Adriano Sofri
Sette auto rubate e rese, 30 anni di galera

DETENUTI DIMENTICATI. DOMENICO, DAL FURTO DI GALLINE ALLA SEMINFERMITÀ
Storia esemplare di un'ombra scontrosa addossata ai muri dei corridoi. Della quale nessuno s'accorge.


Proverò a descrivere un prigioniero strano e quasi derelitto: ma prima voglio far festa, coi miei eventuali lettori, per il più famoso e fiero prigioniero cinese, che è stato scarcerato ed esiliato negli Stati Uniti. E' Wei Jingsheng, alla sua ammirevole storia avevo dedicato questa pagina poco tempo fa. La sua liberazione è stata personalmente richiesta da Bill Clinton al presidente cinese Jiang Zemin. Così, dopo essersi definito &laqno;il prigioniero personale di Deng Xiaoping», Wei deve la sua libertà a un'intercessione personale: una questione di sovranità dispotiche o umanitarie, amara per un uomo saggio che ha dedicato la vita intera all'auspicio della democrazia. Wei Jingsheng aveva finora rifiutato di scambiare la libertà con l'espulsione dalla Cina. Qualunque motivo l'abbia ora guidato, se la gravità delle condizioni fisiche, o la fiducia di poter continuare la sua lotta anche dall'esilio, o la stanchezza ­ perché no? ­ Wei è uno dei campioni di un'umanità che sfida dal carcere il potere arbitrario, e che a volte esce dal carcere per riscattare il proprio popolo, come nella storia dolorosa e magnifica di Nelson Mandela. In tutti questi anni Wei ha continuato a indirizzare ai padroni della Cina e a Deng Xiaoping in prima persona lettere intrepide che girano clandestinamente per tutta la Cina. E' straordinario che dalla Cina siano venuti al mondo esempi di individualità semplice ed eroica, come l'icona del giovane che ballò davanti alla fila dei carri nella Tienanmen (e fu ammazzato di lì a poco: si chiamava Wang Weilin, ma non se ne ha certezza), o come Wang Dan, il leader studentesco del 1989 che guida ora la lista d'onore dei dissidenti incarcerati per &laqno;sovversione».

All'altro capo di queste prigionie nobili, ce ne sono di infime, che non hanno a che fare con la storia, e non arrivano neanche al passeggero orrore della cronaca. Sono figure inosservate agli occhi stessi dei loro vicini. E' di uno così che voglio parlare. Appunto, non sapevo niente di lui benché lo veda tutti i giorni da molti mesi. Vederlo è espressione perfino eccessiva, nel suo caso, perché è un'ombra scontrosa e addossata ai muri dei corridoi, con una scopa o dei sacchi d'immondizia in mano, che risponde a malapena al saluto e senza alzare gli occhi: come una avvilita suppellettile fra le altre dei corridoi del carcere, portacenere ricavati da fondi di bottiglia di plastica. Ed ecco ora, con le sue parole, la storia. &laqno;Mi chiamo Del Prete Domenico. Nato a San Miniato il 12-1-47. Mio padre scaricava pesi alle concerie a Santa Croce, è morto nell'84. Mia madre stava a casa, è morta il 30 marzo 1974. A scuola andai a Ponte a Egola. Feci quattro volte la prima. Non mi passavano. Come cervello non andavo bene. Mi piaceva lavorare, aiutavo mio padre. Ho rubato delle galline e un coniglio, mia madre mi prese per l'orecchio e mi mandò a restituirli. Ero sfortunato, trovavo lavori che finivano subito. A 13 anni ho rubato una bicicletta. Una Legnano, da uomo. Alla stazione di Pisa. Ero venuto in treno. Era aperta. Non ho mai scassato una serratura. Lì feci il giro di Pisa, sarò stato neanche un'ora, poi l'ho riportata. Mi aspettavano i carabinieri e il proprietario. Un uomo anziano, non mi volle denunciare. Mi processarono a piede libero, presi l'insufficienza di prove. Poi frequentai compagnie brutte, e mi insegnarono a mandare la macchina. Volevo la patente, ma non la presi mai. Prendevo biciclette e motorini, sempre aperti, poi li rimettevo a posto. Mi arrivavano denunce a piede libero. A 16 anni cominciai a venire in galera, poi il primario di psichiatria dell'ospedale universitario di Pisa mi fece una perizia e mi diedero la seminfermità, mi mandarono per due anni al manicomio di Castiglione delle Stiviere. Non mi trattavano male, ebbi anche una licenza. Una ragazza proprio non l'ho avuta mai. Una mi lasciò, per i vicini e i carabinieri. Dove sto io mi vogliono tutti male. Prendevo anche un'auto, se era aperta e c'erano le chiavi su, sempre per fare un giro. Portai via l'auto di un procuratore, al tribunale, una Bmw sua o dell'ufficio, non so, con le chiavi dentro, feci il solito giro di Pisa, sarò stato un'ora, un'ora e mezza. Mi aspettavano i carabinieri. Mi diedero un anno e sette mesi. S'erano arrabbiati forte, anche perché ero andato a fare il pieno coi buoni della procura. &laqno;La verità è che ho rubato sette auto in tutto, e le ho sempre rimesse a posto. Una a Viareggio, le altre a Pisa. Mi davano furto, truffa, guida senza patente. Arrivavano i furti in sospeso, poi me ne accollavano altri che non ho fatto. Sempre senza scasso. Anche con le moto, solo quando c'erano le chiavi. Non ho mai avuto un incidente. Una volta mi legarono le mani dietro e mi bastonarono. Ma io quando ero stato l'avevo sempre detto. Ho una sorella, è brava, piange sempre. Ha una figlia di 18 anni, ha già preso la patente. Avvocato non ne ho mai avuto. Ho cinquant'anni, ne avrò passati trenta in galera. Del carcere di Pisa mi ricordo tutti i cambiamenti. Mi trattano bene, mi fanno lavorare. Lavorare mi piace. Non ce la faccio più con la galera. Prima stavo in cella in due, ma poi la notte cominciavo a parlare. Ora sto in cella da solo, perché la notte parlo da solo, senza volere. Sogni non ne faccio più. Delle volte penso a mia madre e a mio padre. Ero sempre in galera quando sono morti. Nel '74 andai coi carabinieri a vederla, da morta. Ora dovevo uscire il 17 dicembre, ma mi è arrivato un altro foglio vecchio, da Empoli, per una macchina, e anche la truffa aggravata, perché ho fatto un rifornimento di 59.000 lire alla Ip con nome falso». Questa è, finora, la storia di Domenico D.P. L'Italia è una democrazia. Comincio ad avere delle idee meno generiche sulla democrazia. Democrazia è per me un paese in cui a Domenico D.P. si dà un incarico di parcheggiatore d'auto al tribunale, e magari anche un cappello con la visiera, quel po' che gli serve per vitto e branda, e non ci si accorge se, una volta ogni paio d'anni, va a fare un giretto con un'auto blu. Preferisco non chiedermi come ci rimarrebbe Wei Jingsheng a sapere che Domenico D.P. ha passato quasi trent'anni in galera.

 

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