Adriano Sofri
&laqno;Caro Sofri, qui non c'è Moravia»

SCRIVERE,GIUDICARE. ZOLA, PASOLINI, SCIASCIA E QUEL PRAGHESE CHE GENERÒ IL TERMINE &laqno;KAFKIANO»
È in materia di giustizia che l'intellettuale si fece testimone Ma gli artisti, oggi, capiscono l'Italia dei tribunali?



Antonio Tabucchi mi ha indirizzato una lettera aperta che prende polemicamente lo spunto da un'opinione di Umberto Eco per discutere del rapporto che gli intellettuali (e gli scrittori e gli artisti) hanno col proprio tempo. Il suo testo, come lui dice, "zigzagante", allegato all'ultimo numero di Micromega, formicola di pensieri e di citazioni. Non avendo né lo spazio né la biblioteca necessari, mi limiterò a una questione. E comincerò, invece che dal pamphlet di Tabucchi (Un fiammifero Minerva è il suo titolo) da un brano del suo ultimo romanzo, La testa perduta di Damasceno Monteiro. E anche qui una citazione: Tabucchi infatti è un collezionista e un intarsiatore di citazioni, come sanno bene i lettori di Pereira. Il citato è Marcel Jouhandeau, il quale "diceva: poiché l'oggetto intrinseco della letteratura è la conoscenza dell'essere umano, e poiché non c'è luogo al mondo in cui la si possa studiare meglio che nelle aule dei tribunali, non sarebbe auspicabile che fra i giurati ci fosse sempre, a norma di legge, uno scrittore? La sua presenza sarebbe per tutti un invito a riflettere di più. Fine della citazione". Jouhandeau non era granché, come il personaggio del romanzo si affretta a spiegare, "anche se qualche frase sulla giustizia l'ha azzeccata". Nell'autunno del 1988, nel corso di un confronto, un avvocato, mio nemicissimo, pronunciò la frase: &laqno;Qui non c'è Moravia». Alberto Moravia aveva scritto e detto le sue opinioni a proposito dell'accusa contro di me. Opinioni di uno scrittore: assolutamente legittime ­ e discutibili ­ sui giornali, o in una conversazione pubblica; del tutto estranee a un tribunale. Quella dell'avvocato era, posso dire ora, la frase di Jouhandeau capovolta. Più tardi una giudice, scrivendo una motivazione di sentenza, sostenne che la nostra difesa aveva insinuato un diabolico complotto, e aggiunse: "Questa diabolica messa in scena è anche il contenuto di due racconti pubblicati non a caso in concomitanza con l'inizio del processo di primo grado (Una storia semplice di Leonardo Sciascia) e di secondo grado" ("Può il batter d'ali di una farfalla a New York provocare un tifone a Pechino?" di Tabucchi). A quella enormità non aggiungo commenti.

Ho ricordato quegli episodi non "pro domo mea" ­ tanto meno dopo il trasloco ­ bensì per segnalare come l'idea di Jouhandeau vada curiosamente in giro, camminando sulle mani. Ora, in quella idea c'era una doppia intenzione: che allo scrittore facesse bene frequentare le aule di tribunale, dove si conosce meglio l'essere umano; e che alle corti di giustizia facesse bene la presenza di uno scrittore, presunto specialista della conoscenza umana. Naturalmente, l'idea è essa stessa letteraria e illuminante, e quanto alle corti giudicanti del tutto impraticabile. Bisogna che le corti si compongano di giudici, togati o popolari: giudici leali, rispettosi della legge e della propria coscienza, e nient'altro. E che gli scrittori si accontentino di spiare dai banchi del pubblico, a meno che non vengano sorteggiati una volta fra i giudici o, Dio li scampi, fra gli imputati. Nell'Italia di questi anni quel tema si è accampato al centro della vita civile. La stessa cosa avviene nel mondo. I fondamentalismi sono in larga parte giustizialismi travestiti da sembianze religiose: ribellione contro quella che si chiamava ricchezza, e si chiama ora corruzione. D'altra parte se a un tentativo di governare il mondo si arriverà, un legittimo esercizio internazionale della giustizia ne sarà condizione essenziale. Si è appena visto in quale disattenzione è trascorsa la sentenza emessa dal tribunale internazionale sulla ex Jugoslavia. È sul punto della giustizia esercitata dagli uomini che la figura dell'intellettuale come testimone, e anzi come accusatore, si è disegnata: col "J'accuse" di Emile Zola, uno scrittore forte e scandaloso che decide di frequentare carte e aule di tribunale, e di diventare un giurato parallelo. Da quello Zola così proverbiale (e così poco conosciuto, direi) al proverbiale Pasolini della denuncia al Palazzo del 1974, che Tabucchi ha appena richiamato ("Io so": era una traduzione del "J'accuse") c'è un lungo filo di battaglie sulla giustizia: contro quella tradita dai suoi stessi ministri, accanto a quella dei suoi ministri fedeli e spesso solitari, e per quella sentita, scoperta e rivendicata in nome della libertà del cuore e dell'intelligenza. In Italia, lo scrittore che (con Pasolini) ha più braccato con la propria la verità ufficiale, Sciascia, è stato ossessionato lungo tutta la vita dal rovello degli uomini che giudicano altri uomini. Lo Sciascia della tragedia paterna, della venerazione al Manzoni della Colonna infame, delle memorabili sentenze antiche e nuove, fino alla disputa malamente intitolata ai &laqno;professionisti dell'antimafia», infelice ma non ignobile, e anzi svelatrice di un'offesa non risarcita alla Sicilia civile. E quale parola ricavata da un nome proprio è diventata tanto proverbiale, staccandosi dal suo autore e correndo nell'uso, come quell'aggettivo: "kafkiano", che deriva dal Processo?

Resta appena lo spazio per rinviare altrove la discussione, e per osservare che la questione della giustizia ha teso a prevalere, da noi, su ogni altro discrimine, compreso quello vecchio e stanco fra destra e sinistra. La politica, si dice, non ha saputo rimeritarsi il posto che le spetta. Ma gli intellettuali (e gli scrittori, gli artisti) ­ quelli fra loro che vogliono misurarsi col proprio tempo, almeno? In un Paese trasformato, nel bene e nel male, in una grande e tumultuosa aula di tribunale, e in trincee di sostenitori e denigratori, che migliore conoscenza dell'essere umano hanno guadagnato, che diversi punti di vista hanno usato per arricchire la conoscenza del cuore e dell'intelligenza altrui?

 

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