Adriano Sofri
Da Savonarola a Tangentopoli

C'è assonanza tra la Firenze che mise al rogo il frate e l'Italia di oggi. Che oscilla fra l'eccesso di austerità e di rigore penale e l'eccesso di dissipazione; fra Quaresima e Carnevale..

Questo numero di Panorama esce a 500 anni esatti dal supplizio di Girolamo Savonarola e di due altri frati suoi seguaci, a Firenze, in piazza della Signoria. Era il 23 maggio del 1498. Per quattro anni Savonarola era stato il signore della città. Il rogo era eretto nel punto in cui per due volte, a Carnevale, si era compiuto nel nome del frate il bruciamento delle vanità: oggetti e vesti e libri profani dati alle fiamme per penitenza. La catasta, &laqno;uno bello capannuccio», era stata fabbricata con cura, per corrispondere alla pena ordinata (che fossero impiccati e arsi) e al gusto del pubblico. I tre, Savonarola per ultimo, furono appiccati a una colonna di legno al centro del rogo, e incatenati, perché restassero a penzolare in cima alle fiamme. La legna era ben secca, e qualche &laqno;compagnaccio», di quei goderecci nemici giurati dei &laqno;piagnoni», ci aveva mescolato razzi e polvere da sparo, sicché il fuoco divampò e scoppiettò a meraviglia. &laqno;Per modo che il Profeta con li compagni se arostirno e cominciorno a cascare giù pezo a pezo». I fanciulli, che, finché la città era ai piedi del frate, costituiti in brigata, correvano a smascherare peccatori e rompere specchi e denunciare i genitori, presero a sassate i corpi penzolanti. E &laqno;quello gioco durò un pezo», mirandosi a gara alle viscere e al fegato e al cuore, ancora sanguinanti. Finché, &laqno;essendo l'ora del disnare, la maggiore parte della brigata si part&igravee». Il Papa, il famigerato Alessandro VI Borgia, era così entusiasta della fine di quell'incubo che si sbrigò ad assolvere chiunque, nell'invasione del convento di San Marco di cui Savonarola era priore (celle affrescate dall'Angelico) avesse commesso violenze e omicidi; e si sbrigò ad autorizzare la tortura degli accusati.

Nelle sue prediche tempestose, Savonarola aveva predetto per sé le catene e il rogo. Fu in effetti messo in ceppi, e sottoposto al tormento della corda. I suoi si aspettavano che resistesse al martirio. I nemici che confessasse patti col diavolo e tradimenti politici. Il frate non ammise eresie né adorazioni occulte di Satana o di Maometto, né ruberie. Disse però di non aver ricevuto da Dio o dai suoi angeli gli annunci di sventura e di castigo che aveva predicato, ma di averli tratti dalla propria opinione e dalle Scritture. Si era fatto trascinare dalla vanità, e si era fatto passare per profeta. Non rinnegò l'auspicio della riforma della Chiesa corrotta, del ritorno alle sue origini povere e apostoliche, né la propaganda per un concilio universale: se il concilio si fosse tenuto, lui sarebbe stato più che Papa. Adriano Prosperi, nella premessa al vecchio studio di Robert Klein, Il processo di Girolamo Savonarola, appena pubblicato a Ferrara (Corbo editore), descrive la delusione di tutti di fronte a un Savonarola che si mostra né profeta ispirato da Dio né agente diabolico: &laqno;Un normale essere umano, semplicemente e desolatamente umano». I suoi seguaci si difesero da quella amarezza (allora: e continuarono per secoli) dichiarando false o estorte tutte le risultanze del processo. Nei verbali parlava la perversione dei giudici e la brutalità dei tratti di corda. Non era quello il vero fra Girolamo. Quanto ai nemici, incapaci di valutare quella confessione dirompente, ne furono imbarazzati, e dopo aver fatto stampare i verbali (la stampa era un equivalente del processo infamante per televisione dei nostri anni), altrettanto frettolosamente ne ordinarono il ritiro.

Non occorre che io spinga troppo oltre l'assonanza fra questo quadro e quello del &laqno;processo popolare» nel quale l'Italia pubblica si è perduta vent'anni fa, e ai cui bordi ancora torna con esorcismi inebetiti. Molte altre sono le domande lasciate da quell'incendio fiorentino. Indico le due più scottanti. La prima è l'oscillazione febbricitante di una comunità e dei suoi governi fra un eccesso di austerità e di rigore penale e un eccesso di euforia e dissipazione. Fra Carnevale e Quaresima. Il frate piagnone rinfacciava a Lorenzo il Magnifico di tenere i suoi sudditi istupiditi nelle feste e nel gioco del calcio, perché dimenticassero la libertà e l'anima. Equivocava, il frate, sul desiderio spontaneo di giocare a pallone, guardarlo giocare, scommetterci su e farsi guerra fra tifosi. Nella capitale biografia di Savonarola di Roberto Ridolfi si cita l'esclamazione di sollievo che corse per Firenze alla caduta del frate: finalmente possiamo tornare a soddomitare! Scusate anche qui il passaggio brusco: ma non è la storia dell'Italia del dopoguerra e poi del boom, della crisi e dell'austerità e poi degli anni Ottanta, di Berlinguer da un lato e di Craxi e di Berlusconi dall'altro, fino all'Italia di Tangentopoli da un lato e, dall'altro ­ dall'altro vedremo ­ ? O dell'Iran dello scià e di Khomeini, e ora delle sole donne che vanno a guardare una partita di calcio allo stadio di Teheran? Ecco l'ultimo punto, appena risollevato sul pretesto di un altro processo e un altro rogo, quello di Giordano Bruno. Mi ha sorpreso che si ripresentasse, a proposito di una nuova collana del Mulino sull'&laqno;identità italiana» (al Mulino peraltro c'è un maestro di questi studi come Paolo Prodi), la vecchia disputa se la Controriforma fosse solo una reazione o anche una positiva Riforma cattolica. Un dilemma irrisolto è viceversa nel metro di giudizio dei valori riformatori. La corruzione della Chiesa riguardava, oltre alla simonia alle violenze alla miscredenza, la licenziosità dei costumi. I riformatori esigevano la moralizzazione dei costumi. L'altra faccia di questo scontro stava però nell'invadenza dei poteri laici ed ecclesiastici nelle vite private e nelle libertà civili, e soprattutto nella persecuzione delle libertà delle donne. Il vescovo più pio e austero correva a murare più strette le sue monache. Quanto questa contraddizione domini oggi il paesaggio delle guerre sante contro la corruzione, tutti vedono.

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