovarmi e mi portava sempre qualcosa. Un giorno, mentre era qui, a casa mia, una granata scoppiò a pochi metri di distanza. Io gli dissi, pensa che bell'articolo ne uscirebbe, Adriano e Kanita morti assieme. La verità è che se ne trovano pochi di amici così". Kula, un guardiano del tunnel che portava fuori e dentro dalla città: "Lo aiutavo a passare il tunnel. Portava medicine e altro, vestiti, qualcosa da mangiare. Aiutava per come poteva". Gigio, ex croupier del casinò, durante la guerra factotum dell'ufficio di rappresentanza italiano: "Uno spirito pulito". Edo: "Per me è uno dei nostri, uno degli eroi di quella guerra. Abbiamo passato insieme molti momenti difficili. Per me è difficile parlare di lui". Zlatko, direttore di Oslobodjenje, Liberazione: "Mi piacque subito perché non era venuto al seguito di organizzazioni umanitarie o altro. Venne per conto proprio e visse in città con noi. Non era uno di quelli che noi chiamavamo turisti umanitari". Snada, una vedova: "Mio marito era un pittore e Adriano gli portò i pennelli e i colori perché in città non se ne trovavano più. Era simpatico. Portava i fiori alle impiegate della posta perché diceva che erano ragazze gentili". Ismet, un amico: "Ci portò le sigarette e i soldi". Nadira, un'amica: "Quando venne l'ultima volta, mi invitò al ristorante. Da casa mia al ristorante ci sono ottocento metri, ma ci abbiamo messo un'ora per percorrerli, perché la gente lo riconosceva e lo fermava ogni due passi".
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Fu qualche volta difficile, per Sofri, procurarsi le videocassette per la sua telecamera portatile. Spedì in Italia una quantità di ore di girato che alla Palomar di Carlo Degli Esposti montarono per conto di Gianni Minoli. Mixer trasmise sette o otto documentari. Sono reportage, dice Sofri, "svelti e sporchi, realizzati con mezzi non professionali, e soprattutto con la combinazione in una sola persona di autore-reporter e operatore (e fonico e troupe)". Il giorno in cui la comunità ebraica si radunò alla sinagoga per salutare chi partiva, in un'altra piccola diaspora, Sofri era rimasto senza videocassette. Lo disse la sera prima a Miran Hrovatin, spiegando quanto era dispiaciuto di non poter documentare quei momenti. Miran gli diede appuntamento per dopo mezzanotte e arrivò con le videocassette che si era fatto regalare dai giovani giornalisti della Cnn. Miran Hrovatin morì pochi mesi più tardi, in Somalia, assassinato con Ilaria Alpi.
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"Tutti quelli che criticano, in nome di qualunque scelta ­ il realismo, o gli ideali politici, o le idiosincrasie personali ­ la richiesta impellente di un'azione internazionale anche e soprattutto armata, devono dire che cosa a loro volta propongono per rispondere a chi sta morendo, soffrendo, scappando, a chi sta perdendosi d'animo. Se no, non hanno che da tacere". Adriano Sofri, l'Unità, 28 luglio 1995.
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L'assedio di Sarajevo si concluse ufficialmente il 21 novembre del 1995, con gli accordi di Dayton. L'intervento degli americani e i raid della Nato furono decisivi. Mentre la Cnn trasmetteva il solenne momento della firma, a Sarajevo andò via la luce come spesso accadeva e i sarajevesi, disse Sofri, "la loro pace se la sono vista in replay con un giorno di ritardo". E disse che la città non aveva affrontato una guerra "ma una sua truce parodia". Anche la pace aveva avuto qualcosa di caricaturale. La gente l'aveva sognata, la pace, e si era immaginata nelle strade non più bersagliate a salutare i liberatori che invece non vennero mai. Quando Sofri tornò a Sarajevo, nei giorni di Dayton, vide dai finestrini del pullman dei ragazzini con la mano levata, in un gesto che lui credette di saluto. Invece avevano "le tre dita alzate, nel segno ortodosso che ora suona scherno e minaccia". Quella sera, dalle colline, si sentirono detonazioni e si videro i fuochi. Erano quelli artificiali di un uomo che festeggiava il matrimonio della figlia e la gente di Sarajevo guardò su, e quella pirotecnia gli sembrò malinconica e sciagurata piuttosto che lieta. Sofri scrisse: "La domanda senza scampo che si rivolge non solo al fanatismo pacifista e all'ipocrisia di sinistra, ma in primo luogo alle autorità del nostro mondo è una sola: perché così tardi? La risposta non è una spiegazione, è una condanna". La domenica successiva lo speaker della tv di Sarajevo cominciò così il notiziario: "Voi non ci crederete, ma praticamente non ci sono notizie. Questo è un telegiornale del pianeta Marte".

 

Adriano Sofri si imbarcò a Mosca diretto a Grozny nel febbraio del 1997. Il volo era semiclandestino e infatti, una volta a bordo, si rese conto di non avere posto poiché il suo era stato venduto anche ad altri due passeggeri. Non fu l'unica vittima del raggiro. Ci fu chi volò in piedi, reggendosi con la mano come sull'autobus. Altri compirono il viaggio comodi in bagno. Il corridoio era colmo di scatoloni, fagotti, valigie slabbrate, "come una corriera orientale", disse Sofri. Il pilota era un giovane tagiko evidentemente alticcio. Per quello che interpretò come un particolare riguardo, Sofri ebbe il privilegio di rannicchiarsi sotto ai piedi del pilota, in uno spazio ricavato nel muso della fusoliera, che in quel punto era trasparente. "Da lì vedevo tutto il Caucaso". I ceceni erano molto incuriositi dalla presenza dell'italiano. Si domandavano che andasse a fare un italiano in Cecenia, dove c'era pure la guerra. "Non ce ne fu uno che non mi invitò a casa sua perché io avessi da dormire e da mangiare", dice Sofri. Il più insistente fu un ceceno alto e corpulento, coi capelli folti e senza barba che giaceva con lui nella cabina trasparente. "Mi sequestrò", dice Sofri. Pretese che l'italiano fosse suo ospite e gli rivolse domande stravaganti in un linguaggio d'emergenza, in cui entrambi facevano ricorso a quel che possedevano di russo e d'inglese. Voleva sapere quanto costasse una casa in Italia e Sofri sgranò gli occhi e disse che dipendeva da mille cose. "Ok. Diciamo una casa di due piani".
