L'INTERVENTO / Il parere del senatore Fassone (Pds) sulla vicenda giudiziaria di cui il prossimo 18 marzo si tornerà a dibattere in Appello a Milano

Caso Sofri: la revisione tra Codice e inquietudini della gente

dal Corriere della Sera, 16 febbraio 1998


Ancora una volta a Milano. Ancora una volta di fronte ad un giudice di appello. Il 18 marzo, alla quinta sezione penale, verrà infatti discussa l'ammissibilità dell'istanza di revisione del processo Calabresi presentata dall'avvocato Gamberini per conto di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani, detenuti da oltre un anno per la condanna definitiva inflittagli per la morte dell'ex commissario. I giudici di appello dovranno stabilire se, sulla scorta delle nuove fonti di prova presentate dalle difese, il processo debba avere un nuovo grado di giudizio. La Procura generale ha chiesto che l'istanza venga dichiarata inammissibile.

Elvio Fassone, Senatore del Pds,Magistrato di, Cassazione,

È probabile che il processo a Sofri, Bompressi e Pietrostefani abbia a rappresentare il più tormentoso caso giudiziario degli ultimi decenni. Tutto in esso è eccezionale e conturbante: dal numero delle sentenze intervenute alla distanza temporale del giudizio dal fatto; dalla genesi della principale prova a carico ai &laqno;riscontri» a tale prova (riscontri d'ambiente e di movente); dalla statura e quindi dalla &laqno;simpatia» umana che avvolge sia la vittima sia il principale condannato, alla condotta postprocessuale dei condannati.
Tutto converge nell'inquietare, anche se è inevitabile che i grandi conflitti giudiziari - la contesa fra l'esigenza di risposta ai crimini e i diritti di libertà - abbiano alla fine la loro risposta nell'unica sede deputata a darla, quel &laqno;giusto processo» che è chiamato a sancire un responso anche a nome nostro, sì che a esso dobbiamo acquietarci.
Ma un conto è l'assenso istituzionale, altro è la pace mentale e la quiete delle coscienze. Il fatto che sia stata presentata un'istanza di revisione, circondata da grande attesa è il segno che esiste una forte inquietudine in molti cittadini. E il fatto che la revisione sia un istituto di carattere eccezionale, e quindi da usare con grande prudenza, non può far trascurare che la disciplina di questo istituto si è molto evoluta e dilatata nei decenni, facendo progressivamente arretrare le difese di principio dell'intangibilità del giudicato, e rafforzando, viceversa, le esigenze di giustizia sostanziale.
Oggi, a seguito delle modifiche introdotte dapprima nel 1965 (a seguito del famoso &laqno;caso Gallo») e poi nel 1988 con il nuovo codice di Procedura penale, si può dire che i valori della &laqno;certezza» e dell'&laqno;autorità» della pronuncia definitiva sono non tanto attenuati, quanto assestati su un piano di mera convenienza pratica. La revisione non riflette più il conflitto tra il valore della stabilità delle sentenze e il valore dei diritti di libertà, ma un'antitesi fra due beni di cui solo il secondo risponde a una sicura tutela costituzionale, mentre il primo riflette la semplice esigenza empirica di individuare un momento a partire dal quale le sentenze di condanna possono essere eseguite.
Il nuovo codice propone alcune significative innovazioni rispetto al testo precedente: i &laqno;nuovi elementi di prova», richiesti per legittimare la domanda, sono stati sostituiti dalle &laqno;nuove prove»; queste ultime debbono &laqno;dimostrare», e non più &laqno;rendere evidente», la necessità del proscioglimento; e il proscioglimento che si proietta su questa prognosi è il proscioglimento in tutte le sue accezioni, quale descritto nell'articolo 530, vale a dire anche l'assoluzione che nasce dalla prova insufficiente o contraddittoria.
Dietro il linguaggio stanno le cose. Se alle nuove prove non si chiede più di rendere evidente l'innocenza, vuole dire che la delibazione preliminare deve essere meno rigorosa che in passato. Se l'esito della revisione può essere anche un'assoluzione dubitativa (che oggi non è più espressa in una formula di insufficienza di prove unicamente perché il dubbio confluisce nella proposizione assertiva di incolpevolezza), ciò significa che le novità proposte possono limitarsi a rendere incerte le prove a carico. E l'unico spunto in apparenza contrario (il fatto che i &laqno;nuovi elementi di prova» siano stati sostituiti dalle &laqno;nuove prove») sbiadisce subito, solo che si rifletta che il futuro proscioglimento può conseguire anche a un fatto puramente normativo, e che il termine &laqno;prova» è il frutto di una semplice rarefazione del linguaggio, in cui il substrato strutturale della prova è concentrato sulla semplice efficacia del risultato probatorio che si pretende. Dunque, al &laqno;giudizio rescindente» si chiede semplicemente di non opporsi alla possibilità che venga poi riconosciuto il dubbio.
Sofismi di giurista? Forse, ma la storia delle norme è anche storia di elaborazione di valori. La parola è ora ai giudici della Corte di Milano, che queste cose sanno già assai bene. Ma anche le semplici riflessioni dei cittadini possono affiancarsi alle meditazioni dei giudici. La loro solitudine chiede silenzio, la loro funzione esige rispetto. All'inquietudine dei cittadini soccorre la fiducia in questa funzione e in questa solitudine.