Adriano Sofri
Venite, vi porto in Abkhazia

'È l'antica Colchide, la meta della spedizione degli Argonauti alla conquista del Vello d'oro; e, in concorrenza con la Georgia, la culla dei più grandi miti, da Prometeo alle Amazzoni. Ora un bel libro...

C'era la guerra in Cecenia. Volevo andarci, non sapevo come fare. A Mosca, Pavel Kozlov mi racconta la storiella del pesciolino d'oro, che lì fa le veci dell'Aladino della lampada. Un deputato della Duma chiede al pesciolino: &laqno;Puoi realizzare qualunque desiderio?». &laqno;Qualunque». &laqno;Allora, ti scongiuro, risolvi il problema della Cecenia». Disappunto del pesciolino: &laqno;Per favore, la Cecenia è così piccola, non so neanche esattamente dov'è, chiedi un'altra cosa». Il deputato: &laqno;Puoi trasformare mia moglie nella donna più bella del mondo?». &laqno;Certo! Tira fuori una fotografia». Quello la tira fuori. Il pesciolino guarda e riguarda, e poi: &laqno;Via, andiamo a prendere un mappamondo, vediamo dov'è quest'accidenti di Cecenia». Ero a un punto morto. Ma in Italia Massimo Boffa, sia pure con una leggera esitazione, mi aveva dato l'indirizzo di una principessa abkhaza, che aveva già accompagnato lui in quel Caucaso avventuroso. Mi parve di capire l'esitazione: chi ha incontrato una vera principessa abkhaza preferisce tenerla per sé. Capii poi che Boffa doveva essersi preoccupato che io fossi all'altezza del coraggio fiero e suscettibile di quella giovane donna, e in effetti non fu facile. Lei fu per me una guida preziosa in quel viaggio di guerra, e poi di nuovo in un viaggio di riscatto di sequestrati. Sebbene la principessa fosse lei, mi sentii un po' come il Piccolo Principe con la sua rosa, sensibile e permalosa. Dunque sono restato in debito con lei ­ Ziala è il suo nome ­ e voglio pagarne un po' ora, grazie a una felice occasione.

Einaudi ha infatti appena pubblicato il primo volume (ma sono 600 pagine, tradotte da Ljiljana Avirovic´, col titolo Sandro di C*egem) della epopea abkhaza magnificamente favolosa e umoristica del più famoso scrittore abkhazo vivente, Fazil Iskander. Io l'ho letto di un fiato, avido di riconoscere luoghi e racconti incontrati attraverso introduttori straordinari come Ziala, che per di più è una bizantinologa e un'italianista, e come il presidente dell'Abkhazia, Vladislav Arzinba, ittitologo e specialista di cuneiforme. Ma anche il lettore ignaro farà col libro di Iskander scoperte emozionanti. Intanto ricorderò che l'Abkhazia è un piccolo paese di mare e di monti, affacciato sul Mar Nero, fortunato di un microclima che lo rende simile alla Liguria, o alla costiera amalfitana. Negli ultimi anni l'Abkhazia ha condotto una guerra micidiale, impari, per l'indipendenza dalla Russia, ma soprattutto contro il suo peculiare e soverchiante oppressore nazionale, la Georgia. L'Abkhazia di oggi è l'antica Colchide, la meta della spedizione degli Argonauti alla conquista del Vello d'oro; e, in concorrenza con la Georgia, la culla dei più bei miti, da Prometeo alle Amazzoni (per i valorosi Ubychi, dice Ziala, &laqno;amazon» significava il giovane guerriero senza i baffi). La lingua abkhaza è di vocali generose e consonanti sibilate o come fischiate. Abkhazia vuol dire, per lei: paese dell'anima. La gente è in parte cristiana, in parte musulmana, ma condivide un culto pagano degli alberi santi e della montagna, una devozione leggendaria all'ospitalità e alla vendetta di sangue, un rispetto assoluto per gli anziani, un rango speciale delle donne sacre: e la parola Dio, se la memoria non m'inganna, si dice &laqno;anza» (o: &laqno;anthra») e vuol dire &laqno;le madri in uno», &laqno;come tante madri che sono una madre unica». Gli anziani abkhazi si radunano nel pericolo a Likhni e parlano all'ombra di una quercia di trecento anni. L'Abkhazia pagò un prezzo esoso all'Unione Sovietica, reso più salato dalla nascita georgiana di Stalin e di Berjia. Una volta era un mosaico di popoli, georgiani, ebrei, armeni, greci, turchi, russi. Ora tutto è sconvolto, le minoranze nazionali fuggite. Gli abkhazi stessi sono una minoranza, di fronte ai popolamenti georgiani: dunque una minoranza che resiste a una maggioranza; ma una minoranza così piccola e così minacciata di estinzione da mettere in dubbio i precetti usuali della democrazia.

Anticamente, quando la loro capitale si chiamava Dioscuria, gli abkhazi erano grandi navigatori; poi preferirono la montagna. Una notte, a Grozny, Ziala sognò di annegare nel mare, ma due suoi fratelli l'hanno sollevata e deposta in salvo sulla montagna. Gli abkhazi chiamano i pesci del mare anime dell'acqua, e non li mangiano, perché si cibano di ciò che sta sul fondo e dei morti. Mangiano trote e pesci dei corsi alti di acqua dolce. I bambini venivano tenuti in braccio, e non nella culla, per 40 giorni. Ziala mi mostrò le foto dei principi abkhazi e dei servi mingreli, delle principesse che vinsero un concorso di miss a Parigi nel '31, dei combattenti della &laqno;Brigata selvaggia», dei riti sotto gli alberi della preghiera. Poi mi mostrò le foto delle sue amiche e amici morti dopo l'agosto '92: un &laqno;esercito» di 600 persone con armi rudimentali, contro aerei, tank, artiglieria e ogni genere di armamenti. Una notte, in Cecenia, raggiungemmo il villaggio di montagna in cui era rifugiata la famiglia del più leggendario guerriero, Shamil Basaev. Shamil ha una giovane moglie abkhaza. Ho visto pochi incontri commoventi come quello tra le due giovani donne abkhaze. I georgiani sono 5 milioni. Gli abkhazi centomila. Una volta la mia principessa fu ricevuta in Vaticano, e per spiegare davvero il problema aprì una finestra, e indicò la piazza. Tutti gli abkhazi non basterebbero a riempirne una metà, disse. Ho pagato un po' del debito con Ziala. Ora, voi fidatevi del mio consiglio: leggete Sandro di C*egem. Un giorno, se il mondo smetterà di andare verso la sua rovina, potrete andare in vacanza nella Colchide. Oleandri, palme, mandarini, allori, gelsi, viti, cipressi, cedri, tabacco. E noce greca. Se ne fanno settanta piatti diversi. Forse verrò anch'io.

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