Adriano Sofri
Solo il '68 voleva l'Italia unita

SECESSIONISMO. LE RADICI DELL'ASSALTO AL CAMPANILE DI SAN MARCO
Nord e Sud insieme nella lotta, si diceva. Due parti del Paese divise anche nel Risorgimento e nella Resistenza.


Il Paese dei cento, dei mille campanili. Chi non ha pensato di scalarne uno? Pochi giorni prima dell'assalto a San Marco, la Torre di Pisa è stata rovinosamente abbattuta dall'Agenzia Pirella Göttsche, su mandato della Ras. Si trattava solo di un'immagine pubblicitaria al computer, peraltro splendida: ciò che non le ha impedito di offendere come un sacrilegio gli occhi di molti, e di suscitare la protesta del sindaco di Pisa. Nella stessa settimana, un anziano signore di Torino è stato ammazzato con un colpo inferto da un modello in marmo della Torre di Pisa (&laqno;fallico», precisano superflue le cronache). Naturalmente, fra una torre e un campanile c'è una bella differenza. Se fosse un Paese normale, l'Italia si dividerebbe così: fra città di torri e città di campanili, o fra città di marmo e città di mattone e quelle in cui marmo e mattone cotto si fronteggiano e si sfidano, come a Siena. I campanili veneti poi sono speciali, alti e aguzzi per risarcire la piattezza della piana, e per rompere i temporali. L'Italia, che ha sempre fatto una gran fatica a essere una nazione, è stata invece questa moltitudine di campanili, alzati in gara fra loro, o in alleanza, come le copie del campanile di San Marco che si drizzano dal mare dirimpettaio dell'Istria. Altrettanti campanili, altrettante piccole monarchie e repubbliche amanti di sé e odiatrici dei forestieri. (E dei vicini più che dei distanti, come in quel bel poema di Scialoja, credo: &laqno;Il sogno segreto / dei corvi di Orte / è mettere a morte / i corvi di Orvieto»). Negli anni 70 e 80, l'Italia si illuse di esistere davvero, e perfino di essere, oltre che ricca, com'era sul serio, anche potente, o qualcosa del genere, e di fare finalmente tesoro dei suoi mille campanili e delle loro varie tradizioni: le fisarmoniche di Castelfidardo che diventavano organi elettronici, gli zoccoli di Segromigno, le pistole della Val Trompia. Roba forte per le relazioni del Censis, e l'entusiasmo dell'economia sommersa. Di tutte le cose di cui Bettino Craxi non si accorse, con la sua Sigonella e i suoi cimeli garibaldini, questa fu enorme: l'Italia se ne andava, restavano i campanili. A quella miopia diffusa aveva contribuito la retorica ben intenzionata sul Risorgimento e poi sulla Resistenza come suo completamento popolare: mentre la separazione fra Nord e Sud si era ripetuta dall'uno all'altra. Per quanto fastidioso appaia alla vulgata corrente, il '68 è stato lo sforzo più alto di fusione sociale e di unità di sentimenti nella storia italiana. Il reciproco guardarsi a distanza fra braccianti di Avola e giovani delle università, poi gli scioperi contro le zone salariali (cioè i salari e i trattamenti normativi fortemente differenziati fra Nord e Sud), poi il movimento studentesco e il suo incontro con un movimento operaio fatto, nelle grandi città del Nord, di tanti immigrati dal Sud, a volte loro coetanei. Fu qui minore, anche, la distanza fra la parte migliore del movimento operaio storico e la nuova ribellione giovanile. Prima di essere soffocato dagli intrighi biechi dei vecchi poteri, e dalla propria fragilità culturale, quel movimento fu davvero vocato all'incontro, all'unificazione. Le parole d'ordine ­ Nord, Sud, uniti nella lotta ­ andarono insieme a una forte partecipazione umana. Fino ad allora, la questione meridionale, nonostante i massacri di contadini del Sud nelle trincee del Nord-est già cinquant'anni prima, non era andata molto più avanti che la questione albanese oggi. Negli anni 80, mentre si riconosceva un'extraterritorialità economica e addirittura statuale di gran parte del Sud in mano alle mafie, al Nord si consumava una prima e irreversibile secessione fra la recita della politica della Prima repubblica e attori nuovi come la Lega lombarda. Dopo, le cose hanno avuto una tumultuosa inerzia: il tracollo di una classe politica, un'iniziativa giudiziaria che si portò dietro come effetto accessorio una specie di dualismo di poteri: Milano contro Roma, la Milano del palazzo di giustizia contro la Roma del palazzo della politica (e del Palazzaccio); il divorzio fra Lega e procure, e l'azzardo calcolato della secessione. A distanza di anni, non una misura di rilievo, anche ipocrita, anche opportunistica, è stata presa per disinnescare le ragioni e gli spiriti antiromani. Si è contato sul tempo, sulla bonomia degli italiani, sulla scommessa che Umberto Bossi prima o poi sarebbe tornato in un ristorante del Pantheon dove vanno tutti. Il tempo soffiava dalla parte opposta. Ora, la scalata a San Marco ha inaugurato un altro capitolo. Si potrebbero facilmente prevedere alcune delle enormità che succederanno. È meglio accettare di vedere che cosa è già successo. È successo che l'amore per l'Italia è già largamente finito. Non ho detto l'amor patrio: al contrario, quello è ridestato e inasprito, ma per patrie tornate a essere le repubblichette e le città natali di sempre. Un amor patrio militante, sulla misura delle squadre di calcio e delle feste patronali. Difficile ricordare oggi che i buoni autonomismi venivano, una volta, dalle sinistre affezionate alla libertà e insofferenti del centralismo statalista: in Sardegna e nella stessa Sicilia, e poi nel Sud Tirolo di Alexander Langer, o in Val d'Aosta, o in Friuli. Monete buone, scacciate dalle loro parodie. Ora è il contado bianco del Veneto a farsi largo nella folla cosmopolita di piazza San Marco, dopo essersi già fatto posto, silenziosamente, nel mercato mondiale. A Venezia, dov'è sindaco Massimo Cacciari, e prosindaco Gianfranco Bettin, Cacciari ha pubblicato da poco uno dei suoi libri belli e difficili, Arcipelago. Vi si parla dell'ultimo uomo, quello che ha tolto di mezzo la malattia e la responsabilità, e idoleggiato le proprie opere e il proprio benessere (e il proprio rancore). Sono anche questi otto, e gli altri 8 mila come loro, gli ultimi uomini: gli ultimi arrivati, con un blindato che per ora è un facsimile, e una scalata al campanile innocua, come la torre crollata della Pirella Göttsche. Ma non dura.

 

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