Adriano Sofri
Algeri, le urla del silenzio

INDIFFERENZA. LE STRAGI FONDAMENTALISTE E LA PLACIDA EUROPA.
Migliaia di vittime innocenti. Ma i grandi numeri cancellano l'orrore. E l'Occidente si assolve.


Fra il 1992 e oggi, sono state assassinate in Algeria tra le 60 e le 90 mila persone. Questa cifra enorme è già una risposta alla domanda: come ciò può avvenire in tanta disattenzione? Il mucchio informe dei morti senza nome fa paura, ma soverchia la commozione capace di fissare lo sguardo, e di restituire alle vittime una vita e una morte personale. Abbiamo appena rivisto Schindler's list. Steven Spielberg ha affidato il racconto al bianco e nero: e però ha colorato di rosso la figuretta di una bambina, scontornata nella folla degli ebrei morti vivi trascinati nelle strade del ghetto e poi gettata sulla carretta dei cadaveri. Dove prevale, spaventoso, il numero ­ e il delirio nazista voleva gli ebrei "tutti" morti ­ bisogna che almeno una persona, una sola, esca dal corteo dei condannati o dalla fossa comune e occupi per sé lo sguardo.
C'è una celebre e sobria paginetta dei Promessi Sposi che precede quasi alla lettera la bambina dal cappottino rosso di Spielberg: è la bambina Cecilia, che nella furia della peste la madre viene a deporre sulla carretta dei monatti. Benché si tratti di un testo scritto e non di immagini, anche la pagina manzoniana è dominata dal colore. "Un vestito bianchissimo", "una manina bianca", e steso addosso "un panno bianco". Se non avessi appena visto il bell'espediente di Spielberg, non avrei notato quanto Manzoni abbia affidato a quel bianco l'evidenza, nel paesaggio sterminato di morte, di "un oggetto singolare di pietà, d'una pietà che invogliava l'animo a contemplarlo". Tant'è vero che, come noto ora, ancora nella prima edizione quella nota di colore era più debole e generica: "Una veste bianca, mondissima", "un pannolino candido".

Mi scuso di essere riandato su quella pagina così scolastica nei nostri ricordi, e su una peste non fabbricata con metodo dagli uomini. Chissà se Spielberg ne ha saputo. So che per l'Algeria non è successo, questa pietà singolare non è nata. In tanti, certo, abbiamo sentito o letto delle migliaia di ammazzati, di donne bambini e vecchi sgozzati come montoni, decapitati con asce e seghe. Ma chi di noi sa dire un solo nome di vittima, di una sola storia singolare? Indizio di un'ignoranza e una riluttanza a frequentare le notizie di un mondo pur così vicino, che neanche la nuova immigrazione maghrebina ha modificato. A cominciare dalla pronuncia stessa di un nome algerino, quando l'avessimo tirato fuori dal mucchio. Dico della generalità di noi, e non di quei gruppi e persone che invece in quella tragedia sono impegnati.
Nel gennaio del 1995 la comunità di Sant'Egidio ottenne un risultato importante, che il fanatismo teocratico e la protervia gelosa del regime militare vanificarono. Ma mi sembra significativo che l'informazione più tenace sull'Algeria venga da noi con voci di donne: algerine, come Khalida Messaoudi, o italiane, come Marcella Emiliani sull'Unità o Giuliana Sgrena, che scrive sul Manifesto e ha curato una raccolta di saggi di donne maghrebine ("La schiavitù del velo"). Frutto della collaborazione con donne e associazioni femminili è l'opuscolo appena pubblicato dalla rivista forlivese Una città ("L'Algeria nel cuore"). Vi si informa della campagna contro il Codice della famiglia che sancisce l'oppressione delle donne: poligamia, ripudio, esclusione della moglie dai diritti sulla casa. Questa impavida campagna è la chiave migliore per decifrare lo scontro feroce che attraversa quel paese. Nella lotta per il potere che infierisce in Algeria, e che usurpa i titoli di guerra di religione e di guerra civile, una posta essenziale è il controllo sulle donne. Di più: l'antica guerra fra uomini per disporre delle donne si va trasformando là nella guerra di uomini contro le donne che vogliono essere libere di sé. Dietro lo scontro fra islamisti e militari, c'è una guerra di sesso: la più rozza e la più "moderna" insieme.
Il cosiddetto fondamentalismo islamista, che è tante cose diverse e opposte, muove da un giustizialismo vendicativo contro la corruzione dei costumi, e il cuore della corruzione è nella libertà femminile: nel vestiario, nel linguaggio, nella sessualità. La questione del codice della famiglia è così importante perché svela la solidarietà fra fazioni così nemiche, islamiste e governative, contro quella libertà delle donne che è, con l'educazione, la quintessenza della libertà civile. Non c'è per l'Algeria, dove si voterà all'inizio di giugno, soluzione esterna da rivendicare, com'era invece per la Bosnia. Questo aggiunge un senso di impotenza all'anestesia generale in cui viviamo, e che è del resto una condizione necessaria del nostro modo di vivere.

In Francia, alla quale l'Algeria sta come a noi l'Albania, se avessimo il senso della misura, la discussione pubblica è stata resa reticente anche dalla paura del terrorismo islamista. È la stessa ragionevole paura che suggeriva il silenzio o, molto peggio, le parole aggiustate, al tempo di maggiore e più capricciosa aggressività del terrorismo in Italia. La debolezza di una posizione pratica europea che non chiuda gli occhi alla carneficina (anche per spalancarli al gas e al petrolio) sconta anche la mancata discussione sulla svolta cruciale del 1991-92: quando gli islamisti del Fis vinsero il primo turno delle elezioni politiche e il regime militare annullò il secondo turno e mise al bando i rivali. Si pose allora un problema che sarà sempre più drammatico in questa lunga fine di secolo: se e quando la legge democratica della maggioranza debba essere sospesa di fronte a forze sopraffattrici della stessa democrazia. Problema che restò senza discussione da noi. Persone come André Glucksmann sostennero l'abrogazione elettorale. La brutale violenza del Gia ricevette una attenuante agli occhi di molti. In realtà quel dilemma non può trovare alcuna risposta soddisfacente fuori da una nuova legalità internazionale. Nel frattempo, per l'Algeria si può fare poco, o molto, come volete. Si può saperne di più, parlarne di più. Imparare un nome, colorare una figura nel mucchio dei trucidati e nel corteo dei resistenti. E aiutare ­ con l'ospitalità, l'amicizia, il denaro ­ le donne e gli uomini che lo meritano.

 

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