&laqno;Ma il suo digiuno non aiuta la giustizia»

Elvio Fassone (senatore del Pds)

dal Corriere della sera, 31 ottobre 1997


Caro Sofri,

mi permetta l'aggettivo, che adopero, pur non conoscendola di persona, nel suo senso proprio: mi è cara la Sua vita, e vorrei tentare un percorso, quale che sia, per cercare di preservarla. Non sono fra coloro che hanno firmato appelli di grazia o sottoscrizioni o petizioni di qualsiasi genere. Per abito (deformazione?) professionale ritengo che le gravi controversie istituzionali - come quelle dell'innocenza o colpevolezza di un cittadino accusato di un delitto - vadano risolte nella sede loro propria, e cioè da un giudice imparziale, e che alla pronuncia di questo giudice ci si debba attenere.

Per le stesse ragioni ritengo che non fossero e non siano appropriati - né sul piano legale né su quello dei princìpi - istituti come la grazia o l'indulto: e leggo che anche Lei ha la stessa convinzione.

Ma non sono insensibile al significato della Sua azione. Da Cremuzio Cordo in poi, che si lasciò morire per protestare contro chi lo aveva imprigionato, il detenuto non ha altro che l'offerta del suo corpo per appellarsi ad un tribunale più alto di quello che lo ha condannato, e quando il sacrificio è serio e determinato - come nel Suo caso - tutti veniamo coinvolti da questo conflitto tra l'estrema forza e l'estrema impotenza, e il sentimento di tutela della vita prevale su ogni altro.

Per questo vorrei rivolgerle un invito, che non sbiadisca il valore della Sua protesta e che, ad un tempo, lasci alla stessa una possibilità di successo. Uno strumento giuridico, per giungere all'affermazione dell'innocenza che Lei chiede, esiste, ed è la revisione del processo. Ma quand'anche i giudici fossero animati dalla maggior volontà e solerzia, non potrebbero celebrarla prima che la Sua condotta abbia prodotto esiti irreparabili. Io Le chiedo (così come lo chiedo a Bompressi e Pietrostefani) di soprassedere al digiuno: non per liberare da un futuro rimorso le istituzioni e la collettività, ma per assicurare a Lei quel giudizio libero da sollecitazioni, che è l'unico che potrebbe davvero restituirle ciò cui aspira. Una pronuncia data da una Corte, la quale giudicasse sotto l'enorme pressione psicologica che scaturisce dal Suo gesto, non sarebbe una sentenza serena.

Io ho fiducia che una lettura sensibile e illuminata delle norme sulla revisione consenta questo tipo di giudizio. E so (anche se la Sua opinione è diversa) che molti giudici hanno l'intelligenza del cuore. Prego Lei di accedere a questa preghiera. Nessuno potrebbe pensare che sia un recedere dettato da paura.