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Quando arrivarono a Grozny, i russi stavano sparando sull'aeroporto. Il ceceno alto e corpulento, Salaudin, non mollò Sofri e se lo portò a casa. Era una casa modesta ­ come quasi tutte le case di Grozny ­ annunciata da un cortile con le galline e il bagno esterno, senza acqua corrente e senza luce, per via della guerra. Lungo il tragitto dall'aeroporto a casa, Sofri imparò che per strada non bisogna fare attenzione soltanto ai pedoni, alle auto condotte da piloti un po' anarchici e dai molti sidecar ammaccati, ridipinti e stipati di gente e di fardelli; bisognava fare attenzione soprattutto alle mucche e ai cavalli, che noncuranti attraversavano la carreggiata secondo il loro imprevedibile capriccio.
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Salaudin condusse Sofri a conoscere i villaggi intorno alla capitale. Uscire da Grozny era impresa tortuosa e non priva di rischi. Ogni poche centinaia di metri si incappava in posti di blocco organizzati dai soldati russi, seduti sui carri, esausti, spesso bevuti. Nel traffico comune si mischiavano i carri blindati dei mercenari. I mercenari se ne stavano sdraiati sopra, con gli occhiali da sole, le bende, le mimetiche grigionere, armati di mitragliatori e lanciagranate. Sofri girava i suoi filmati per Mixer tenendo la telecamera fuori dal finestrino della jeep. Riprese una città devastata dalla guerra. C'erano scheletri di palazzi, case senza pareti esterne, insegne cascanti, alberi piegati, statue monche o decapitate. Non era prudente circolare così, con telecamera puntata. Sofri non lo sapeva e Salaudin non lo avvertì perché non si sarebbe mai permesso di dire a un ospite che fare e che non fare, e perché gli uomini ceceni non hanno paura, né per sé né per gli altri. Sofri ne ricavò dei guai. A un posto di blocco i biondi soldatini russi gli strapparono la telecamera e strillarono imprecazioni e rimproveri. Sofri se la cavò esibendo un accredito giornalistico buono forse a Mosca. "Ma un accredito è sempre un accredito", e la passò liscia. Dopo aver incrociato tre posti di blocco russi, dietro all'angolo si poteva incappare in un posto di blocco ceceno, se così si poteva definire un drappello di indolenti ribelli ceceni, variamente vestiti e calzanti scarpe da ginnastica.
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Fuori da Grozny si sale verso gli altipiani attraverso una terra che Sofri ricorda nera e fangosa. Il sentiero era costeggiato da tralicci di petrolio, oleodotti, tubature dell'acqua calda che i ragazzi bucavano per ricavarne docce di fortuna. La gente allestiva banchetti e vendeva benzina come da noi si vendono caciotte. La benzina era contenuta in grosse bocce di vetro ed era una benzina dal colore verde chiaro. I banchetti c'erano già in città e le bocce costavano mille rubli l'una. Più ci si allontanava da Grozny più i venditori si moltiplicavano, offrendo la loro merce a buon mercato, fino a seicento rubli per boccia. "E' benzina fatta in casa, come altrove la grappa", scrisse Sofri. La gente perforava le tubature arrugginite dell'oleodotto che porta il petrolio dal Caspio verso Ovest, attraverso la Cecenia. Riempiva taniche che caricava sui camion o su carri trainati dai cavalli verso raffinerie clandestine e dozzinali, erette in piena campagna. E si guadagnava da vivere. Il percorso continuava a essere interrotto da posti di blocco russi, presidiati da soldati di leva. I soldati chiedevano sigarette e quando Salaudin e Sofri ripartivano, i soldati facevano fuoco, come per darsi un tono. Sul ciglio della strada, rudimentali cippi ­ adornati con elmetti, stelle rosse e altre chincaglierie ­ indicavano le tombe dei soldati russi. Salaudin e Sofri attraversarono piccole città cecene rase al suolo e disabitate. Piccoli villaggi brulicanti di ragazzini e di furgoni, coi mercatini e i cambiavalute, e i montanari con la circassa, il colbacco d'agnello. Erano paesini in cui la guerra sembrava non essere mai arrivata. I due si fermarono in un villaggio in festa per la fine del Ramadan. Lì ebbero una cena adeguata alla celebrazione. "Latte e panna, formaggi freschi e un salame di bue, un kebab di pastina e carne di pecora piccante, e varie specie di quella che noi chiamiamo insalata russa, con barbabietole, patate, carote; focacce di pane croccante, mele granate e dolci, miele servito in vassoi con i favi", scrisse Sofri.
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Nei villaggi mostrarono a Sofri le videocassette dei giorni dei massacri. "Ci sono donne sventrate, parenti che frugano fra resti carbonizzati e raccolgono in un fazzoletto le reliquie dei loro cari, qualche dente, bottoni".
