Adriano Sofri
Quel bacio della suorina al papa

WOJTYLA A SARAJEVO. IL PELLEGRINAGGIO VISTO CON GLI OCCHI DELLE RELIGIOSE

Un abbraccio dimentico di ogni soggezione. E il senso di una &laqno;familiarità assoluta» con Giovanni Paolo II.


Leggo sul Manifesto le frasi di suor Daniela, suor Maria e suor Lucia, che sono sempre rimaste a Saranda, e su Vita il diario della vicentina suor Margherita, da Elbasan. Leggo sull'Unità un'intervista a Lidia Capretti, che è la presidente delle Madri superiori italiane. A proposito del sacerdozio femminile, dice: &laqno;Io non credo si tratti di una questione di pari opportunità, ma di vocazione, e la nostra è diversa, talmente completa e totale che non lascia ambizioni ad altro». In un'altra intervista, a Romana Guarnieri, che ha ora 83 anni e studia la storia dell'amore di Dio femminile, trovo impiegata, a proposito del suo rapporto con Gesù, l'espressione &laqno;familiarità assoluta».

Le suore colpiscono l'intelligenza di noi uomini. La polemica anticlericale si incentrò a lungo, e tortuosamente, sulla figura della monacata per forza. Del resto, il metodo della reclusione carceraria si addestrò alle misure sadiche e minuziose con cui si imprigionavano i corpi femminili nella clausura forzata. Comunque, nella monaca ribelle come in quella appassionata nell'ascesi mistica o nella carità attiva, la forza dell'amore raggiunge un suo culmine misterioso e stupefacente.

Ho guardato con attenzione le cronache televisive del viaggio del papa a Sarajevo. Volevo riconoscere i luoghi e, forse, le persone. Ho letto che i sarajevesi erano stati ammoniti a restarsene a casa, e anzi a non avvicinarsi neanche alle finestre: per ragioni di sicurezza. Sembrava che alle telecamere fosse stato dato un avviso reciproco, di non avvicinarsi troppo alla gente. Il papa avrà avuto anche lui il desiderio di deviare dal percorso, a cercarsi le facce delle persone qualunque e a riconoscervi la tragedia che aveva febbrilmente immaginato da lontano. Al papa, si sa, mancano alcuni vantaggi, e primo di tutti la felicità di passare inosservato attraverso i suoi simili. Parlo del primo giorno, del tragitto lungo il viale dei cecchini e la cerimonia in cattedrale: la messa nello stadio Kosevo, il secondo giorno, è stata grandiosa e suggestiva, ma lì si sapeva che sarebbero convenuti i cattolici di Bosnia, non i cittadini di Sarajevo. La cattedrale di Sarajevo è piccola e gelida. Lì dentro, nella folla composta e commossa, ho riconosciuto dei visi, e fra loro uno, di una suora che si è sporta fino a carezzare il viso del papa e dargli un bacio leggero sulla fronte. Gesto sorprendente. Altre suore avevano baciato trepidanti la mano del papa, ne avevano cercato il tocco benedicente sulla testa, si erano inginocchiate. Questa lo aveva trattato con &laqno;familiarità assoluta». Si era quasi arrampicata sugli altri fino a raggiungerlo, dimentica di ogni soggezione. Sono stato molto contento e ammirato.

Quasi vent'anni fa, avevo seguito il primo viaggio del papa nella sua Polonia. Era impressionante vedere come quel popolo uscisse ad accogliere il suo campione, così che anche lo spettatore più ottuso avrebbe capito che quella comunità riguadagnata a se stessa non sarebbe più rientrata nei ranghi della sua volgare dittatura. Ricordo un episodio minimo, nel centro di Varsavia. Il papa non aveva ancora bisogno della papamobile. Arrivò, fra ali di folla stipata e osannante, su un'auto scoperta, e accanto a lui il cardinale Wyszinski. Scesero, e il papa andò a toccare mani e benedire. C'era là vicino una suorina giovane che si lanciò due volte invano contro la folla, e infine, ributtata indietro da un muro di poliziotti energumeni, si buttò a terra in un pianto disperato. Perduta l'occasione di toccare, una volta, il suo papa. Mi tornò in mente quando, nel pomeriggio dell'attentato in piazza San Pietro, si disse che una suora si era gettata addosso ad Ali Agca per deviarne il colpo.

A Sarajevo guardavo le suore. Ce n'era una molto amata per il suo fervore nel soccorso ai poveri. Ce n'era un'altra che teneva la cura della cattedrale come una donna di casa. Restia alle telecamere, la si trovava con le maniche rimboccate a lavare il pavimento di marmo, con il secchio d'acqua di fortuna. Un momento prima che cominciasse la messa inaugurale da cardinale dell'arcivescovo di Sarajevo, Vinko Puljic, passava svelta e silenziosa a lucidare il calice, a stirare col braccio i paramenti, e poi scompariva fra le consorelle. Una di loro era sorella del cardinale. Nei loro banchi, erano emozionate e gioiose: gioiose, sempre, per un innalzamento altrui, per la porpora di un uomo, di un loro fratello o padre ­ mai per sé, uguali le une alle altre nel loro colore nero e bianco. Ci rifugiavamo spesso nella cattedrale, io e la banda di ragazzini musulmani con cui vivevo, e mi chiedevo che impressione avessero di quelle donne velate e però così spigliate e autorevoli: loro che guardavano come provinciali stravaganti le giovani islamiche col velo. Quando il papa doveva venire e non venne, le suore ne furono addolorate e dissero: &laqno;Come Dio vuole». Allora, mancato quel viaggio, nessuno avrebbe creduto che al papa sarebbero restati tempo e forze per venire un'altra volta a Sarajevo; e pochi avrebbero sperato che a Sarajevo cessassero le stragi e l'assedio. Il papa è andato a Sarajevo. Il suo pellegrinaggio, e le cose che ha detto, potranno avere un'influenza moderatrice sui fanatismi, e almeno su quello dei nazionalisti cattolici erzegovesi: benché non sia probabile. Ha avuto certo un significato fatidico per il papa stesso, per quella sua idea, impressionata fino a sfiorare la superstizione, sul secolo che comincia e muore a Sarajevo: come se il secolo, e il millennio, fosse finalmente autorizzato a finire, e forse la stessa vita missionaria del papa. Ma se dovessi scegliere adesso uno sguardo in cui vedere riflesso il senso intimo di questo viaggio, sceglierei gli occhi della suora senza nome nella cattedrale, che aveva un appuntamento col suo vecchio papa, e ci è arrivata.


© Arnoldo Mondadori Editore
Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati