Adriano Sofri
Verso Gaeta, capitale del Senegal

Studiosi in piroga scambiati per clandestini. Turisti francesi arrestati come tunisini. E com'è difficile distinguere un clandestino da un bagnante, sulla sabbia di Lampedusa. Così, tra qualche migliaio di anni, su una carretta...

Lo spunto per questo articolo mi viene dalla seguente notizia di Ferragosto: al largo di Gaeta una motovedetta della capitaneria ha intercettato una piroga evidentemente africana, con 11 immigrati clandestini che pagaiavano di gran lena. Ad abbordaggio avvenuto, si accertava però che l'equipaggio era composto di studenti di pedagogia di Praga, guidati dal professor Radomir Tichy, e che l'imbarcazione era la riproduzione accurata di una piroga preistorica. Lo scopo era di dimostrare che i primi agricoltori arrivarono in Europa su imbarcazioni di legno. Morale della notizia: 11 studenti e docenti universitari di varie nazionalità (cechi, sloveni e tedeschi) che si fingevano agricoltori-naviganti preistorici provenienti dal Vicino Oriente sono stati scambiati dalla capitaneria di porto per clandestini provenienti dall'Africa nera. Lasciatemi aggiungere un'altra notiziola di mezz'agosto: quattro giovani &laqno;dall'aspetto trasandato» su una Porsche con targa tedesca, che si fingevano francesi, sono stati fermati dalla polizia nel porto di Trapanoramai e tradotti al centro di accoglienza della Caritas, dove sono rimasti rinchiusi due giorni, finché è stato provato che erano cittadini francesi, con documenti regolari, e regolari proprietari della Porsche. Le due notizie hanno occupato, sui rari giornali che le hanno ospitate, trafiletti minuscoli. Io li avrei pubblicati con risalto in prima, con un editoriale intitolato: &laqno;Chi è chi?». Non potendo, mi accontento di rifarmi un po' in questo spazio. La morale non provvisoria di questi episodi è infatti decisiva per i tempi che ci aspettano.

Naturalmente, la questione è antica. Vi ricordate il principe e il povero: il povero che ha cambiato i panoramani col principe scioglie in extremis il dubbio su chi sia chi spiegando di aver usato il sigillo reale per schiacciare le noci. A Palermo si prendeva la gente per il collo e le si ingiungeva di pronunciare: ceci. Se no, i francesi sembravano palermitani, e viceversa. Qualche anno fa, Gad Lerner si travestì da immigrato per descrivere la vita da immigrato. Il mimetismo è la chiave della carità, e anche della solidarietà politica vissuta con fervore: le quali non si accontentano di immaginarsi nei panoramani altrui, ma li indossano davvero. Per questo, quando si incontra uno straccione o una barbona, bisogna sempre stare all'erta: potrebbe essere un santo, o una santa. Anche il Gesù di Bulgakov era, al cospetto di Pilato, e della sua emicrania, uno straccione che si faceva passare per re. La generosità del mimetismo religioso, o politico, porta in sé anche il proprio rischio: la perdita della propria identità. Se ci si identifica con gli altri senza riserve, si può finire per smarrirsi. Succedeva a Zelig, è successo a tanti volontari di quella politica militante che afferrò i giovani una trentina di anni fa. Se quella politica non fosse finita, le piazze d'Italia e d'Europa sarebbero riempite di giovani al grido di: &laqno;Siamo tutti immigrati della Sierra Leone», o: &laqno;Siamo tutte prostitute albanesi». Che questo non avvenga, è un passo avanti. Ma è anche due passi indietro. Oggi il pericolo che ci minaccia non è di smarrire noi stessi nell'identificazione col prossimo, bensì di attaccarci alla nostra carta di identità (alla nostra carta di credito, diciamo) e di dare dei gran colpi di pagaia sulle mani dei naufraghi che si aggrappanoramao alla nostra piroga da diporto. Ce ne rendiamo conto, tant'è vero che un gioco dell'estate è diventato quello di chiedere: &laqno;Lo prendereste in casa un tunisino?». Naturalmente la domanda è retorica, la risposta ovvia è: no. Tuttavia: perché no? Benvenuta questa estate. Benvenuto lo specchio spalancato che ci va offrendo di noi stessi. È diventato rarissimo il mimetismo della carità e della solidarietà, e perfino il travestitismo giornalistico: ma lo spettacolo involontario dello svestitismo e dei suoi effetti è memorabile. Deve pur esserci un momento in cui, pur all'occhio allertato di un guardiano di frontiera, il bagnante veneto a Lampedusa e il ragazzo spacciatore tunisino si confondono: e quasi quasi è l'aspetto del bagnante veneto che invita all'arresto.

Magnifico rimescolamento, di gente che butta in mare i propri documenti e di gente che corre a denunciare il furto dei propri. Gente sdraiata al sole, pronta a dire al poliziotto in equivoco: &laqno;Lei non sa chi sono io», e la gente che deve tener duro a sciorinare false generalità per 30 giorni, fino a conquistare un prezioso foglio di via, e lanciare a Roma, o Parigi, o Berlino, la sua giovane sfida: &laqno;A noi due». Prima o poi, uno ce la farà. È tutta l'estate che vivo accanto a un marocchino che forse è tunisino e che chiamano Tyson (ma a me dice tutta la verità, tanto sa che non lo tradisco). Mi figuro la promiscuità della spiaggia di Lampedusa, o di Pantelleria. Impronte digitali sulla sabbia. Chi è chi? L'imam della preghiera del venerdì di Agrigento dice che bisogna tenere i puri di cuore e rimandare via gli spacciatori: temo che anche queste due categorie si siano confuse. Come si distinguono? gli chiedono. E lui: &laqno;Bisognerebbe guardarli negli occhi e nel cuore». L'imam vende reggiseni e occhiali da sole. Come distinguere i bagnanti dai bagnati, a Lampedusa? I bagnanti, quando guardano i clandestini, sono colpiti dal pensiero: &laqno;Potrei essere io», o dal pensiero: &laqno;Non potrei mai essere io»? E i bagnati, a loro volta? Certi giornali titolano: &laqno;Quando eravamo noi gli albanesi». Già: ma chi si ricorda? Un solo secolo, una sola ora, può capovolgere le sorti di popoli e persone. Se il mondo durasse, fra poche migliaia di anni un gruppo di studenti di preistoria si imbarcherebbe sui facsimili di carrette sfasciate tra le rovine del porto di Sfax, per dimostrare come, alla fine del secondo millennio, si ripopolò l'Europa, e naufragherà a Gaeta, la ridente capitale del Senegal.

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