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Nei villaggi i montanari si salutavano abbracciandosi di lato, anziché di fronte. Le donne restavano ai margini, umiliate da una società patriarcale e dal culto islamico. Lavoravano duramente spendendosi in cucina a ogni ora del giorno, imbandendo le tavole per i mariti e gli ospiti e dileguandosi abilmente. Talvolta rimanevano nei pressi della porta, silenziose, ad ascoltare i soliti racconti di guerra. Dice Sofri che non davano nell'occhio nemmeno quando si ritiravano in latrina, come se aspettassero scrupolosamente l'attimo di non essere viste. Tuttavia furono incaricate, durante la guerra, di trasportare le armi sotto le vesti. A Sofri una di loro fu offerta in moglie e quando disse di averne già una, Salaudin rispose che non importava, che anche lui di mogli ne aveva due, che era contrario alla monogamia e che due mogli era un numero giusto per un uomo. Sofri andava nelle cucine a parlare con le donne e gli uomini del villaggio pensarono che fosse un'abitudine stravagante. Nelle cucine le donne tenevano un comportamento che Sofri definì "quasi sfrontato". Chiacchieravano rumorosamente, ridevano, si abbracciavano, si tormentavano con piccoli scherzi. Sofri pensò che quella fosse "come una rivincita dall'esclusione virile, un'allegria da ora d'aria". Le donne si concedevano qualche spiritosaggine confidata: "Ma quanto sono stupidi questi uomini". Sghignazzavano, si rimettevano all'opera.
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Adem era un guerrigliero. Quando Sofri gli chiese di che si occupasse in tempo di pace, Adem disse: "Borseggiatore d'autobus". Sofri gli regalò la sua sciarpa e Adem gli giurò amicizia eterna. Un giorno dissero che Adem era morto a Grozny. Ma un altro giorno una jeep si fermò al villaggio e sopra c'era Adem. Sofri gli disse che aveva tanto desiderato prendere una corriera diretta a Grozny e di sentirsi sfilare il portafoglio. Adem rise e disse che una ferita al braccio gli aveva tolto l'antica abilità. Non gli restava che fare il soldato, d'ora in poi.
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Durante il giorno, Sofri fu condotto dai bambini lungo i villaggi, negli angoli e nei prati dei loro giochi. I ragazzi poco più grandi cercavano di insegnargli i canti caucasici e gli mostravano le loro evoluzioni in groppa ai cavalli. Tutti chiedevano a Sofri di Adriano Celentano. Qualcuno anche di Toto Cutugno. Un uomo si rabbuiò quando chiese a Sofri se Adriano Celentano e Ornella Muti fossero sposati soltanto al cinema, ed ebbe la risposta che temeva. In molte case era stata affissa la foto di Michele Placido, forte della fama di cui gode in Cecenia per le sue interpretazioni in molte serie della Piovra. I ceceni, dice Sofri, sono mafiosi e adorano la mafia siciliana, o almeno l'immagine che di essa possiedono: "Hanno l'idea che la Sicilia sia ancora un luogo di culto dei vincoli di famiglia, dell'onore virile, del rispetto per le donne, e della giustizia praticata in proprio: cioè degli antichi valori caucasici". E' questa ancora oggi la mafia cecena, che sa dunque essere di una violenza estrema. "Controlla soprattutto, credo, il racket delle protezioni dei nuovi ricchi".
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Italia, disse un uomo a Sofri, è una parola cecena. Significa terra dei dieci vulcani accesi.
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Quando Sofri arrivò in Cecenia per la prima volta, Grozny era praticamente in mano a russi. Quando tornò, l'anno dopo, era stata riconquistata dai ceceni. Tornò anche nei villaggi, e mostrò la videocassetta del documentario realizzato per Mixer. Allora la gente guardava e rideva quando si vedeva inquadrata. Poi chiedeva il fermoimmagine per mostrare a Sofri quelli che nel frattempo erano morti. Era morta una bella ragazza che nel film ascoltava gli uomini appoggiati allo stipite della porta. Era morto un ragazzo che diceva: "Se cerchi un amico vero, vieni in Cecenia, e anche se cerchi un nemico".
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Sulla fedeltà e sulla ferocia dei ceceni, si raccontava una storiella: "I russi, preoccupati dalla crescente forza dei cinesi, decisero di sbarazzarsene ricorrendo ai ceceni. Ne chiamarono il capo e gli dissero di pensarci lui. Il capo chiese solamente quanti diavolo fossero questi cinesi, e quando si sentì rispondere che erano un miliardo e duecento milioni, disse: e dove cazzo li seppelliamo?".
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A Grozny le ragazze non volevano essere filmate. Alcune nascondevano il volto, altre ridacchiavano intimidite e acceleravano il passo. Poche di loro vestivano in uno stile vagamente occidentale. I ceceni vogliono sposare ragazze vergini e per divertirsi ricorrono alle russe. Il mercato ­ il bazar ­ era sempre formicolante. Le donne vendevano sottomarche di profumi, semi di girasole, stoffe, tessuti di astrakan, scope di saggina, bacche di montagna, scarpe, rose rosse d'Olanda e rose nere cecene, torte, copricapi, armi, gioielli, fiori che gli uomini non avrebbero comperato perché si vergognano di regalarne alle donne. Sofri, che passava per un tipo strano, poté comprarne e regalarne senza suscitare scandalo. Quella era la Grozny dalle strade interrotte da voragini, dalle case sventrate. Non una scuola era rimasta in piedi e la biblioteca era un cumulo di macerie in cui non si era salvato nemmeno un libro. Sui muri diroccati c'era disegnato un pugno chiuso con il dito medio alzato e una scritta inneggiava ai Nirvana, la band grunge del suicida Kurt Cobain. Un altro soprassalto d'occidentalismo. Sofri disse che del resto Grozny è sovrastata dal monte Elbrus, poco più di cinquemila metri d'altezza, il più alto d'Europa: "Per ricordarci che l'Europa finisce qui, e forse qui è cominciata".
