Adriano Sofri
Chi ha ucciso l'altro Pasolini

UNA POLEMICA (SPIACEVOLE) SULLA STRAGE DI PORZÛS
Due studiosi udinesi mi rimproverano di avere attinto a fonti inattendibili. Ma commettono un doppio errore.


Quando gli dei vogliono la rovina di un popolo, lo fanno uscire di senno. Si moltiplicano i segni di revisione storica: il 25 aprile appena trascorso li ha rinfocolati. Sono segnali di riconciliazione, o di riattizzato odio civile? Un comune toscano intitola una strada ai &laqno;fratelli Gramsci», avendo scoperto che un fratello di Antonio aderì al fascismo e fu anzi federale. Non conoscendosi a costui altri meriti, si concluderà che basti esser stati fascisti mentre il fascismo teneva in galera il proprio fratello per entrare nella toponomastica rivista. In un comune lombardo l'amministrazione leghista ha deciso di cambiare nome al parco finora intitolato a Gramsci, dedicandolo ai &laqno;Martiri delle Foibe». Aut aut. A Trieste i massacri delle foibe sono stati di nuovo evocati a uso elettorale.
Da bambino, trascorrevo estati selvatiche e felici nel Carso triestino e nella Carnia friulana. Sul campo, costruivamo capanne, esploravamo le grotte nelle doline che avevano fatto da rifugio contro i bombardamenti. Le foibe più sinistre non erano segnalate, com'è ora, da cartelli. La memoria delle stragi sembrava distratta e nascosta, e le allusioni dei ragazzi quasi non badavano a chi avesse ammazzato chi. Le notizie e le cifre sulle stragi di italiani (e non solo) nelle foibe le avrei imparate più tardi, anche da studiosi di sinistra, come Galliano Fogar.

In Carnia avevo una nonna, matrigna di mia madre, a Platischis, che è un villaggio molto vicino a Porzûs. Era alla frontiera con la Slovenia, e la strada sterrata del paesino di confine era minata. A noi bambini questa notizia faceva allegria quando ci passavamo per andare a fare i tuffi nell'acqua gelida del Natisone, che appena più in là faceva da confine. Si parlava un dialetto misto slavo e furlano. Uomini ce n'erano pochi, andati nelle miniere del Limburgo, da cui tornavano malati o invalidi, bevitori incalliti fino al suicidio. Le grandi persone del paese erano le donne, devote fino al beghinaggio ma capaci ancora di superstizioni, sapienze e riti pagani come ai tempi del mugnaio Menocchio o delle streghe del Valvasone. Si imparava, lì, la mescolanza e il capovolgimento delle lingue, delle storie, dei punti di vista. A questi luoghi mi riportano, oltre che le revisioni della toponomastica, alcuni veementi rimproveri alla pagina che ho già dedicato alle tragedie fraterne di Pasolini e Sciascia. A rivolgermeli sono, sul Messaggero Veneto, Alessandra Kersevan e Giancarlo Velliscig, udinesi e studiosi di storia della Resistenza.

Mi rimproverano in primo luogo di aver preso come fonte sulla tragedia di Porzûs, l'eccidio del febbraio 1945 di cui fu vittima anche il fratello di Pierpaolo Pasolini, Guido, un articolo di Fausto Biloslavo, giornalista triestino che ha un passato di estrema destra, ordinovista ecc. In verità la mia fonte non è Biloslavo, bensì ciò che di Porzûs scrisse, con una dolorosa nettezza, Pierpaolo stesso, e ciò che ne ha scritto fra altri Nico Naldini, che della biografia di Pierpaolo e dei suoi è, mi pare, il più autorevole interprete. Le loro citazioni erano esplicite nel mio articolo: il quale del resto riprendeva, sullo spunto di rinnovate cronache, cose da me scritte anni prima. Dunque Biloslavo non c'entrava: del resto, il passato e il presente politico di Biloslavo ­ che ho incontrato in Bosnia e ho reincrociato indirettamente da poco, a proposito della liberazione di Mauro Galligani in Cecenia, vedi come è piccolo e agitato il mondo ­ non mi impedirebbero di prendere in conto le cose che dice, se le riconoscessi vere. Ciò vale per lui come per chiunque altri.
Nella condanna delle mie presunte fonti gli studiosi udinesi coinvolgono anche lo scrittore Carlo Sgorlon, di cui è evidente che ho un'opinione più alta che la loro. Di quella mescolanza di popoli, lingue e confini Sgorlon ha fatto tesoro da tempo: e il mondo è così piccolo che, avendo letto in Sgorlon e nel Magris di Illazioni su una sciabola le storie dei cosacchi in Friuli, mi sono sentito raccontare appunto in Cecenia storie di ceceni ammessi a quella migrazione. Severissima, e però infondata come uno sfogo, è la persuasione di Kersevan e Velliscig che io &laqno;mostri di condividere tutto l'armamentario di cinquant'anni di anticomunismo gladiatorio da confine orientale». Parole grosse, del tutto fuori mira. I due critici mi addebitano anche di sapere troppo poco di Porzûs, della sequela di processi e delle persecuzioni giudiziarie contro i partigiani garibaldini. È vero, e leggerò i testi che promettono di mandarmi. Ma rispetto alla sostanza di quello che ho scritto, una migliore conoscenza cambierebbe solo se significasse che Guido &laqno;Ermes» Pasolini e i suoi compagni non furono uccisi da partigiani comunisti, per feroce fanatismo. Il richiamo dei miei critici agli osovani che poi sarebbero comparsi negli elenchi di Gladio non è affatto pertinente. Guido Pasolini poi era entusiasta adepto azionista.

Se nel '44 ne avessi avuto l'età e il coraggio, avrei voluto essere partigiano, e partigiano azionista. Ricordo di aver pensato e detto questo in una conversazione con Pierpaolo Pasolini, e lo penso ancora: non certo perché mi manchino ammirazione e solidarietà, fino a prova contraria, per i partigiani garibaldini. Kersevan e Velliscig chiudono così il loro intervento: &laqno;Forse scrivere articoli come questo, intonato ai poteri trasversali di sempre, è un modo per garantirsi la grazia senza chiederla?». Mi dispiace che abbiano scritto questo, non per me, per loro. Scrissi anni fa di Porzûs perché avevo fatto la scoperta di un legame profondo e delicatamente tacito fra Pasolini e Sciascia, per la comune perdita fraterna. Riconobbi con commozione questo significato nascosto nel saluto che Sciascia dedica a Pasolini morto, nella pagina d'apertura del libro su Moro, con la ripetuta parola: fraterno.

 

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