Adriano Sofri
Khomeini è vivo e bastona le donne

L'OFFENSIVA ISLAMICA. DALL'AFGHANISTAN ALL'IRAN, DAL SUDAN ALL'ARABIA SAUDITA
È la questione femminile il metro per giudicare la storia. Ma l'Europa sta a guardare.



C'è una guerra mondiale per il dominio sulle donne. Questioni contemporanee come l'offensiva islamista nel mondo, l'immigrazione extraeuropea in Europa, il divario demografico estremo fra i paesi islamici e quelli europei, si presentano coi panni della religione, o dell'economia, ma sono nella loro essenza più profonda legate alla sessualità e ai rapporti fra i sessi. È molto difficile continuare a interpretare la storia del mondo con la categoria del progresso. Tuttavia, se c'è un criterio che ancora permetta di usarla, quel criterio è la liberazione delle donne da una servitù millenaria. La libertà delle donne nella nostra parte di mondo è il vero traguardo della storia dell'Occidente. È anche l'unico caso in cui la speranza che una parte della società, liberando se stessa, liberi insieme l'intero genere umano, conserva una misura di verità: benché tanti uomini se ne sentano tristi e impoveriti. La novità sta nel fatto che il divario fra le condizioni della donna nei paesi liberali e laici e quella nei paesi tradizionali ha prodotto da anni una controffensiva forte e aggressiva da parte dei secondi, e soprattutto di quelli di ideologia islamista. Culture patriarcali e maschili, travestite per lo più da ortodossie religiose, hanno visto minacciato un controllo sulle donne che aveva per loro la forza di una condizione naturale, e si sono gettate alla riconquista. Che questo fine sia dichiarato, o taciuto e addirittura inavvertito ai suoi stessi attori, e però svelato dai loro atti, non è importante. (Appena scritta la parola &laqno;svelato», ho pensato al suo senso letterale, di un velo tolto, appunto). Qualunque interpretazione della giustizia islamica l'ayatollah Khomeini avesse elaborato nella sua lunga stanzetta parigina, fu il chador imposto alle donne iraniane, le bande di pasdaran sguinzagliate a bastonare e spaventare le ragazze sorprese a tenere le unghie laccate o il rosso sulle labbra sotto il lenzuolo che le infagottava, a mostrare quale fosse la posta vera. Reciprocamente, la promessa di uno scioglimento nella teocrazia iraniana si misura, più che sulla figura del nuovo presidente Khatami, sui cambiamenti nelle condizioni di vita pubblica e privata delle donne. In tutti i paesi dell'offensiva islamista questo modo oscuro, fatto di desideri e di frustrazione, e rovesciato nello stupro e nella violenza fisica, nella segregazione corporale e nell'uccisione sacrificale, si lascia riconoscere al di là dei travestimenti ideologici. È così in Afghanistan, dove la persecuzione raccapricciante di donne e bambine da parte dei taliban non incontra più alcuna resistenza. È così nel Sudan di Tourabi, in cui servitù delle donne e persecuzione degli &laqno;stranieri» si combinano. È così nell'Egitto delle infibulazioni eseguite su un tavolaccio da macelleria. È così nell'Arabia Saudita. Una volta, in quei paesi (anche nei nostri, una volta: e neanche tanto tempo fa) il posto di sottomissione e reclusione della donna era scontato, come quello del bestiame domestico. Ora gli uomini all'antica, ma anche i giovani diseredati di quei paesi (che hanno le popolazioni più giovani del mondo), sono offesi e turbati. Ora vedono: vengono in Europa, e vedono; da casa loro, vedono la televisione. Vedono le donne della nostra parte del mondo. Le vogliono, naturalmente, e intanto ci disprezzano. Siamo paesi di puttane e pervertiti. Nessuna integrazione può lusingarli. Non ci sono mogli per loro se non fra le &laqno;loro» donne, e se vengono nei nostri paesi le coprono e le mettono sotto chiave ancora di più, le loro donne. Grazie al cielo, non è solo questo che succede. Ma succede anche questo. In Norvegia, il paese che aveva più metodicamente, e ingenuamente forse, lavorato all'integrazione dei suoi pachistani e dei suoi nordafricani, le elezioni hanno appena segnato un balzo spettacolare del partito di estrema destra, avaro, nazionalista, demagogico: buon parassita di una delusione e di un allarme che hanno investito tutta quella società di tradizioni amate e di nuova ricchezza. La cronaca italiana dell'estate non è stata forse dominata da questi sentimenti e dalla loro manipolazione per stupidità o cattiveria? I marocchini stupratori a Lignano o in Riviera, la foto ­ vecchia, ma cento volte ristampata come se fosse di giornata ­ dell'arabo nudo a mani alzate, lo sventurato pastore macedone della Majella. La cronaca del resto sa mescolare bene le sue carte, ed eccelle nei giochi di specchio: come nelle brutalità sessuali dei &laqno;nostri ragazzi» (e dei canadesi, dei belgi, e di tutti) in Somalia e in altre terre di colonia. O come nello sventuratissimo frate cappuccino cremonese che strozza la giovane africana: che &laqno;l'aveva sedotto», dicono le benigne cronache. Non è facile vedere chiaro qui dentro: è un fondo torbido, e torbidi sono anche i nostri sguardi. Così, perdiamo l'occasione di buttarci ad ammirare e sostenere le donne libere e civili (e gli uomini che stanno dalla loro parte) che resistono a questa terribile offensiva al rischio quotidiano della propria vita: di essere ammazzate, o stuprate, mutilate, sfregiate. È quello che succede nell'Algeria di sgozzatori micidiali e disperati. Se i mandanti degli stupratori e i titolari legittimi del potere si metteranno d'accordo (il &laqno;negoziato» che tanti auspicano, senza sapere di che cosa parlano), sarà sull'unica piattaforma comune: il retrivo codice della famiglia, la punizione delle donne libere, l'islamizzazione grossolana della scuola e dei costumi. Di fronte all'Algeria, l'Europa deve stare con loro e non ha bisogno di imporre un proprio modello di libertà (cioè: di libertà delle donne) contro un modello diverso. L'Europa deve avere paura del contagio di tutto quel sangue versato ai suoi bordi. E deve anche decidere che la libertà delle donne di disporre del proprio corpo, della propria capigliatura e del proprio abbigliamento, è di quei diritti fondamentali che non possono essere sacrificati alle sovranità statali o ai voti delle maggioranze. Ad Algeri, o a Istanbul, o a Sarajevo, o a Grozny, e nelle periferie delle stesse capitali europee.

 

© Arnoldo Mondadori Editore
Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati