Il prigioniero Adriano Sofri

di Mattia Feltri

(da "Il Foglio", gennaio 2002)


Pisa. Bisogna varcare quattordici porte per raggiungere la cella di Adriano Sofri, nel carcere Don Bosco di Pisa. Porte o cancelli. La prima è quella che dalla strada introduce al penitenziario. Ci si infila in una guardiola. Si motiva la ragione della visita. Se la ragione è valida, viene aperta la seconda porta e si accede a un'anticamera. Si esibiscono permessi ministeriali, documenti d'identità, tesserini professionali. In cambio si ottiene la chiave di una cassetta di sicurezza dove si deposita il telefono cellulare. L'anticamera è ampia. Fa freddo. Gli agenti si ritrovano alla macchina del caffè e fumano una sigaretta. Parlano di turni, di ferie, di permessi, di superiori. Altri passano senza fretta trasportando faldoni o incartamenti. Ci sono facchini che accatastano scatoloni: roba per i detenuti che va controllata. Una guardia arriva e apre la terza porta armeggiando con un mazzo di chiavi che ha l'aria di pesare un quintale. Si attraversa un corridoio esterno e tramite la quarta porta si rientra nell'edificio. C'è un nuovo controllo, si lasciano borse e cartelle in un ripostiglio. Un'altra porta, poi si è condotti nella stanza dell'incontro, separata dalla cella di Sofri dalle rimanenti nove porte, dai corridoi, dall'aria, dal braccio. La stanza sarà cinque metri per tre, è arredata con un tavolo e con sedie da ufficio postale. Le pareti sono bianche e la luce al neon. Sofri oggi è vestito di blu. Dopo un paio d'ore fanno male gli occhi e si fa fatica a mettere a fuoco. Si ha l'impressione che i muri avanzino e che la figura di Sofri venga risucchiata. Lui ha intrecciato le dita dietro alla nuca e fa stretching alla schiena. Sorride e dice che la vista lì dentro va a farsi benedire ben presto. "Già nei primi giorni i malanni della vista sono allarmanti", dice. C'è il neon anche nelle celle. Proibite altre forme di illuminazione, "niente lampade da tavolino o da letto". Un ex detenuto, con il tono di chi la sa lunga, la sera prima aveva raccontato di essere entrato in prigione con uno e settantacinque di miopia e di esserne uscito con tre e settantacinque. "Il tuo sguardo si può estendere al massimo da qui a lì, poi c'è un muro bianco", aveva detto. Gli occhi altrui arrossati convincono Sofri a uscire dalla stanza del colloquio per spegnere la luce, ma qualsiasi secondino passi di lì controlla dallo spioncino e la riaccende. Ci vogliono preghiere insistite per ottenere finalmente il buio.
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Ci sono occhi che dolgono dopo due ore e poi ci sono gli occhi di tutti gli altri. Gli occhi di Adriano Sofri, per esempio. Le sue ore in compagnia dei muri bianchi e della luce al neon sono in questo momento quarantamila e trentadue, mille e 668 giorni. E' un bel tema, quello degli occhi. Sofri fa notare che il concetto di "a perdita d'occhio" qua dentro non ha più senso. C'è un concetto di "a perdita di vista" e non uno di "a perdita d'occhio". Sostiene che "il detenuto deve cercare dentro di sé, contro il rumore e contro il tempo frantumato a forza, il silenzio e la concentrazione necessari a restituire un orizzonte allo sguardo". Ma è difficile quando può capitare che uno non sia più nemmeno padrone di spegnere e di accendere la luce. Sofri, come gli altri, ha l'interruttore fuori dalle porte della cella. "Le porte", perché sono due: quella della cella e quella blindata esterna, che dà sul corridoio. Bisogna chiedere alla guardia la cortesia di premere il pulsante, e alla decima volta la guardia non è così ben disposta. Diventa scocciante per entrambi. Allora ci si ingegna con una scopa, la si allunga fuori con tutto il braccio dallo spioncino, la si comincia a sfregare contro la parete alla ricerca dell'interruttore, si va per tentativi. Alla lunga si diventa scafatissimi. Ci si chiede che senso abbia mettere l'interruttore fuori dalla cella. In galera c'è il terrore che i prigionieri si facciano del male. Ma non può essere questo il caso, visto che la presa della corrente è invece interna. Al Don Bosco si sono posti il problema. Se n'è occupato anche il direttore, ma non ha saputo venirne a capo: incomprensibile. Mettere mano all'impianto sarebbe venuto a costare troppo e così gli interruttori sono rimasti fuori, e le scope dentro.
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Dice Adriano Sofri che in carcere è tutto orrendamente ciclico. Si gioca soltanto a carte per tre settimane, poi basta. Si mangiano pavesini tre mesi di fila, poi basta pavesini. Le cose futili diventano maniacalmente importanti. "Qui è come un albergo di Davos per tubercolotici".
