Adriano Sofri
Onore al prigioniero personale di Deng

DIRITTI UMANI. IL MANCATO PREMIO NOBEL A WEI JINGSHENG
Il più illustre detenuto politico cinese. Chiede dal '66 la "quinta modernizzazione, la democrazia". Quasi ignorato dal governo italiano.



Fra i candidati più accreditati al premio Nobel per la pace, assegnato poi alla campagna contro le mine, c'era Wei Jingsheng. Wei è il più illustre dissidente e prigioniero cinese. Tuttavia la sua figura è ancora ignota ai più, ed è così ammirevole che voglio ricordarla. È nato nel 1950 a Pechino. Suo padre era un quadro di partito. Nel 1966 fu un fervido militante della &laqno;rivoluzione culturale», ma si scontrò presto con la direzione di quel movimento, cui rimproverava di servirsene per rivalità di notabili. Nel 1967 fu incarcerato per la prima volta, per tre mesi. Andò a vivere nel villaggio d'origine della sua famiglia, poi entrò nell'esercito, diventò ufficiale, viaggiò molto e fu impressionato da tante esperienze di sofferenza e di rivolta. Nel 1973 lasciò la divisa e trovò un posto da operaio elettricista allo zoo di Pechino. Alla fine del 1978 le autorità lanciarono un'"apertura democratica", che si tradusse nella avventura travolgente del "muro della democrazia". Era un vero muro, al crocevia di Xidan, che si riempì di manifesti, fogli ciclostilati o manoscritti, giornalini artigianali. Le persone si affollavano, leggevano, discutevano: denunce, critiche, proposte. Il 5 dicembre Wei Jingsheng vi affisse un suo scritto: "La quinta modernizzazione, la democrazia" (fu tradotto nel 1987 dalla rivista MicroMega). Senza la democrazia, sosteneva, le "quattro modernizzazioni" di Deng Xiaoping, dell'agricoltura, dell'industria, della ricerca scientifica, della difesa, sarebbero andate a vuoto. Nel 1979 fondò una rivista intitolata Inchieste, ma il 29 marzo fu arrestato e, a dicembre, condannato a 15 anni di reclusione per "propaganda controrivoluzionaria" e "spionaggio". Quest'ultima grottesca accusa pretendeva che Wei avesse passato a un giornalista inglese i nomi dei capi militari cinesi responsabili dell'attacco al Vietnam nel febbraio 1979: nomi già universalmente noti. Wei fu tenuto per otto mesi in una cella riservata ai condannati a morte, poi per un anno intero in una cella senza finestre. Perse i denti (una "gengivite", secondo le autorità) e si ammalò al cuore. Solo dopo ventuno mesi poté essere visitato dai suoi famigliari. Tra il 1984 e il 1989 fu chiuso in un laogai, il gulag cinese (campo di "riforma attraverso il lavoro"), nel Qinghai. Dal 1986 gli fu permesso di ricevere due giornali e l'occorrente per scrivere. Scrisse saggi sulla storia antica della Cina. Nel 1989 fu mandato ai lavori forzati in una miniera di sale vicino a Tangshan. Lungo tutta la reclusione, fino a oggi, Wei ha continuato a scrivere lettere ai massimi dirigenti del partito, da Deng a Jiang Zemin, in cui ne denuncia con fierezza gli errori, spiega loro pazientemente l'importanza della democrazia e dei diritti umani, difende i diritti del Tibet e delle minoranze, e chiede coraggiosamente e instancabilmente che gli sia resa giustizia. Si definisce "il prigioniero personale di Deng". Conduce sei lunghi scioperi della fame. Forse è sottoposto a un trattamento psichiatrico. Nel 1992 lo portano per qualche giorno a Tangshan, e lo fotografano mentre (sotto stretta scorta) visita un museo, un ristorante, un dentista. Fra la fine del '93 e il '94 trascorre sette mesi in libertà condizionata, e li impiega da "militante del movimento per la democrazia". Pubblica lettere e articoli a Hong Kong, rilascia interviste, è in rapporto coi giovani leader della Primavera, come Liu Qing e Wang Dan. Continua a indirizzarsi a Deng come a un "despota", e argomenta che "è molto difficile guadagnare la democrazia attraverso una rivoluzione violenta", com'è avvenuto in Francia, in Russia e in Cina. L'1 aprile 1994 viene arrestato di nuovo, e con lui la sua segretaria Tong Yi, reclusa per otto mesi e poi internata in un campo di lavoro. Di Wei si perde ogni traccia per mesi, fino al 21 novembre, quando per la prima volta le autorità danno notizia del suo arresto. Il nuovo processo, nel dicembre 1995, lo condanna per aver pubblicato all'estero "articoli reazionari", e aver fomentato un &laqno;piano per rovesciare il governo»: la pena è di 14 anni. È ora in prigione a Tangshan: fino al 20 novembre 2009. Il processo durò in tutto cinque ore e mezzo, compresa un'interruzione per un malore di Wei. Il 26 giugno scorso è stato pestato dai suoi compagni di cella, che per questa buona azione si sono meritati, secondo l'organizzazione Human Rights in China, uno sconto di pena. Nel 1986 Deng Xiaoping avrebbe detto, a una riunione del vertice cinese: &laqno;Possiamo permetterci di far scorrere un po' di sangue. Ma bisogna sforzarci il più possibile di non uccidere nessuno. Guardate Wei Jingsheng. L'abbiamo messo in gabbia, ma non ci sono state troppe proteste internazionali». A parte l'attenzione costante e benemerita di Amnesty International, e la candidatura (del '94) al Nobel, Wei ha ottenuto nel 1994 il premio Robert F. Kennedy per i diritti umani e il premio Olof Palme (motivato a "un semplice cittadino che sfida un sistema inumano"), e, nel '96, il premio Sakharov per la libertà dello spirito del Parlamento europeo. Molti governi hanno protestato per la persecuzione di quest'uomo intrepido e solo. Fra i più tiepidi è stato il governo italiano. Peccato.

 

© Arnoldo Mondadori Editore
Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati