Adriano Sofri
La domenica non esiste più

O meglio, è cambiata. Per molte ragioni. La prima è l'avvento del weekend. La seconda è lo sport guardato in tv. Così il Papa...

Nell'inserto diffuso da Famiglia Cristiana ho letto la Lettera apostolica del Papa sulla domenica, Dies Domini. Nella nostra parte di mondo, la domenica, il giorno della risurrezione, ha prevalso sugli altri giorni festivi, il sabato ebraico e il venerdì islamico. Il Cristianesimo ha sostituito al precetto del sabato da santificare quello della domenica, il giorno della risurrezione di Cristo, compimento della creazione e della salvezza. Dal sabato si passa al primo giorno dopo il sabato, dal settimo giorno al primo giorno. Ma la domenica è cambiata: per molte ragioni. La prima è l'avvento del weekend. La seconda è lo sport guardato in televisione. Anche la messa è guardata in televisione, al suo posto nel palinsesto, completato dalla benedizione di mezzogiorno, sul cui sfondo rombano già i motori della formula uno, e comincia il pomeriggio sportivo. Già qualche tempo fa, fingendo di accogliere la raccomandazione papale, le autorità calcistiche italiane si mostrarono favorevoli a prendere in considerazione una retrocessione del campionato al sabato: balle. Gli anticipi al sabato ci sono già (in Inghilterra si gioca il sabato: nei paesi nordici la domenica dei cristiani è drastica, tutto chiuso) ma è appunto di anticipi che si tratta, che duplicano i giorni festivi dedicati al pallone: prendono cioè atto dell'avvenuto prolungamento del giorno festivo nel biduo del weekend, e lo confiscano. La tendenza, irresistibile, non è allo sgombero della domenica a fini spirituali, bensì all'annessione progressiva di tutti i giorni che Dio manda da parte dello spettacolo industriale, quello sportivo in primo luogo. Se non ricordo male, nella Roma del tardo impero i giorni festivi finirono per essere poco meno di trecento all'anno, e il Colosseo era un luogo di spettacoli circensi (con migliaia di animali &laqno;selvaggi» massacrati al giorno) pressoché non-stop. Ciò che era allora, ed è oggi, un altro termine di misura della disoccupazione, e del consenso elettorale.

Un'altra ragione di crisi della domenica cristiana è la rottura delle comunità locali. Per questo la Lettera papale, &laqno;nell'imminenza del terzo millennio», esorta alla condivisione di preghiera e di solidarietà nella cattedrale diocesana e nella parrocchia. Di domenica &laqno;i fedeli devono riunirsi in assemblea». Si ricorda nella Lettera l'omelia del IV secolo in cui la domenica, &laqno;giorno del Signore», viene definita &laqno;il signore dei giorni». Ma proprio questa espressione poetica ne richiama, alle orecchie di ogni italiano che sia andato a scuola, un'altra somigliante: &laqno;Questo di sette è il più gradito giorno». È Giacomo Leopardi, il Leopardi più popolare, con quello dell'Infinito e A Silvia: Il sabato del villaggio. Ma, appunto, non parla della domenica, bensì del sabato. Nel calendario greco e romano i giorni festivi non seguivano il ritmo settimanale, e non coincidevano con la domenica cristiana. Per questo (e non per un'attitudine clandestina, come credevo) i cristiani primitivi erano costretti, per far festa al loro Dio, a radunarsi &laqno;prima del sorgere del sole»: ciò che fa assomigliare la loro domenica al sabato leopardiano, all'ora di promessa e di aspettativa che precede la festa, piuttosto che alla festa compiuta. &laqno;Prima del sorgere del sole»: vigilia nel senso pregnante. Quanto alle comunità ebraico-cristiane, il rispetto del sabato e quello della domenica convissero a lungo: &laqno;giorni fratelli». Ma anche per i fautori della domenica, insieme giorno &laqno;primo» e &laqno;ottavo», il &laqno;settimo giorno», il sabato, è preludio e attesa di quella fine dei tempi, che sarà, con le parole di sant'Agostino, &laqno;pace del riposo, pace del sabato, pace senza sera». La Lettera ricorda queste parole, le conclusive delle Confessioni di Agostino, che sembrano tornare al riposo del sabato come anticipazione del sabato senza fine dell'avvento ultimo del Cristo e della vita eterna. La domenica sarà allora quel sabato senza fine, senza sera? Anche qui, l'assonanza leopardiana è intensa. Il Sabato del villaggio comincia sul far della sera: è in realtà &laqno;la sera del sabato del villaggio». &laqno;In sul calar del sole», &laqno;incontro là dove si perde il giorno», &laqno;già tutta l'aria imbruna», &laqno;anzi il chiarir dell'alba». Ma in Leopardi è la sera del sabato a prendere il posto del &laqno;sabato senza sera», l'aspettativa e la promessa a prendere il posto del compimento e della realizzazione.