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Un giorno qualcuno scrisse un articolo per consigliare ad Adriano Sofri di usare il suo "molto tempo" per scrivere meno e leggere di più. Sofri rispose che lui, al contrario, di "tempo libero" non ne aveva. "Lei ne ha". Il tempo è tutto occupato, scandito, eterno. "Spezzettato", dice Sofri. Il tempo, "ogni ora, ogni secondo è pura e miserabile dissipazione. Uno si ubriaca di metadone, un altro fa duemila flessioni al giorno, un terzo scrive libri". Ore otto di mattina, apertura a più mandate del blindo esterno della cella. Ore otto e trenta, apertura a più mandate del cancello di ferro interno della cella. Poi, la battitura dei ferri; un agente batte un sbarra metallica contro la triplice inferriata della finestra: si sa mai che qualcuno, nottetempo, l'abbia limata per calarsi di sotto e darsi alla macchia. La battitura dei ferri può ripetersi in qualsiasi momento, specie di notte. Ci sono notti in cui il rito viene replicato una decina di volte. "La notte scorsa, per tredici volte, fra mezzanotte e le sette", ha scritto Sofri. Una media di una battitura ogni trentadue minuti. "Ho rinunciato a dormire". Andiamo avanti. Ore nove, apertura dell'aria. C'è l'aria piccola e l'aria grande. L'aria grande misura trentatré metri per venti, l'aria piccola quindici metri per dieci: la "piscina". Sono cortili, meglio, scatole con "cinque pareti di cemento grigio e livido", dice Sofri. E scrive che il sesto lato è "aperto al cielo: il quale è perciò un cielo incorniciato e ingabbiato anche lui". Ore undici, chiusura dell'aria e chiusura a più mandate del cancello di ferro interno della cella. Ore tredici, apertura a più mandate del cancello di ferro interno della cella e apertura dell'aria. Ore quindici, chiusura dell'aria. Ore quindici e trenta, chiusura a più mandate del cancello di ferro interno della cella. Ore sedici, la conta. Ore sedici e trenta, apertura a più mandate del cancello interno della cella, apertura di una saletta comune interna. Ore diciotto, chiusura della saletta comune interna, chiusura a più mandate del cancello di ferro interno della cella e contemporanea battitura dei ferri. Ore ventitré, chiusura a più mandate del blindo esterno della cella. Questo è il tempo della prigione. Lunedì, cambio delle lenzuola. Martedì, barbiere. Lunedì, mercoledì, venerdì, aria nel cortile grande. Martedì, giovedì, sabato, aria nel cortile piccolo. L'alternanza è necessaria per evitare che i condannati in via definitiva abbiano a che fare coi detenuti in attesa di giudizio. Lunedì, mercoledì, venerdì, spesa interna. I colloqui con i familiari, da lunedì al sabato, massimo quattro colloqui al mese, massimo un'ora l'uno. La domenica si contraddistingue perché è il giorno in cui c'è messa e non arriva la posta.
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Adriano Sofri ha scritto: "Come ci si sente la domenica in carcere? Immagina una volpe del Galles, nella sua tana, che abbia appena saputo della manifestazione londinese in cui trecentomila persone hanno protestato contro l'abolizione della caccia alla volpe".
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La cella di Adriano Sofri è la numero uno e misura all'incirca tre metri e mezzo per due. Quando apre la sua carta geografica del mondo, Sofri ne occupa un terzo della superficie. La cella è separata per lungo da una parete che non arriva al soffitto e che dimezza anche la finestra. La parte superiore di questo muro è ricolma di libri, carte, riviste. I libri e le carte sono ammassati ovunque siano ammassabili. Entrando, sul lato sinistro, in fondo, c'è il water con a fianco una sorta di lavapiedi, una turca, come una piccola base per la doccia con un rubinetto in basso; l'acqua corrente è garantita, per quanto fredda. Sempre sul lato sinistro, vicino all'ingresso, c'è un tavolino con un fornelletto. A destra c'è uno scaffale con una piccola tivù. Proseguendo, un tavolino che Sofri usa come scrittoio sedendosi sul letto, che è l'ultimo oggetto d'arredamento della cella. Alle pareti, un calendarietto e un biglietto scritto a mano e appeso da poche settimane: "La quotazione odierna del tartufo è di cinque milioni di lire". Non ci sono piante. Il regolamento proibisce di possederne.
La prima volta che fu arrestato, la mattina presto del 28 luglio 1988, Sofri chiese di soffermarsi qualche istante davanti alla sua libreria. Uno dei carabinieri gli pose la domanda che ogni visitatore pone al cospetto di librerie ricolme: "Li ha letti tutti questi libri?". Sofri prese l'Oblomov di Ivan Aleksandrovic Goncarov e una "Guida agli alberi d'Europa". Ora dice che gli piacerebbe tenere in cella qualche piccola pianta, ma non c'è nulla da fare. Gli è consentita una piantina di basilico, quella della spesa, che lui dice di curare scrupolosamente, seppur con fatica, visto che è ospitata in un bicchiere di plastica colmo d'acqua. La piantina sta alla finestra e col tempo si è irrobustita ­ "è arrivata a un metro e venti" ­ e ha affrontato le tre file dell'inferriata, oltrepassandole e sporgendosi di fuori.
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C'è un bel film. Si chiama "Nel nome del padre" e l'hanno visto anche al Don Bosco. E' la storia vera di irlandesi condannati per un attentato che non commisero. Uno di loro morì in carcere. Tutti i detenuti lo salutarono gettando dalle finestre fogli di carta in fiamme. Al Don Bosco dicono che quando muore qualcuno, non lo si può salutare così. Colpa della tripla inferriata.
