Adriano Sofri
Caro Tabucchi, ti racconto una storia

GIUSTIZIA DOLOSA L'INCREDIBILE (MA VERA) DISAVVENTURA DEL DETENUTO G.A.
Dove si narra di un cittadino che chiama i pompieri per essere aiutato a spegnere un incendio e finisce in galera per cinque mesi.


Caro Antonio Tabucchi, ti racconto io una storia. È la storia modesta e malinconica, ma anche un po' scandalosa, di un uomo di 35 anni che ora è qui in galera, e di casa sta a Vecchiano, il tuo paese. Si chiama G.A., è nato in Belgio, nel Limburgo, dove suo padre era emigrato per lavorare in miniera. Ora suo padre vive a Vecchiano, con una pensione d'invalidità totale, perché prese la tbc e la silicosi, e adesso soffre anche di sclerosi multipla. Anche sua madre è italiana, lavorò in Belgio da operaia e da domestica, ora è restata lì, da sola, invalida anche lei. Litigavano, e alla fine divorziarono. La gente chiamava la polizia, il bambino fu messo in collegio. Ci rimase dai 7 ai 17 anni, passando da un collegio all'altro, e scappando ogni tanto per andare in cerca dei suoi. Suo padre abitava in una baracca. A 17 anni G. fu chiuso in una casa di correzione. Il ragazzo non aveva voglia di scuola, parlava e scriveva in fiammingo e in italiano, e poi ha imparato a masticare altre lingue. Ha lavorato qua e là, quasi sempre al nero: in Belgio, in Olanda, in Germania. Lavori &laqno;di pala e picco», per lo più. Manovale alla posa dei cavi elettrici, nell'edilizia, in officine meccaniche. Lavorò regolarmente, per cinque anni, alla Volvo in Olanda. &laqno;La catena era molto veloce, ti mettevano a fianco di uno esperto, che ci lavorava da dieci anni, e dovevi tenere il passo, se no eri fuori. Allora cominciai a prendere anfetamine e altri stimolanti. Droga no, mai. Prima, coi miei amici, avevamo solo fumato». Ogni tanto tornava in Italia, da suo padre. Una decina di anni fa aveva comprato in Belgio un'auto, una Nissan 1200, che era rubata. Lo processano per ricettazione, in Italia, e lo condannano con la condizionale. Quando trova lavoro, sta in giro per l'Europa. Quando resta senza, viene da suo padre. &laqno;Ti vuole bene tuo padre?». &laqno;A modo suo sì». &laqno;Tu gli vuoi bene?» &laqno;Gli voglio troppo bene».

Suo padre ha comprato un terreno di poco più di un ettaro a Massaciuccoli, fra Lucca e il Lago. G. ci passa sempre più tempo. &laqno;Mi volevo quasi ammazzare, poi sono riuscito a smettere con le pasticche e col fumo andando là a pulire il bosco, ero sempre in moto, mi sentivo bene. Era un terreno incolto, una volta c'erano i pini, ma in pochi anni c'erano stati tre incendi, e nessun albero era sopravvissuto. Volevo piantarci degli alberi da frutta, qualcuno l'avevo già piantato. Meli, fichi, albicocchi. Mi ero costruito una capanna di legno e di teli, a volte restavo a dormire là, un po' per non fare avanti e indietro, un po' perché mi piaceva. Nella capanna avevo un fornellino, andavo giù a prendere un bidone d'acqua ­ perché acqua non ce n'è ­ e mi arrangiavo così. C'è solo un viottolo, volevamo fare una stradina, avevamo parlato con la Forestale. Quelli della Forestale venivano, mi vedevano lavorare, mi conoscevano».

Il guaio succede il 12 aprile 1996. Non è un gran guaio. &laqno;Ti ho detto che alberi non ce n'erano più. Qualche robinia giovane, qualche albatrella (che sono i corbezzoli), marule (che non so cosa sia, forse il ginestrone) e soprattutto pruni, che infestano tutto. Io facevo questo: ripulivo la macchia, raccoglievo sterpi e rovi, li bruciavo, e continuavo oltre. L'avevo fatto tante volte, un pezzo al giorno. Quel giorno il vento girò, e si incendiò il sottobosco. Vidi che non ce la facevo a spegnerlo, anche se non era estate, e corsi giù al bar di Balbano, dov'è il telefono più vicino. Chiamai i pompieri a Lucca, dissi chi ero e che c'era un incendio da spegnere. Mi misi d'accordo e li aspettai per strada, perché non avrebbero potuto trovare il posto da soli. Vennero con una cisterna e una jeep a 4 ruote motrici: la cisterna non ce la faceva a salire, andammo su solo con la jeep. Spegnemmo l'incendio, loro e io insieme, in tre o quattro ore. Aveva superato il confine del nostro terreno, ma non di molto». Insomma, alla fine gli uomini della Forestale dicono che lo conoscono, che è un bravo ragazzo che lavora sodo, ma il capo dei pompieri dice che lui è tenuto a fare la denuncia, oltretutto risulta la telefonata che G. ha fatto per chiamarli, con tanto di nome e cognome. Fanno il loro verbale.

Dopo un paio di mesi lo convocano a Lucca, alla sede della Forestale. Lo ascoltano, c'è qualcuno del tribunale, e anche un avvocato d'ufficio. Lui non ha soldi. Suo padre gli dice: &laqno;Figurati se per una sciocchezza del genere vale la pena di pagare un avvocato». Passano altri sette mesi, e viene convocato a Lucca, in tribunale, per il processo. L'avvocato d'ufficio non si presenta nemmeno. Ne viene nominato un altro, un'avvocata di passaggio, che gli consiglia di prendersene uno di fiducia. Ma lui è senza soldi. Si apre il processo. Sono convocati i proprietari dei terreni confinanti, ma nessuno si presenta, nessuno ha dichiarato danni o fatto denunce. Il giudice chiede a G. se vuole patteggiare. Lui chiede che cosa cambia. Col patteggiamento le diamo un terzo della pena, se no può essere assolto o condannato, e poi fare appello eccetera. Lui pensa: se mi metto in una cosa che va per le lunghe, magari mi capita un'occasione di lavoro e devo rinunciarci. Così chiede di chiudere la cosa. Non ha ancora capito. Il giudice chiude la cosa dandogli cinque mesi e venti giorni per incendio colposo. Bene. Cinque mesi e venti giorni, nell'Italia degli incendi dolosi, devastanti e impuniti. A casa, G. e suo padre si guardano desolati, e prendono un avvocato di fiducia. Gli danno un milione, poi un altro milione. In galera non andrai mai, garantisce. Gli danno una sospensione della pena in attesa di un affidamento in prova che sostituisca la reclusione in carcere. Passano otto mesi, e ­ ottobre 1997 ­ il tribunale di sorveglianza di Firenze esamina la pratica. Lui è tornato a lavorare in Olanda, l'avvocato non si presenta. L'istanza è respinta. Ho davanti un foglio, che recita: &laqno;Trattandosi di pena non superiore a sei mesi e non apparendo sussistere il pericolo di fuga... ingiunge al condannato di costituirsi in carcere». Il condannato si è costituito. Suo padre è a Vecchiano. Gli alberi da frutto chissà se se la caveranno.

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