Il canto di Leopardi rovescia, teologicamente, quasi, l'idea cristiana ­ questa idea cristiana ­ della domenica come giorno della letizia comune nella festa. &laqno;Diman tristezza e noia/ recheran l'ore, ed al travaglio usato/ ciascuno in suo pensier farà ritorno». La domenica arrivata non sarà solo incapace di rispondere all'attesa e ai preparativi della sera del sabato, sarà &laqno;triste e noiosa». Non si veda un abuso di attualizzazione leopardista nella menzione, resa naturale, della caricatura tragica del sabato del villaggio nelle disgrazie o nelle gare mortali dei garzoncelli usciti dalle discoteche anzi il chiarir dell'alba: &laqno;febbre del sabato sera». Attualità a parte, il sabato leopardiano è la negazione della domenica cristiana: non per irreligiosità, al contrario. La religione stessa, l'illusione benigna, può essere per Leopardi solo l'equivalente dell'attesa del sabato: non il compimento domenicale. Questa persuasione ha preso insieme in Leopardi la forza della filosofia e della poesia: alleanza formidabile. Forse, a metà di un anno leopardiano non privo di fatuità e volgarità (un giubileo leopardiano, coi pellegrinaggi sinceri mescolati ai gadget da strapazzo) vale la pena di osservare come in Italia, la patria d'elezione della Chiesa cattolica e dunque della domenica, un poeta si sia impadronito di un giorno della settimana, e ne abbia fatto la sua trincea, chiamandovi a raccolta i suoi connazionali più coraggiosi. Ho così riscritto, per i lettori della mia rubrica, la storia d'Italia nell'ultimo secolo più o meno inedita, salvo che qualcun altro abbia già arruolato, a mia insaputa, gli italiani sotto le bandiere separate del sabato o della domenica. Una volta avuta un'idea, non si fa che trovarne conferme. La Lettera papale ricorda che, per un'accorta intuizione pastorale, i cristiani accolsero la connotazione romana della domenica come &laqno;giorno del sole», rimasta in molte lingue contemporanee, come l'inglese &laqno;Sunday» e il tedesco &laqno;Sonntag». Leopardi fu infatti uomo della luna ­ anche se anticipò alla domenica la testa pesante del lunedì ­ e del sole compianse soprattutto la morte imminente. Comunque sia, storia passata. Ha perso Leopardi, e ha perso il Papa. Non c'è più la domenica, perché non c'è più il sabato, né il villaggio. Il weekend, compresa la parola, venne dai paesi anglosassoni, ma i paesi &laqno;socialisti» furono fra i più pronti ad accoglierlo, a modo loro: nella Polonia in cui Karol Wojtyla fu prete e vescovo, la seconda casa della nomenklatura si chiamava così, &laqno;wikendiza». Ora c'è il week-end, il grande e il piccolo esodo, non c'è la donzelletta né la vecchierella, l'ombre non tornano giù da' tetti perché s'impigliano nelle antenne televisive e nei giochi di luce della costa. Per evitare il traffico, molti, più intelligenti, sono già partiti la sera di giovedì. Dall'Anas-polizia stradale è tutto, la messa è finita.

© Arnoldo Mondadori Editore
Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati