Adriano Sofri
Scusat per l'herror di stumpa

Il computer non solo non riduce gli errori di stampa nei confronti dei tempi del piombo, della linotype e del proto. Ma li moltiplica spettacolarmente. Mentre scrivo, per esempio, ho sotto gli occhi un infortunio.


Da dirimpettaio povero, leggo di gusto le traduzioni via Internet che Umberto Eco illustra sulla sua Bustina di Minerva. Una nuova filologia muove i suoi passi attorno alla scrittura del computer, passi ironici e perfino maramaldi, per ora: non dissimili da quelli che la filologia degli amanuensi muoveva attorno agli inizi della stampa a caratteri mobili. Mi interessa soprattutto la modificazione nella forma e nel significato dell'errore. Per un verso, questo si spiega col mio stato attuale di scrivente a mano, il quale espone i miei scritti ­ compreso quest'articolo ­ ai rischi tradizionali di errore derivanti dalla decifrazione del manoscritto e dalla sua trascrizione. Per l'altro verso, assisto come tutti allo spettacolo di una tecnologia della scrittura al computer (compresa la correzione uniforme dei testi) che non solo non riduce gli errori di stampa nei confronti dei tempi del piombo, della linotype e del proto, ma li moltiplica spettacolarmente. Mentre scrivo, ho sotto gli occhi il riquadro pubblicitario del nuovo numero del bel settimanale di Enrico Deaglio, Diario, che dedica un'attenzione inattuale allo stile letterario e all'eleganza grafica. L'argomento clou annunciato è il legame fra identità nazionale e lingua di Dante. L'infortunio (subito corretto) è nel sottotitolo: &laqno;Alla ricerca della nostra identit nazionale e del nostro senso di comunit: perch l Alighieri continua a essere attuale». Mi sono chiesto se ci fosse un'intenzione riposta in quel sincopato. Semplicemente, il computer si è mangiato, per qualche ragione sua, tutte le vocali con l'accento, e anche l'apostrofo dell'Alighieri. &laqno;Non le ha prese». (Un po' oltre si incontra, mannaggia, un &laqno;Ghandi». Si scrive Gandhi. Succede di continuo, specialmente all'Unità. Se fossi Mino Fuccillo, come prima misura farei appendere grandi cartelli ammonitori con su scritto: &laqno;Si scrive Gandhi»).

Il caso si è accanito contro la manchette del Diario, mettendo insieme guasto meccanico ed errore umano. Succede. Ricordo un caso illustrissimo e maligno. Si trattava del volume di esordio di quel magnifico monumento della cultura italiana che è il Dizionario biografico degli italiani, edito dall'Enciclopedia italiana. Sulla sovraccoperta un grafico bravo (forse era Albe Steiner?) ma più attento al segno che al significato, andò a capo, senza trattino, così: &laqno;degli itali / ani». Quando gli studiosi stranieri ebbero in mano il volume, non credevano ai propri occhi. Col quale esempio siamo passati nella sottile terra di nessuno fra errore casuale e lapsus rivelatore. Ci sono estremisti dello smascheramento che, sulla scorta di Freud, tolgono al caso ogni ruolo negli errori o nei lapsus, e sotto la distrazione vedono affiorare una verità occultata o rimossa. Mario Lavagetto è uno studioso di letteratura e di psicoanalisi assai sensibile a queste macchinazioni della menzogna e della verità. Un altro grande e solitario studioso, Sebastiano Timpanaro, affrontò impopolarmente la teoria freudiana del lapsus in nome della parte giocata nell'errore dal caso e dalla meccanicità, facendo tesoro di una sua singolare doppia esperienza, di filologo magistrale e di scrupoloso correttore di bozze, allenato dunque agli errori dei copisti e a quelli dei tipografi. Ora il lapsus freudiano ha celebrato un trionfo pubblico che lo stesso Sigmund Freud avrebbe trovato eccessivo, intendo la conduttrice Rai Antonella Clerici che voleva dire: &laqno;Non posso vivere senza il calcio», e si è sbagliata. Troppa grazia. Il linguaggio e le sue défaillances vengono trattati come macchine della verità: scoperta geniale, un po' incline alla intrusione poliziesca. Dove la fede nella tecnica è più spinta, è a macchine vere e proprie che si assegna, come al naso di Pinocchio, il compito di carpire a tradimento la verità alle persone. Una macchina londinese ha appena esaminato a distanza (peraltro benignamente) la conferenza stampa in cui Bill Clinton escludeva rapporti particolari con Monica L.

Tornando ai computer, si direbbe che abbiano realizzato il sogno di qualche scrittore e l'incubo di tutti i filologi: l'abolizione delle brutte copie e delle correzioni. Lavagetto ricorda che Jean-Jacques Rousseau rifuggiva dalle cancellature: sentimento interessante, che mostra un'intenzione di non lasciar tracce, e di liberarsi dei propri scarti. Brutte copie e cancellature sono un po' la monnezza della scrittura, e il cestino era il loro bidone differenziato. La cancellatura al computer, salvo un comando apposito, non lascia traccia di sé. Se non fosse che gli umani sono più lenti e abitudinari delle loro macchine, e si attaccano superstiziosamente alla stampante e alla carta, gli archivi letterari come quello di Maria Corti a Pavia, e del Gabinetto Vieusseux a Firenze, smetteranno presto di essere riforniti. I testi non offriranno più ai loro indagatori il fianco debole dell'autografia, delle correzioni, degli errori inavvertiti, delle versioni successive. Saranno, come i versi del poeta, scritti sull'acqua. Peccato, no? L'occhio moderno non ha fatto che aguzzarsi per rubare questa presunta verità avvolta nell'apparente casualità, nello scarto, nella brutta copia, nel gesto distratto. Nella pittura, dove lo sguardo radioscopico ha permesso di vedere &laqno;quello che c'è sotto», è interessante il nome che si è voluto dare ai cambiamenti di intenzione del pittore in corso d'opera, &laqno;pentimenti». Non so chi per primo li abbia chiamati così: so che è sintomatico. Un cambiamento d'idea passa senz'altro, così, per un pentimento. Dev'esserci qualcosa di irresistibile in questa parola. Ciò che ci porterebbe bruscamente al modo in cui vengono trascritte intercettazioni telefoniche e verbali giudiziari, ma la pagina è finita.

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