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Ibrahim, di undici anni, e Rustan, di dodici, scapparono di casa per unirsi ai combattenti. Presero un autobus a Slipzosk ma a Nesterovka incapparono in un posto di blocco, per cui dovettero scendere e battersela. Presero un nuovo autobus che si guastò e così proseguirono a piedi. Ottennero un passaggio da una camionetta e un altro passaggio da un trattore. Aggirarono un posto di blocco e camminarono per molte ore. Bussarono a una casa di campagna dove dalle donne ebbero da mangiare e l'indicazione del posto in cui i guerriglieri andavano a far la legna. Trovarono i guerriglieri che li raccolsero, li tennero con sé per un giorno, li sfamarono e dopo averli presi un po' per il naso li restituirono ai genitori. Il padre di Rustan disse al figlio che avrebbe dovuto parlargliene e finì lì. Il padre di Ibrahim fu più severo, impose al bambino di stendersi bocconi, al buio, con le mani dietro alla schiena, la faccia a terra, immobile, per tutta la notte. Le donne pregarono a lungo l'uomo di soprassedere e raggiunsero lo scopo soltanto dopo sei ore di esortazioni. L'uomo disse a Sofri che a quattordici anni è giusto combattere per il proprio paese, ma a undici è presto.
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Gli eroi ceceni sono i briganti ribelli, gli abrek, quelli che lasciano la casa, i genitori, le mogli e i figli per rifugiarsi in montagna a coltivare la vendetta. Gli eroi sono quelli che da feriti rifiutano l'anestesia, perché hanno il disprezzo del dolore. Gli eroi sono quelli che dormono su una pietra con un piede poggiato sull'altro, di modo da svegliarsi se il piede in equilibrio cedesse per il sonno divenuto troppo profondo. Gli eroi, hanno spiegato a Sofri, sono quelli che "braccati sul bordo di un abisso, si gettano nel vuoto tenendo fra le mani una grossa pietra cui si sono legati, e la lasciano cadere poco prima di toccare il suolo, per attutire il colpo. E da allora i loro inseguitori li credono capaci di volare".
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I ceceni chiamano il loro paese Noqhci. Significa "il paese di Noè".
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I ceceni rapirono tre volontari di Intersos, tre italiani. E poi rapirono anche un fotografo, pure lui italiano, Mauro Galligani. I ceceni sono sequestratori abituali. A quel tempo nascondevano centinaia di ostaggi, non necessariamente stranieri. Se li scambiavano fra bande. Molti ne ammazzavano. Adriano Sofri era in Italia e dopo parecchie titubanze decise di tornare in Cecenia per far leva su Salaudin e sulle altre amicizie, e ottenere la liberazione dei quattro italiani, uno dei quali, un volontario, conosceva da tempo. "Non ho avuto grande collaborazione dalle organizzazioni governative italiane, ma non vorrei parlarne. Questa è un'altra vicenda da cui ho rimediato soltanto grane", dice Sofri dal carcere di Pisa. Tornò dunque in Cecenia e Salaudin si sentì sottoposto al vincolo dell'amicizia e dell'ospitalità. Di giorno Sofri e Salaudin chiedevano udienza ai ministri, ai capi politici e militari, a chiunque avesse potere di controllo sui territori ceceni. Di notte risalivano le strade di montagna o percorrevano quelle di pianura per raggiungere i villaggi. Gli anziani uscivano e ascoltavano la storia degli italiani scomparsi. Sofri sentiva Salaudin pronunciare la parola "hasch", che significa ospite, e la parola "duottah", che significa amico. Gli anziani promettevano di rivolgersi ai figli e ai nipoti, per sapere se sapevano. Sofri e Salaudin dormivano nei villaggi e la mattina dopo i figli e i nipoti ascoltavano gli anziani, rispondevano di non saperne nulla, promettevano di drizzare le orecchie. Sofri e Salaudin giravano di paese in paese sulla jeep senza frizione, dall'incedere singhiozzante, lungo mulattiere sconnesse.
Capitava che qualcuno raggiungesse Salaudin per informarlo che gli italiani erano stati avvistati, ma saltava sempre fuori che erano altri sequestrati, "russi, armeni, tagiki, slovacchi". Nei villaggi, Salaudin e Sofri ebbero yogurt, panna, mirtilli rossi che Sofri ricorda squisiti, la cirinscià, una radice di montagna dal sapore di cipolla, burro, uova. Ma soprattutto carne e siccome Sofri non la ama, Salaudin andò al mercato ad acquistare un enorme storione che di lì in poi i due si sarebbero portati appresso, per il buon appetito di Sofri. La ricerca si fece presto disperante, dice Sofri: "Russi, doppiogiochisti, speculatori per denaro o per millanteria, guerrieri ingusci e ceceni, mediatori veri o falsi inviati da chissà chi. Ogni mattina arrivano da Salaudin persone che bevono il tè e fanno il loro rapporto sui posti visitati e sulle voci raccolte. Qualcuno ci avverte che a Grozny si dice che io e Salaudin ci siamo messi in affari insieme, e che sono qui per questo, non per gli italiani".