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Sofri, come gli altri reclusi, è costretto nella cella dalle sei di sera alle otto e trenta di mattina. Gli fanno compagnia la battitura dei ferri e il controllo ordinario che si esprime attraverso l'accensione della luce al neon anche in piena notte. Siccome l'interruttore è esterno, la guardia accende, apre lo spioncino e controlla che sia tutto a posto. Se il detenuto perde le staffe, e Adriano le ha perse qualche volta, il controllo viene intensificato per prevenire casi di autolesionismo. "Per impedirci di fare pazzie", dice Sofri. Con gli anni, si sono resi conto che Sofri di pazzie non ne farà, e ora lo lasciano più tranquillo. Il problema del sonno tuttavia peggiora col tempo. "Dormo pochissimo, dormo dieci volte al giorno per pochi minuti". A furia di stare per anni in un bugigattolo, la fatica fisica, dice Sofri, è più intensa di quella mentale. Si cammina in pochi metri, urtando ovunque, senza riuscire a compiere passi autentici. Si scrive al tavolo senza il conforto di una sedia. "Il corpo è il vero protagonista del mio tempo squartato".
Pisa è una città di zanzare. Nei ristoranti i fornelletti insetticida sono appesi alle pareti, come abat-jour. In carcere è approvato soltanto il possesso dello zampirone. Dell'Autan, no. Nemmeno di qualsiasi altra pomata allevi il prurito. Lo zampirone viene sequestrato al primo di ottobre. Naturalmente, le zanzare non sono così rispettose della scadenza e incattivite dal freddo si attardano qualche altra settimana nelle celle. Le celle sono così, meno confortevoli di quanto si possa pensare, sempre che lo si pensi. Basta guardarli da fuori, i penitenziari, per rendersene conto. D'estate il caldo è molto più caldo. D'inverno il freddo è molto più freddo. Fino a qualche mese fa, nel carcere di Pisa ­ che pure è dei migliori in assoluto ­ erano vietate le giacche e i cappotti. Adriano Sofri sta per compiere sessant'anni.
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Due detenute presero ad amoreggiare in cella. Colte sul fatto, furono processate per atti osceni in luogo pubblico. Le celle, dunque, sono luoghi pubblici. Questo, dice Sofri, lo fa sentire in colpa a "ogni andar di corpo". La guardia può aprire lo spioncino, e vederlo.
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L'aria grande è anche un campo da calcio. Le porte sono state ricavate in qualche modo; una è di metallo e fissata alla parete, l'altra di legno e incastrata nella parete opposta. Dice Sofri che il calcio, in galera, viene subito dopo il lavoro, che permette di guadagnare due soldi per acquistare le sigarette. Al terzo posto, il teatro. Edoardo, argentino, recluso con Sofri sino a un anno fa, ricorda la messa in scena ­ a uso interno, ci si intenda ­ di un'opera di Ovidio Bompressi. Sofri lo aiutò a imparare la parte e gli diede consigli sull'interpretazione. Edoardo faceva la parte di un prete. La commedia andò bene, dice Edoardo, ma le critiche di Sofri furono impietose.
Il calcio è sempre meglio del teatro, in carcere. E' un'attività di socializzazione, dicono gli educatori, che ha il vantaggio di riguardare quasi tutti. "Compresi quelli come me, che se fossero fuori non giocherebbero mai", dice Sofri. Ruolo, centravanti. Non tanto per la carica di fascino che il ruolo porta con sé, quanto perché è l'unico (portiere escluso) che non richiede prestazioni atletiche di spicco. Difatti, Sofri è un centrattacco piuttosto statico, e lo ammette. Ahmed, tunisino di trent'anni, uscito dalla "villa" tre mesi fa, sostiene che Sofri non è un granché, come calciatore, almeno sul piano atletico. "Praticamente immobile. Però quando gli arriva il pallone è difficile che sbagli il tiro. Un giorno fece quattro o cinque reti. Poi ci siamo accorti che aveva le scarpe nuove. Gliele aveva portate suo figlio Luca, e noi dicevamo che quelle segnavano da sole". Il campo è a disposizione dei definitivi tre giorni alla settimana, sempre che le condizioni atmosferiche siano clementi. Il fatto crea nei detenuti un'attesa spasmodica, dice Sofri, e se la partita per qualche motivo salta, tutti sono di malumore. Può capitare che ci si agghindi alla perfezione, si studi la tattica e la formazione, e nel momento di cominciare il pallone non c'è. "Il pallone lo compriamo noi. Ne perdiamo molti", dice Sofri. Siccome fra i giocatori ce ne sono parecchi dalla tecnica approssimativa, si vedono tiri clamorosamente sbilenchi. Il pallone vola su e oltrepassa il muro, "lasciandoci tutti a guardare in aria, come bambini delusi".
