Adriano Sofri
In morte di un (ex) detenuto

Ho letto su un giornale che Marcello Diana è morto sabato scorso per overdose. Aveva quarant'anni, ne aveva passati in carcere più di dieci per irrisori reati di droga. Era mio vicino di cella. Poi un giorno uscì e...

Lasciate che dedichi questo spazio a Marcello Diana, che è morto sabato scorso, come ho letto sul giornale, per overdose. Può darsi. Qualcuno sceglie quel modo per suicidarsi, ma non posso saperlo. Fino allo scorso dicembre, Marcello è stato mio vicino di cella qui a Pisa. A quarant'anni, ne aveva passati in carcere più di dieci, benché ci fosse entrato per irrisori reati di droga. Sardo, fiero fino a essere ombroso, sensibile fino a scorticarsi dalla tristezza, stava molto per suo conto, tenuto perciò in sospetto da una pedagogia carceraria che accetta di prendere per rieducazione le effusioni ruffiane e soprattutto la delazione. Inseguito da un accanimento giudiziario implacabile come può esserlo solo la distrazione e l'indifferenza, si era rannicchiato nel carcere come in una tana. Quando lavorava alla spesa, e passava di cella in cella, si prodigava per i più disgraziati. Di sera rientrava nella sua, angosciato dal censimento quotidiano di ferimenti, di prepotenze, di mani tese a elemosinare una sigaretta. Era premuroso verso i più disgraziati come per una personale e gratuita missione. Quando la tristezza lo tirava troppo in fondo, beveva: male e tetramente come si beve in galera, cattivo vino bianco mescolato a cattive terapie sedative. Essendo perseguitato, aveva finito per avere un po' di mania di persecuzione, del resto non banale: sentiva che la vita di quasi tutti è una lunga persecuzione. Una volta, esitando per pudore, mi portò, con la scusa che gliela correggessi, una lettera che aveva scritto senza sapere a quale donna, qualche detenuta che volesse corrispondere con lui. (Del resto era un bell'uomo, un po' somigliante ad Aceto, che aveva conosciuto a Siena: guastato dalla rovina dei denti, come la gran parte dei carcerati di lungo corso).

Ce l'ho qui, la lettera: "È un'altra notte insonne e tanto lunga... Vivo come in un'astratta sala d'aspetto, dove nessun treno è annunciato in arrivo, nessuno in partenza. Ogni sentimento, ogni desiderio vivo e normale mi rimane appiccicato addosso come una ragnatela abbandonata dal suo ragno... Eppure da bambino amavo ciò che vedevo, da ragazzo ciò che sentivo, da uomo non ero più niente. Dovrei staccarmi da questa solitudine ed entrare nel branco: ma come può un ramo spezzato dare frutti? Una foglia strappata dal vento e trascinata nella polvere può tornare verde? Ho disperso gran parte di me negli altri. Perché non riesco a raccontare bugie necessarie, e a spiegarmi con parole piacevoli e fantasiose?... L'aria della notte autunnale arriva anche qui, posso risentirne l'odore, legna e funghi, il profumo di caldarroste e i lunghi maglioni di lana colorati. Ti penso. Respiriamo la stessa notte, come un vestito cucito su misura per un corpo bisognoso... È quasi l'alba, ho gli occhi gonfi e le mani vuote. Ogni cosa è al suo posto, e io l'accetto, dispiacendomi un po' di non conoscere chi leggerà questa lettera".

Aveva dei soprassalti di speranza. Radunò le carte dei suoi precedenti, ne studiò le pazzie (condanne per reati commessi fuori mentre lui era in prigione), le possibilità mai tentate di cumulo delle pene: senza avvocati. Si persuase di aver già scontato più di quello che doveva. Alla fine è uscito. Faceva progetti. Scriveva lettere sul carcere al Tirreno, che le pubblicava. Andava al Comune. "A che cosa serve il carcere se poi chi esce oltre a essere un ex detenuto è un ex di tutto?... Eppure, nessuno di noi è nato detenuto. Eravamo tutti figli di tutti... lasciateci aiutarvi a creare un'accoglienza, per gli ex detenuti stranieri, ex disadattati ed ex di tutto, e per i loro familiari, perduti in città forestiere e in regole che non conoscono... Occorre una stanza e un po' di fiducia... Costavamo 300 mila lire al giorno, dentro. E fuori? Non interessiamo più a nessuno?". Mi scriveva spesso. "Parlo poco, guardo molto. Avevo visto cose che altri non potevano vedere. Dormo poco, lo stomaco è chiuso. Mi manca l'aroma del caffè di dentro. Sono un bravo lavapiatti». &laqno;Dovrò trovarmi una donna, ma forse per il momento sarebbe meglio una levatrice". Aveva incontrato una bambina brasiliana che voleva organizzare una festa di carnevale in cui i bambini di ogni paese mescolassero i loro travestimenti. Alla fine di febbraio è andato per qualche giorno in ospedale, a farsi vedere. Ne era grato, e girava ad accudire i ricoverati. Forse gli è sembrato di essere un po' a casa sua, in carcere. "Molte volte penso che se ancora non ho compiuto il grande volo è solo perché una parte di me non vuole cadere, ma non riesco a stanarla dal guscio... Ti farò una confidenza: ho acceso tre candele per voi e una per tutti gli altri".

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