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Fu allora che Sofri conobbe Shamil Basaev, il capo dei guerriglieri ceceni, un eroe per il suo popolo, uno spietato terrorista per Mosca e per Washington, che lo considera alle stregua di bin Laden. Allora Shamil aveva soltanto trentadue anni e una fama guadagnata dirottando un aereo turco, per fermare l'intervento russo contro l'insediamento di Djokhar Dudaev a Grozny; partecipando alla difesa contro il golpe a Mosca; guidando la resistenza cecena ai georgiani; difendendo il palazzo presidenziale di Grozny, da cui uscì per ultimo, e guidando la controffensiva cecena. "Molti mi rimproverano certe frequentazioni, ma in fondo quelli erano i capi di un governo riconosciuto", dice Sofri. Basaev si fece riprendere e intervistare da Sofri, gli parlò dell'oppressione e di quanto fosse determinato a liberare il popolo ceceno, a qualsiasi costo.
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In uno dei villaggi, una sera, ora tarda. Salaudin e gli altri parlavano fitto. Uscivano e rientravano di casa. Sofri notò che non posavano mai il kalashnikov. Quando si fece mezzanotte Salaudin disse a Sofri che sarebbero usciti, per tornare di lì a non molto, e che lui stavolta non sarebbe potuto venire. Salaudin uscì col kalashnikov, "cosa per lui insolita", disse Sofri. Salaudin e i suoi incontrarono un capobanda incappucciato. Il capobanda chiese chiese a Salaudin di giurare sul Corano che non avrebbe mosso mano contro i rapitori. Salaudin giurò. Disse, lasciamo perdere il Corano, basta la mia parola. Dopo un'ora Salaudin rientrò. Trascorse un'altra ora, e Sofri sentì un'auto arrivare e fermarsi fuori dalla casa. I tre italiani furono condotti dentro e quando riconobbero Sofri, seppero che la loro prigionia era conclusa. Si sedettero, respirarono un po', poi estrassero dalle tasche del pane duro e un cartoccio con lo zucchero, per sfamarsi. Poi sarebbe stato liberato anche il fotografo, Mauro Galligani.
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Salaudin regalò a Sofri una spada daghestana "di argento e filigrana". I fratelli di Salaudin se la "passarono di mano in mano, saggiandone con competenza il filo, e lodando il disegno". Salaudin spiegò a Sofri che in Cecenia si chiamano fratelli anche i cugini, fino al settimo grado. Poi gli raccontò la storia della sua famiglia, maledetta generazioni prima da un diavolo maligno, che avevano catturato e incatenato. Il diavolo si vendicò con un terribile sortilegio, e da allora tutti i maschi della famiglia di Salaudin furono condannati a perdere la vita prima del quarantesimo anno d'età. Salaudin aveva allora trentasei anni e disse che nessuno ricordava un uomo della sua famiglia scampato al destino. Soltanto suo padre, forse perché il diavolo s'era distratto, oppure aveva esaurito la sua rabbia.
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Oggi Salaudin ha quarantadue anni. La maledizione ha risparmiato anche lui, ma soltanto in parte. Ora Salaudin è in carcere in Russia, accusato di essere uno dei capi dei sequestratori ceceni.

La Rivoluzione, un anno dopo. Era il 1980. A Teheran lo scià non c'era più, ora c'erano gli ayatollah. La Rivoluzione s'era messa sotto i calcagni l'imperialismo. Adriano Sofri ed altri di Lotta Continua ­ il giornale, perché il movimento politico era stato sciolto quattro anni prima ­ andarono in Iran. Adriano Sofri scrisse: "L'Iran segna una ulteriore vistosa tappa nella crisi delle analisi tradizionali della sinistra". E scrisse: "Siamo interessati a indicare, almeno a suggerire, la tendenza che processi sociali riformatori o rivoluzionari hanno, dietro le ideologie più diverse e contrastanti, a riprodurre comportamenti e modi di pensare affini". E scrisse, ancora: "Di fronte all'Iran di oggi, ciascuno è indotto a chiedersi se la società 'rivoluzionaria' sia migliore o peggiore del vecchio regime". Al ritorno, all'inizio del 1981, Sofri e gli altri pubblicarono pagine ­ un quaderno dal titolo "Iran, il mare fra le dita" ­ che allora avevano il sapore dello scandalo, e oggi quello della storia che si insegue in eterno.
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I colonnelli del vecchio regime furono dichiarati nemici del popolo e dell'Islam. Il Tribunale della Rivoluzione Islamica diffuse un proclama che valeva per i colonnelli del regime vinto e per tutti i nemici a venire: "Le Guardie della Rivoluzione si rendono ben conto che, quando sparano dei proiettili, non è per distruggere il corpo di un traditore, ma per distruggere il tradimento, l'egoismo, l'ambizione, la rilassatezza. La vittoria dei deboli sui forti è, al tempo stesso, la vittoria dell'unicità divina sull'ateismo. Le Guardie della Rivoluzione non cercano la morte ma la scomparsa del peccato. Le Guardie della Rivoluzione hanno un altro fine, più elevato. Essi dirigono, in realtà, il loro mitra contro se stessi. Lottano contro il proprio peccato. Annichiliscono i propri sentimenti colposi. E' l'epurazione attraverso la morte. Essi si mettono al posto del fucilato e, nella stessa occasione, si sbarazzano dei loro peccati e di tutto ciò che potrebbe fare di loro, un giorno, dei tiranni".