Ci sono anche calciatori provetti. Il campione, ricorda Sofri, era un portiere su con gli anni, "un autolesionista nato". Nei momenti di disperazione, in cella, il portiere si tagliava di netto le falangi. Arrivò a tagliarsele quasi tutte. Un portiere con le mani mutilate, agilissimo, di una spericolatezza che Sofri definisce "eccessiva", dai tuffi "rocamboleschi". Abdel Adif, tunisino, è un difensore che fa della scelta di tempo la sua arma migliore. Sofri lo chiama Cannavaro e Abdel sorride compiaciuto. Dice di essere un libero, almeno in campo. Il vero portento è Omar, algerino, dentro per spaccio, sembra; i tecnici lo descriverebbero come un furetto, micidiale negli spazi stretti, dai piedi buonissimi, dribblomane incallito, noncurante dello scopo ultimo del gioco: il gol. Scartati tutti, portiere compreso, Omar torna indietro e li riscarta da capo, e siccome i compagni si incazzano, lui scarta pure loro. Nonostante il terreno sia ridotto, le squadre possono essere molto numerose perché non si ha cuore di lasciare qualcuno in panchina. Se si è davvero troppi, si esce e si entra a turno. Non manca mai il pubblico. Assistono anche le guardie, dall'alto.
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Gli incontri sono molto confusi, anche cromaticamente. Nella scelta delle divise, l'anarchia è spesso assoluta. I più ammirati sono quelli che indossano autentiche divise. Quando un detenuto con divisa autentica lascia il carcere, è buona norma che lasci la casacca in eredità a chi resta dentro. E' capitato che dei club di serie A regalassero ai reclusi una muta comprensiva di magliette, calzoncini e calzettoni. Sono riservate ai tornei ufficiali, che necessitano di una certa solennità. Nei tornei ufficiali, gira e rigira Sofri viene nominato arbitro. "Fra i detenuti, godo di autorevolezza", spiega. Eppure non è facile neanche per lui. Tanto per cominciare, secondo alcuni detenuti Sofri ha una competenza calcistica lacunosa. Poi ci sono i problemi di vista di cui s'è detto. La porta non aiuta: il pallone non si insacca, rimbalza indietro anche quando è gol. Fu palo interno? Palo esterno? Le contestazioni fioccano. Lo spirito sportivo di Sofri ha limiti evidenti. Sofri, dicono in molti, è vittima di una variante particolarissima di sudditanza psicologica: fischia rigori soltanto in favore delle squadre in svantaggio. Malgrado tutto, di recente Sofri è stato insignito col premio di miglior arbitro del torneo. Il riconoscimento è stato suggellato con una targa ricordo. "Sì, ma ero l'unico arbitro del torneo". I più timidi si offrono come guardalinee.
Altro inconveniente: se è piovuto, il terreno è scivolosissimo. Le condizioni del fondo, sommate alla furia agonistica dei contendenti, sono causa di frequenti infortuni. Dall'impeto che uno ci mette, si può capire come gli vanno le cose, dice Sofri. Se un mediano di spinta rientra dopo un processo in cui gli hanno rifilato altri cinque anni, meglio stargli alla larga. Ora Sofri è fermo per un problema al ginocchio. Pare c'entrino i legamenti. Così non gioca da qualche mese.
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Quando non giocano a pallone, i prigionieri passeggiano all'aria. Avanti e indietro, da parete a parete per sgranchirsi le gambe e mantenere un minimo di padronanza dei muscoli e delle articolazioni. Fanno dietrofront un paio di metri prima d'aver raggiunto il muro. Pare sia una specie di superstizione. Di solito, dice Sofri, tengono lo sguardo basso per alzarlo di colpo se sopra le loro teste un rumore annuncia il passaggio di un aereo o di uno stormo d'uccelli. Qualche volta il rumore viene dai cortili vicini, magari da quello della sezione femminile. Si sentono voci di donne e dei loro bambini che piangono.
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Spesso si gioca a carte. Sofri è una frana. Non vince praticamente mai, né a briscola né a scopa. "A scopa una volta, per la verità", dice un suo compagno: è successo il 23 febbraio del 1998. "Davvero, non scherzo, un fatto clamoroso. La data m'è rimasta impressa".
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Al Don Bosco, la domenica è una giornata fiacca che si riscatta con il campionato di calcio. Sofri resta in cella a leggere e a scrivere e non ha bisogno di ascoltare alla radio il Calcio minuto per minuto, oppure le trasmissioni televisive, perché dalle celle accanto sente gli ululati di trionfo o di disperazione dei compagni. Dalle voci e dai toni, Sofri può intuire se abbia fatto gol il Milan, o magari sbagliato un rigore la Juventus. Anche i detenuti stranieri si affrettano nella scelta di una squadra del cuore. Essere tifosi dell'Inter o della Roma comporta l'ingresso in una piccola cerchia. Significa fare parte di qualcosa, oltre che della prigione. Sofri si permette una neutralità poco diffusa. Era tifoso del Toro, da bambino. Aveva sette anni quando nel maggio del 1949 ci fu lo schianto di Superga. Ne ricavò due giorni a letto con la febbre. Lo stese soprattutto la morte di Virgilio Maroso, terzino sinistro, il suo preferito. E interruppe la militanza calcistica.
Il calcio del recluso Adriano Sofri può essere la tv accesa su Italia-Paraguay, la radio sintonizzata sull'Aida, gli occhi concentrati su "Vent'anni dopo" di Alexander Dumas padre. "Le acclamazioni dei detenuti per Moriero e quelle delle principesse di Petratagliata per Norma Fantini si mescolavano felicemente, e il terzo e silenzioso gol dell'Italia è stato seguito dalla marcia trionfale". (1. segue)

 

Pisa. Dice un ex compagno di prigionia di Sofri: "Adriano si è inserito bene perché lavora per gli altri. Ci sono ragazzi che entrano in 'villa' e non sanno nemmeno compilare una domandina. Allora gliele compila lui. Gli dà i soldi per un vaglia postale. Gli scrive le lettere per i familiari o le comunicazioni per l'avvocato. Gli scrive pure le lettere d'amore e dice: 'Sono lo svogliato Cyrano di Rossane sconosciute'. A me ha tradotto le poesie. Io sono argentino e volevo pubblicarle. Lui mi ha aiutato a metterle in un buon italiano. Alcune me le ha migliorate, altre non so".