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Khalkhali era l'hojatoleslam. Il suo compito era quello di combattere i traffici e il consumo di droga. Sul giornale di Adriano Sofri, comparve un'intervista con lui. Gli chiesero se le fucilazioni pubbliche avessero uno scopo didattico. "Sì, lo facciamo perché è la legge del Corano. Il Corano dice: quando dovete punire, uccidete uno, chiamate gli altri che vedano e imparino. Ciò è necessario per purificare la società. Gli uomini prendono lezione da ciò che vedono, perché l'uomo può imparare. Se l'uomo riesce a vedere dove si può finire allora impara e non fa quel che non deve fare. Questo per noi è un dovere morale, giudicare in modo da uccidere quanti si macchiano di cose immonde, gli impuri e i corrotti, è necessario per salvare la società. Come si può parlare di diritti dell'uomo se poi si lasciano vivi gli spacciatori di droga?". Gli contestarono che i tribunali islamici non garantivano diritti agli imputati. "Non è vero, l'imputato si può difendere. Ma prendere un avvocato fa perdere solo tempo, non è una cosa che serva. Il nostro Corano non dice che uno che ha fatto male, che ha commesso reati, deve prendere al processo un avvocato per difendere il suo diritto. E poi che cosa fa un avvocato? Cerca di liberare uno che deve essere fucilato. Imposta la difesa in modo da portare fuori dal tribunale anche i veri criminali. Questi sono i vostri avvocati, questo è il mestiere di avvocato. Da noi non è così. L'Islam ha un'altra regola. Noi difendiamo il diritto degli spacciatori, perché noi siamo giudici. E il giudice deve essere giusto: secondo l'Islam il giudice deve essere onesto, sincero. Così, secondo i comandamenti dell'Islam, noi siamo anche gli avvocati di quelli che processiamo, siamo gli avvocati di quelli che fuciliamo".
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Una donna raccontò ad Adriano Sofri che due uomini, Caino e Abele, si innamorarono della medesima donna. La donna amava Abele. Non Caino. Caino perse la testa e uccise Abele. "Il primo assassinio coincise dunque con la prima violenza contro una donna", disse a Sofri. "Da questo atto di violenza contro un uomo e una donna è nato il potere", gli disse e concluse: "Da un rapporto sessuale violento nasce la società fondata sui rapporti di forza". Sofri spiegò ai suoi lettori che le donne parteciparono alla Rivoluzione, nel 1979. Scesero in piazza a combattere lo scià, lo sfruttatore del popolo, il complice dei peccatori occidentali, l'imperialista. Le donne indossarono il chador, come simbolo della libertà ritrovata. "E' per noi una bandiera di lotta, di riconquista di un'identità", dissero. Gli uomini dello scià, negli anni precedenti, andavano nelle strade a strappare il chador di dosso alle donne. Loro se n'erano ora riappropriate e lo esibivano nelle riunioni che tenevano nelle moschee. Duecento donne formarono un collettivo islamico, raccontò Sofri, per studiare, per discutere, per emanciparsi dai padri e dai fratelli, che le soggiogavano. Khomeini si rallegrò, per il chador. "Le donne non devono dare scandalo", disse. Le donne festeggiarono l'8 marzo nelle piazze. Erano donne che si erano laureate e che lavoravano. Disse Sofri che erano viste come "la piaga moderna che lo scià aveva ricavato dentro la società iraniana". I cortei delle donne furono dispersi dalla violenza degli hezbollah. E dietro gli hezbollah "ci sono tutti i maschi iraniani: c'è la paura di perdere il controllo sulle 'proprie' donne", scrisse Sofri. E scrisse delle lapidazioni delle adultere, della fucilazione degli omosessuali e dei "perversi". Scrisse: "L'Islam per le donne non è stato liberazione. L'apologo si è rovesciato. La colpa non è più di Caino, è della donna amata".
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Adriano Sofri: "Per chiedersi se il regime odierno segna un passo avanti rispetto a quello dello scià occorre chiarire i propri criteri. Discutere della libertà oggi in Iran vuol dire prima di tutto discutere della libertà delle donne".
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In Iran, Adriano Sofri fu accompagnato da Randi Krokaa, la donna con cui ha vissuto in questi anni. Randi è norvegese, e in Iran scattò le foto per il giornale. Dei contadini iraniani chiesero a Sofri quante pecore volesse per Randi.
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"Ricordo una ragazza di Teheran, che ogni mattina, in segno di sfida, usciva col viso truccato, e ogni mattina le prendeva, regolarmente", racconta Sofri dal carcere di Pisa.
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"Si arriva a Kermanshah da Teheran dopo cinquecento chilometri di strada e saliscendi, fino a poco meno di tremila metri di altitudine". Anche lì, era tempo di guerra. La guerra con l'Iraq. Lungo la strada per Kermanshah, Sofri vide quella che si chiamava la zona agricola, e disse che il concetto di agricoltura, da quelle parti, era piuttosto vago: "Si semina e si ripassa a raccogliere sei mesi dopo". "Kermanshah è come un enorme accampamento, disteso su e giù per i colli, brulicante di mercatini e di persone, quattrocentomila abitanti, e la massa di gente che viene di giorno a vendere e comprare. Al tramonto, all'improvviso, bancarelle e persone scompaiono, e l'accampamento diventa buio e vuoto, e solo le raffiche frequenti delle mitragliatrici dai tetti delle case strappano il silenzio". A Kermanshah tre Mig iracheni avevano bombardato colpendo tre scuole. Sofri ne visitò una. Era una scuola riservata soltanto alle prime due classi, e quindi frequentata da bambini di sei e sette anni, al massimo otto. Sedici classi. Dieci del primo anno, sei del secondo. La mattina in cui la scuola fu bombardata, il direttore aveva radunato i bambini nei corridoi al piano terra. Era scattato l'allarme, e il direttore aveva considerato fosse più prudente evitare che i bambini tornassero a casa, e che si esponessero per strada. Il direttore parlò ai duecentottantasette bambini radunati davanti a lui. Si sentì il rombo crescente degli aerei in avvicinamento. Poi si sentirono le bombe esplodere e infine i colpi fitti della mitragliatirce. La scuola fu centrata e crollò parte dei soffitti e dei muri. Tredici bambini morirono seppelliti dalle macerie, quattro morirono mentre li trasportavano all'ospedale. Altri ancora nei giorni successivi. Un'ottantina di bambini restarono mutilati e sfigurati. Questo raccontarono a Sofri e Sofri lo scrisse. Domandò se ci fosse stata possibilità di errore, se nei pressi ci fossero obiettivi strategici, ma il direttore disse di no: "Ci sono soltanto case di abitazione, bancarelle, un ambulatorio. E poi le scuole colpite sono state tre. Una era vuota. In un'altra scuola media sei ragazzi sono morti, molti sono stati feriti. Nessun errore". Il direttore disse di non aver visto i corpi dei bambini morti, ma soltanto pezzi dei loro corpi e le loro scarpe e i loro abiti fra i calcinacci. Mostrò quel che restava dei sillabari e i fori dei proiettili nelle pareti. Disse che i corpi lui non li aveva visti, ma i bambini non erano mai più tornati alle loro case.