Sofri racconta e scrive le storie di chi sta dentro con lui. Uno di nome Pietro trovò all'aria un passero giovane e incapace di volare. Lo prese e lo portò con sé in cella per averne cura, e senza dare nell'occhio. Alla prima perquisizione, il passero non fu notato. Alla seconda sì, ed espulso. Il recluso si oppose, se ne lagnò fortemente, chiese di poterlo tenere sino al colloquio coi familiari, per consegnarlo a loro perché lo curassero. Se non l'avesse smessa di rompere le scatole, gli dissero, sarebbe finito in cella d'isolamento. Non ci fu verso. Il recluso disse di aver trascorso delle notti pensando a dove fosse il passero, che inabile al volo sarebbe morto di fame o sbranato dai gatti. Un altro di nome Giovanni ricevette da un compagno, Giampaolo, una cipolla. Pare che in carcere scambiarsi cipolle sia mancanza di una gravità rilevante. Sorpresi dalle guardie, i due hanno ricevuto un rapporto. Ricevere un rapporto comporta l'esclusione anche per due anni dall'accesso alle pene alternative e alla scarcerazione anticipata. Un terzo, tunisino, con regolare permesso di soggiorno e senza precedenti, litigò con un carabiniere. Fu processato in contumacia mentre era all'estero e condannato a sedici mesi senza condizionale. Nessuno fece appello per lui. La condanna è passata in giudicato e il tunisino rinchiuso. Un quarto è un senegalese di sessantotto anni. Lo beccarono mentre vendeva musicassette pirata, lo multarono e più avanti lo processarono, anch'egli in contumacia: due mesi. Il senegalese un giorno andò a rinnovare il permesso di soggiorno, e lo portarono a Pisa a scontare i due mesi.
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C'è un detenuto a Pisa, uno vicino di cella di Adriano Sofri, che è felice quando di notte scatta l'antifurto di un'automobile. Dice che gli ricorda la libertà.
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Sono molte le cose proibite in carcere. Dice Sofri che si fa prima a elencare quelle consentite. Se mai avrete un parente o un amico detenuto a Pisa, sappiate che potrete portargli dei pacchi dal peso non superiore ai cinque chilogrammi. I pacchi possono contenere esclusivamente: calzini, camicie, maglie (purché senza cappuccio), mutande, pigiami, pantaloni, scarpe (ma soltanto se ne fa richiesta il recluso "tramite domandina autorizzata"; se i familiari portano scarpe di propria iniziativa, le scarpe non entrano), canottiere, accappatoi (sempre senza cappuccio, e senza cintura), asciugamani, ciabatte, fazzoletti di stoffa (attenzione, non di carta), tovaglioli, tute, lenzuola, federe. Nient'altro. Capitolo alimentari. Il pacco non deve contenere che: carne (solamente cotta), verdure (solamente cotte, ecco spiegato il nodo della cipolla), formaggio (soltanto di tipo duro, quindi no a mozzarelle e crescenze), frutta fresca (eccetto quella di grosse dimensioni ­ come le angurie ­ le banane e gli agrumi; quindi portare arance ai prigionieri rimane un modo di dire), salumi (purché già affettati). Tutti i generi alimentari, dice una circolare, debbono "essere messi in contenitori di plastica". I dolci, dunque, esclusi. Le bevande, pure. Niente di ciò che potrebbe servire per occultare qualcosa. Fino a qualche tempo fa era impossibile portare ai carcerati libri con copertina rigida. Sofri ricorda così: "Nelle nostre celle non entrano, scelgo alla rinfusa, cassette musicali, olio extravergine, forbicine per le unghie, nessun genere di copricapo". E i libri rilegati. "Il pretesto immagino che fosse di non far entrare droga rilegata". Sofri scrisse al Guardasigilli: "Ora sto studiando l'Affare Dreyfus per poter meglio argomentare l'improprietà (e qualche proprietà) del paragone con i miei guai. Della bibliografia pertinente, il libro di Coen è rilegato: dunque vietato. Ho scritto apposita domandina motivando il bisogno di quel titolo specifico. Rifiutato. Oltre un mese fa ho domandato formalmente che mi fossero forniti gli estremi della norma sulla proibizione dei libri rilegati, per poter intraprendere vie, comprese le legali e quelle della tutela nazionale e internazionale dei diritti umani, contro quella norma, che mi pare per giunta assurdissima. Non ho avuto alcuna risposta". Cinque mesi più tardi, l'Amministrazione penitenziaria mutò la regola, e ammise i libri rilegati.