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Un bambino disse: "Io sono musulmano, la guerra non mi fa paura". Un altro disse: "Sono caduto giù, e a fianco a me c'era il mio fratello più grande morto". Un terzo bambino disse: "Gli iracheni mandano gli aeroplani perché non sono musulmani".
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In Iran, come ogni anno, si celebrò il Moharram, il mese del lutto. Si tenne la processione dell'Ashura e Sofri vide uomini e bambini con sudari candidi e qualche volta macchiati del sangue delle capre sgozzate. Altri uomini e altri bambini avevano invece lunghi abiti neri, e avanzavano lentamente, "in una specie di danza funebre". Gli uomini e i bambini si battevano i pugni sul petto producendo un grave e misurato rullo di tamburi. C'erano poi bambini che impugnavano catene a più code, come fruste metalliche, e si flagellavano. Dietro seguiva il corteo delle bare portate a spalla, e ogni bara era il simbolo di un martire. "Salmodie tristi e suggestive vengono cantate lungo tutto il percorso". Un uomo mascherato da tigre saltava sulle bare e poi a terra, inseguendo i bambini più piccoli, che fuggivano ridendo e gettando pugni di sabbia contro la tigre. Era la parte carnevalesca e più stridente, dice Sofri, di una rappresentazione cupissima. Anche le donne prendevano parte alla processione, restando in disparte, camminando e nient'altro, coperte di veli neri.
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Adriano Sofri disse di aver visto in Iran la stessa "predilezione per la tabula rasa" di cui diede uno spettacolare esempio la Rivoluzione culturale cinese. Vide le statue fatte a pezzi, e ridotte a piedistalli che non reggevano più nulla. I rivoluzionari si vendicarono contro i simboli della grandezza criminale dello Scià. E bucherellavano sulle banconote gli occhi dello Scià, fintanto che non ne furono disegnate e stampate di nuove.
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Khalkhali ­ "il giustiziere sommario della Rivoluzione islamica" ­ si concesse il privilegio di minare personalmente il mausoleo di Reza Scià, il fondatore della dinastia Pahlavi. E personalmente fece brillare l'esplosivo e crollare il mausoleo. Khalkhali disse che quelle pietre erano grondanti del sudore e del sangue del popolo oppresso e sfruttato e disse che fine migliore non avrebbero meritato. E disse che non soltanto il mausoleo, ma mille altri monumenti erano stati eretti sulla pelle dei diseredati di ogni tempo, e che bisognava raderli al suolo. Disse che presto le bombe della Rivoluzione avrebbero datto scempio di quelle testimonianze dell'ingiustizia: innanzitutto le tombe di Dario, di Serse e di Artaserse a Naq-e-Rostam, e poi le rovine di Persepoli, la città vietata. Gli uomini di Khalkhali andarono così a Persepoli, coi bulldozer e le mine, "guidati dall'inaudita intenzione di spianare le vestigia di palazzi sopravvissuti a venticinque secoli di malanni". Furono gli operai a sbarrare loro il passo. Sessanta operai, quelli addetti ai cantieri allestiti per il restauro e il mantenimento dei palazzi, dei monumenti, dei sepolcri. Sofri raccontò che gli operai si erano schierati brandendo pale e picconi, e qualcuno sfoggiando il fucile. Dissero che prima di passare sulle rovine, gli uomini di Khalkhali avrebbero dovuto passare sul loro corpo. Si arrivò a un passo dallo scontro, ma dopo un poco gli uomini di Khalkhali si consultarono e decisero di tornare da dove erano venuti, lasciando erette quelle pietre millenarie, e gli operai orgogliosi di averla spuntata. Sofri informò che, naturalmente, agli operai interessava poco delle rovine. "Erano ferventi islamici almeno quanto gli attaccanti, e non erano mossi dall'amore acquisito per le antichità o le belle arti, bensì dalla più prosaica difesa del posto di lavoro". Ma aggiunse: "Ciò non toglie che se Persepoli continua a custodire per il mondo intero la sua suggestione, lo si deve esclusivamente all'ostinazione corporativa di quei sessanta lavoratori".
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In Iran, fu proibito il caviale. E siccome non lo si poteva vendere nei bazar, e ce n'era in abbondanza, Sofri e gli altri ne trovarono a due lire. Il caviale era stato proibito perché con la Rivoluzione era arrivata una particolare interpretazione di alcuni versetti del Corano. Un versetto fu interpretato nel senso che tutto ciò che striscia o comunque è liscio, era impuro e immangiabile. Così il caviale. La nuova norma si rivelò particolarmente svantaggiosa e nacque l'esigenza di superarla. Per l'occasione fu dunque convocata una sorta di concilio di ayatollah, che si riunì attorno a uno storione per passarne sul corpo un filo di metallo. Al termine dell'operazione si stabilì che il caviale era viscido, ma lo storione squamoso. Il caviale venne riabilitato alla condizione di compatibilità con Dio, e uscì dall'illegalità.