Ammise anche le giacche e i cappotti, fin lì vietati. A Pisa, di giacche e cappotti ne erano depositati molti. L'Associazione Liberi Liberi, nata a sostegno di Sofri, Pietrostefani e Bompressi, aveva organizzato una manifestazione i cui partecipanti avrebbero dovuto consegnare i loro soprabiti. In carcere ne arrivarono a decine. Oggi i reclusi possono indossarli, e specie nell'ora d'aria è un conforto. Chi esaurisce la pena, andandosene riconsegna il cappotto perché lo riceva chi non ne ha.
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Un visitatore entrò nel carcere di Pisa per andare da Adriano Sofri. Il visitatore portò al recluso una guida del Perú. Porgendogliela, si concesse una battuta di spirito: "C'è una Lima dentro". Una guardia sentì, e la guida venne sequestrata.
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Un giorno qualsiasi nel penitenziario di Pisa. Adriano Sofri ha fatto la notte in bianco, per via dei neon baluginanti. Ha ritirato la posta. Ci sono cartoline e lettere, "messaggi di detenuti messi male, baci di nipoti, esortazioni a trovare conforto nella fede, richieste di recensione, molti saluti, qualche insulto". Allegata a una lettera c'è anche una bustina di tè. Un agente la vede e chiede: "Questo cos'è?". "Una bustina di tè". "Questo lo dice lei". Sofri ha preso la bustina, vietata, e l'ha buttata nel cestino della spazzatura. Più tardi, un graduato ha raggiunto Sofri in cella e gli ha comunicato di aver recuperato la bustina di tè e di averla aggiunta, come da regolamento, ai suoi effetti personali, quelli che Sofri potrà ritirare quando uscirà di galera. Suppergiù, fra quindici anni.
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Adriano Sofri ha subito interventi non complicati a dei nei. Il medico è anche chirurgo della mano. Per questo motivo Sofri pensò di regalargli uno dei suoi libri, "Il nodo e il chiodo", il cui sottotitolo è "Libro per la mano sinistra". Racconta di aver chiesto il permesso "a un capoposto, che ha preso il libro e ha chiesto a un ispettore, poi mi ha riportato il libro e ha detto che non si può: è vietato".
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Said era un detenuto algerino in attesa di giudizio, rinchiuso a Pisa. Non essendo definitivo, occupava un'area del carcere diversa da quella di Adriano Sofri, e non lo conosceva. Però lo volle come testimone di nozze. Si sposava in prigione e Sofri fu rassicurato: si sposava per amore, con una ragazza di Livorno, Maristella. Sofri accettò. Il giorno dopo gli fu comunicato che non era possibile. Siccome è un condannato definitivo, e interdetto dai pubblici uffici, non può fare il testimone.
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Nel carcere di Pisa è consentito fare non più di tre docce alla settimana.
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Adriano Sofri scrive molto, da quando è costretto a Pisa. Dice che in realtà vorrebbe poter scrivere molto di più, soprattutto vorrebbe avere modo di rispondere a tutti quelli che lo raggiungono via posta. Sono molti. Sofri dice che gli pare di essere diventato parte dell'arredo nazionale. C'è chi gli fa gli auguri, chi gli fa coraggio, chi solidarizza, chi chiede se sia possibile fare qualcosa per lui, chi gli invia dattiloscritti perché magari può mettere una parola buona con un editore, chi gliene invia perché magari può stendere una recensione. Poi i tanti che gli chiedono articoli. Il Foglio, la Repubblica, Panorama, il Diario, riviste letterarie, storiche. Partecipa a convegni, naturalmente inviando l'intervento. L'ultimo a dicembre, sull'affare Moro, organizzato da Valter Vecellio. Interviene nella vita politica e culturale. Dice la sua. E' ascoltato, apprezzato, contestato. (1 ottobre 1997, sul regime dei talebani: "Divieto alle donne di lavorare e alle bambine di andare a scuola. Divieto alle donne dopo la pubertà di rivolgere la parola a uomini che non siano famigliari diretti. Divieto di camminare nelle strade se non per andare a fare la spesa. Obbligo di coprirsi dalla testa ai piedi sotto i sudari chiamati burqa. Divieto di indossare calze bianche, dichiarate sessualmente provocanti Ho letto, in un servizio del New York Times, la frase di uno Sher Mohammed Abbas Stanazkai, un medico di trentotto anni che fa da ministro degli Esteri e visitò l'anno scorso gli Stati Uniti: 'In Occidente, le donne vanno in giro quasi nude, vanno nei night club, bevono e ballano tutta la notte'. Chissà come penserà una ragazza di Kabul, picchiata per aver riso, ai paesi in cui una donna può ballare tutta la notte").
Parte dell'arredo nazionale. Gli si può scrivere, come dice lui, ma non telefonare. I suoi articoli escono dal Don Bosco grazie ad alcuni amici fra cui Davide Guadagni. Davide è di Pisa. Vide per la prima volta Adriano in piazza a Pisa, durante un comizio, il 13 maggio del 1972.
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Davide Guadagni: "Adriano ha scelto il carcere di Pisa per mille motivi. Io credo di essere uno dei mille. E' cominciato tutto nell'88. Per un caso fortuito fui uno dei primi a sapere che Adriano era stato arrestato. Mi chiamò un amico giornalista di Massa. Siccome ero amico di Adriano, volle sapere chi fosse Pietro Stefani. Da lì ho cominciato ad appassionarmi alla vicenda, a seguire i processi, a frequentare Adriano e i suoi figli. Quando Adriano è stato condannato in via definitiva, nel 1997, ho pensato che avrei dovuto fare qualcosa. Sono riuscito a entrare al Don Bosco come assistente di un consigliere regionale, Paolo Fontanelli, diessino, oggi sindaco di Pisa. Un carcere è un tale groviglio di porte, di cancelli, di corridoi, di anticamere, che a un certo punto si perde il senso dell'orientamento. Non si capisce più dove si è. Quella mattina mi ritrovai nel braccio, scombussolato, e sentii una voce: 'Che bello alzarsi dal letto e vedere la faccia di Davide Guadagni'. Era Adriano. E' stato deprimente. E' stato come quando si sa che qualcuno è morto, ma non si realizza finché non se ne vede il corpo. Allora ho deciso che sarei dovuto diventare assistente volontario, per poter entrare al Don Bosco e aiutare Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Ho fatto domanda, e l'hanno accolta".
Adesso gli assistenti volontari sono diventati cinque. Uno per ogni giorno della settimana (il sabato vanno i parenti e la domenica non si può). Entrano, incontrano Adriano, gli chiedono se abbia bisogno di qualcosa, scambiano due chiacchiere, gli consegnano quello che possono, visti i regolamenti rigidi, portano fuori i suoi manoscritti, li spediscono ai destinatari. Questo è il calendario. Il lunedì è il turno di Sergio Gattai, bibliotecario. Il martedì di Davide Guadagni, pubblicitario. Il mercoledì di Lionello Massobrio, scrittore, un tempo regista di Carosello. Il giovedì di Giovanni Buffa, fisico all'Università. Il venerdì di Michele Battini, docente di storia alla Normale. ("Sono gli amici benedetti ai quali mi aggrappo da qui dentro come un rampicante a una staccionata", dice Sofri). Questo via vai va avanti da quasi un lustro. Coi mesi è diventato inevitabile che i cinque si occupassero anche degli altri detenuti, non solo attraverso Sofri. Si porta a riparare un paio d'occhiali rotti, ci si mette in contatto con le famiglie, si cerca casa a quelli che stanno uscendo e si ritroverebbero in mezzo alla strada, si cerca un lavoro. "Qualche volta sembra di vuotare il mare con un secchiello", dicono i cinque.
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Davide Guadagni entrò in carcere con la macchina fotografica per documentare la premiazione di un torneo di calcio. Ritrasse i ragazzi da soli, in gruppo, in campo col pallone. I ragazzi chiesero delle copie. A Davide toccò di stamparne settecentoventi.
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Racconta un ex compagno di reclusione di Sofri: "I ragazzi vanno nella sua cella e gli spiegano quello che non va perché sono convinti che Adriano possa fare qualcosa, per loro. Dentro ci si attacca a tutto. Al Don Bosco, molti si sono attaccati ad Adriano, perché in lui vedono la speranza di ottenere una briciola. Adriano è uno che non vuole più parlare del mondo di fuori; dice che il suo mondo è lì dentro, e vuole darsi da fare perché le cose vadano meglio. E' stato grazie a lui se ci è stato permesso di indossare i cappotti oppure se abbiamo costituito un piccolo fondo ­ il 'fondo Bompressi' ­ a cui attingere per dare una mano a quelli nuovi, che non sanno dove girarsi, e non hanno nemmeno i soldi per un pacchetto di sigarette. Adriano è uno che ha litigato tremila volte con le guardie. Non sopporta l'andazzo, le ottusità, le prevaricazioni quotidiane. Non sopporta l'illogicità di certi regolamenti applicati con una rettitudine estrema. Non sopporta di non essere letteralmente padrone di possedere un'aspirina. Avrà preso centinaia di rapporti, a un certo punto non li contavamo nemmeno più. Si è guadagnato anche così il rispetto degli altri. A furia di litigarci s'è guadagnato pure il rispetto delle guardie. Col tempo abbiamo imparato che se c'è bisogno di qualcosa, è meglio incaricare lui di fare la richiesta. Anche le guardie sono più tranquille perché sanno che Adriano non gli fa scherzi. Se c'è bisogno di una pallina da ping pong, la chiede Adriano e ce la danno abbastanza alla svelta. Le guardie sanno che se la pallina da ping pong la chiede Adriano, servirà per giocarci a ping pong, non per altro. Se qualche detenuto litiga con una guardia, lui cerca di far da paciere. Se un ragazzo spera nella semilibertà, chiede ad Adriano di mettere una parola buona con gli educatori".
Un altro ex compagno di prigione di Sofri: "Quando Adriano è potuto uscire per la revisione del processo, mi ha detto, speriamo di vederci presto, e speriamo che sia fuori di qui. Invece ci siamo rivisti dentro, purtroppo. Quando è rientrato sorrideva. Io non ce la facevo. Lui non è il tipo che si lascia andare, è un guerriero. Mi ha detto, sono tornato per continuare a lottare. Io gli ho detto, sì, devi lottare fino alla fine, un vero uomo non si arrende mai".
Un terzo ex compagno di prigione di Sofri: "Quando Adriano è uscito per la revisione del processo, ci spediva le cartoline illustrate".