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Adriano Sofri e Randi andarono nella regione di villeggiatura dello Scià. Non c'era più nessuno. Le serrande erano abbassate, gli alberghi in fallimento ma costretti all'apertura da imperscrutabili ragioni statali. Sofri e Randi andavano negli alberghi e mangiavano da soli in stanze enormi, circondati da decine di camerieri. Erano talvolta accompagnati da un giovane che aveva avuto una licenza premio per aver fatto fuori da solo un tank iracheno. Il giovane combattente amava portare Sofri e Randi sulla barca, nel mar Caspio. Il suo divertimento era di girare attorno alle navi sovietiche, per drizzarsi sul ponte e lanciare i suoi insulti.
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Adriano Sofri scrisse: "Nel giardino del Golestan, tra i platani secolari, un padiglione ospita il Museo etnologico. Tre mesi dopo la Rivoluzione, è stato chiuso. Si imputa, per ragioni che mi sfuggono, all'etnologia e all'antropologia di essere state terreno particolarmente favorevole alle strumentalizzazioni della Savak, l'odiosa polizia politica del passato regime". Le Università erano state chiuse. Restavano aperte soltanto le facoltà di medicina, perché la guerra non richiedeva soltanto soldati, ma anche medici. Tutti gli altri corsi di studio erano stati sospesi provvisoriamente, come qualsiasi altra attività culturale. "E' paradossale, scrisse Sofri, che a due anni di distanza da una così compatta rivoluzione popolare si faccia già sentire una cultura della nostalgia, se non per lo Scià (nessuna persona decente in Iran poteva non aborrire lo scià) almeno per il tempo andato".
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"L'integralismo clericale soffoca la vita quotidiana, ne espelle, prima ancora che le libertà civili, il gusto per il bello e il senso del piacere".
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A Dezful c'erano case di una stanza soltanto abitate da sei, sette, dieci persone. Molte case erano state sbriciolate dalle bombe sganciate dagli aerei. Altre mancavano delle pareti esterne, e le gente sembrava esibita in vetrina. Le donne lavano i panni e i ragazzi si facevano il bagno, sfruttando l'acqua del fiume Dez. Sofri e gli altri erano arrivati dopo un lungo viaggio, durante il quale si erano cibati quasi soltanto di meloni e cocomeri. Visitarono un quartiere e seppero che lì erano rimaste uccise più di sessanta persone. Arrivò una vecchia e ai visitatori stranieri gridò trafelata che lei era da un'amica, quando cominciò il bombardamento. Sentì tremare la terra e quando il bombardamento finì tornò a casa correndo, e lì trovò tutti morti, suo marito e i suoi figli. Questa è la mia casa, disse indicando tre muri diroccati e il solito cumulo di macerie. Qui c'era la cucina, disse, e qui la camera da letto. Un'altra donna con i piedi ustionati e bendati raccontò di aver visto un bambino di tre mesi morire incendiato e di aver visto una donna incinta con le viscere di fuori.
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Sulla strada che esce da Ahvaz, Sofri vide le lunghe file degli sfollati. Fuggivano stipando i camion e gli autobus di fagotti e di poco cibo. In dieci su un'automobile scalcagnata. La gran parte a piedi. Quando incrociavano qualche straniero, gli sfollati alzavano le dita in segno di vittoria e gridavano gli slogan islamici della Rivoluzione. Qualcuno diceva che Saddam Hussein era come Hitler.
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L'ayatollah Khomeini tenne una sua lezione: " ecco perché il governo islamico è il governo della legge divina. La differenza fra il governo islamico e i governi costituzionali, siano monarchici o siano repubblicani, consiste nel fatto che i rappresentanti del popolo o quelli del re sono i soli che codificano e legiferano, mentre il potere legislativo è riservato a Dio, sia lode a Lui, e nessun altro ha il diritto di legiferare e nessuno può governare se il potere non gli è stato conferito da Dio. Il governo islamico è il governo della Legge e Dio solo è il sovrano e il legislatore".
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Al termine del viaggio, Sofri annotò: "L'islamismo è sì strumento della riscossa nazionale, ma è anche, per eccellenza, religione e ideologia sovranazionale: ciò che, a somiglianza del primo e primitivo terzinternazionalismo comunista, fa della Rivoluzione islamica in Iran nient'altro che un passo sulla via della Rivoluzione islamica internazionale".
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"La guerra mi fece una profonda impressione. Fu la mia prima guerra. Vidi per la prima volta gli effetti dei bombardamenti aerei, a Dezful. C'erano le case sventrate, senza pareti, e si vedevano dentro i resti bruciacchiati dell'arredamento. Era come spiare nella vita quotidiana e offesa della gente. Mi diede soprattutto un senso tremendo di indiscrezione per l'intimità rivelata. Il fatto è che la nostra generazione era cresciuta sentendo dai padri e dalle madri i racconti delle città bombardate, ed erano racconti così crudi e così sentiti che avevamo semplicemente e profondamente escluso che quegli eventi potessero ripetersi. Avevamo escluso che la nostra generazione potesse convivere con una guerra. Insomma, avevamo escluso la guerra come eventualità, credevamo di aver vinto i batteri della guerra e pensavamo a costruire un mondo nuovo. La guerra era stata letteralmente cancellata dal nostro orizzonte psicologico. Quindi per me fu traumatico vedere, e toccare con mano. Fu un'esperienza di gran lunga più importante che tutti gli anni di Lotta Continua. Perché da un certo punto in poi devi ammettere che non c'è niente di impossibile. Che nessuna conquista è per sempre". Adriano Sofri, dal carcere di Pisa, uno degli ultimi pomeriggi del 2001.