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Adriano Sofri è riuscito a fare installare un tabellone da pallacanestro, nell'aria grande. Ha fatto richiesta, e l'hanno accettata. Si mette lì, qualche volta, e tira. Dall'angolo sinistro, però, perché dal destro è disagevole. Tira per dei quarti d'ora. Chi l'ha visto, dice che ormai ha il radar nel braccio. "Potrei sfidare Gregor Fucka nel tiro da tre. Io garantisco un nove su dieci", dice Sofri.
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Molti dei ragazzi che escono dal Don Bosco, non sanno dove andare. Gli amici di Adriano Sofri, i cinque volontari di Liberi Liberi, spesso gli trovano una sistemazione temporanea. Da qualche tempo, la sistemazione temporanea è nella casa che si chiama "Oltre il muro". L'alloggio è stato aperto nel dicembre del 1998, su iniziativa dei cinque, di Sofri e degli enti locali. Ha otto posti letto, il salotto, la cucina e un ufficio. Gli ex detenuti, da lì, cercano un appartamento e un posto di lavoro. In quei giorni si discuteva su chi potesse presidiare la casa. Serviva un detenuto col permesso e a prova di bomba, che non mandasse all'aria il progetto con qualche colpo di testa. Sofri si consultò con Davide, e individuarono un tizio che trascorreva il tempo aggiustando porte o prese della corrente, uno taciturno, con la salopette e i baffoni. Era uno della vecchia mala milanese. Gli chiesero la disponibilità. Si prese ventiquattr'ore di tempo, poi diede la sua parola d'onore. Qualche settimana più tardi, disse che quel lavoro era il regalo più bello che avesse mai ricevuto. Prima, disse, trascorrevo otto ore all'anno con le mie figlie; soltanto oggi ne ho trascorse dodici. Era uno che si era fatto il riformatorio, e poi dentro e fuori, tutta la vita, venticinque anni in gabbia. Cominciò ad avere qualche permesso per andare a Milano a trovare le figlie. Quando tornava, diceva entusiasta di avercela fatta, nemmeno per un secondo gli era venuto in mente di battersela. Il mese successivo è morto di meningite fulminante.
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A un uomo non è consentito curare un passero. A un altro non è consentito coltivare una pianta. Le voci delle donne restano al di là del muro. Impossibile consolare un bimbo singhiozzante. Due ragazze che si baciano commettono reato. Qualsiasi forma di amore è imprigionata. Il sesso in carcere è il più resistente e triste dei tabù. "La permanenza del desiderio e della relazione sessuale, dice Sofri, è il centro innominato e aborrito. Il sesso è piacere e vizio: è peccato". Si è dentro per espiare, non per peccare. Il sesso è peccato, "non una dimensione naturale, necessaria e ineliminabile della persona". Così, dice Sofri, "la privazione sessuale non ha neanche bisogno di essere nominata, immaginata nei codici, descritta nei regolamenti, per essere imposta come costitutiva della prigionia: essa è il cuore dell'afflizione". Il sesso in carcere è scandalo, è pratica di bestie, sarebbe una concessione sporca a chi deve pagare. "La sessuofobia dei carcerieri ha prodotto nei carcerati di tutti i tempi il desiderio morboso, la fissazione maniacale, la masturbazione dolorosa fino all'autolesionismo, l'omosessualità cattiva perché imposta e spesso violenta", dice Sofri. La masturbazione, dice, "è la vera regina della sessualità carceraria. Una regina meccanica, ossessiva, punitiva, eccedente e avvilente". Le abiezioni sessuali dei prigionieri "diventano la giustificazione del loro maltrattamento: vedete, non sono umani, sono bestie".
Queste sono le galere. Non soltanto il sesso, ma il desiderio di un amore diventano un pensiero così tormentoso che l'umorismo a sfondo sessuale non trova chi abbia voglia di praticarlo. "Il carcere è una scuola di delinquenza, si dice, ed è vero; è un luogo di devastazione fisica, di perdita della vista, di deformità ortopedica, di ogni epidemia; ma, con la persecuzione di ogni naturale relazione, è un'officina di infelicità e di distorsione antisociale. Il carcere genera mostri", dice Sofri. "Il carcere è, alla lettera, un manicomio".
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Sofri: "Più grave ancora è la privazione di ogni rapporto con i bambini. Essa mutila l'affetto e l'intelligenza".
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Davide Guadagni sostiene che "forse molti non immaginano che Sofri, solo chiedendoli, potrebbe accedere a benefici come i permessi e il lavoro esterno. Ma non li chiede. Troppo onesto per domandare l'elemosina a chi gli ha rubato un patrimonio".
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In carcere, dice Sofri, bisognerebbe portarci le scolaresche e i magistrati e gli avvocati e le famigliole. "Visite guidate, cacce al tesoro, escursioni zoologiche. Non migliorate niente delle carceri: solo, fatele vedere a tutti".
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Un brano di Adriano Sofri, tratto da "Fine secolo", inserto culturale di Reporter. Si parla degli anni Settanta. E' stato pubblicato il 28 settembre del 1985, esattamente trentaquattro mesi prima che Sofri venisse arrestato con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Ecco il brano: "Prima o poi, ci si metterà una pietra sopra. Constatato il decesso delle ideologie, svuoteranno un po' di armadi da carte ormai inutili, spegneranno la luce, butteranno via la chiave delle galere, e se ne andranno. Alcuni, per distrazione, saranno lasciati dentro".