Adriano Sofri
In carcere con Socrate

Nel dialogo &laqno;La Repubblica» di Platone paragonava l'esistenza umana a quella di chi è rinchiuso in una caverna e vede il mondo solo di riflesso. Per chi è davvero privato della libertà le ombre della realtà sono doppie.

Nel dialogo La Repubblica di Platone, scritto 2.400 anni fa, c'è un celebre passo che paragona l'esistenza umana a quella di prigionieri dentro una caverna. Pensa, dice Socrate, che gli uomini siano rinchiusi fin dall'infanzia in una caverna, che ha un lato aperto alla luce: incatenati alle gambe e al collo, devono guardare avanti a sé senza poter voltare la testa; e che alto dietro di loro arda un fuoco, e che tra il fuoco e i prigionieri corra una strada alta, lungo la quale è costruito un muricciolo, come gli schermi dietro i quali i giocolieri e i burattinai esibiscono i loro spettacoli. E che lungo il muro passino uomini che trasportano utensili e oggetti di ogni genere, sporgenti oltre il muro, statue e animali di pietra e di legno, e a volte tacciano, a volte parlino, com'è naturale. Fermiamoci un momento. Ammettete che il paragone è molto complicato: anzi, è decisamente strano. &laqno;D'una strana immagine tu parli» dice infatti a questo punto nel dialogo l'interlocutore di Socrate &laqno;e di ben strani prigionieri». Socrate non se ne dà pensiero e continua: se hanno la testa immobilizzata, costoro non possono vedere, di se stessi e degli altri, che le ombre che il fuoco riflette sulla parete della caverna di fronte a loro. E anche degli oggetti trasportati non vedono che le ombre proiettate sulla parete. Ma essi prendono per realtà quella fantasmagoria di ombre. E quando la parete rinvia un'eco, essi la prendono per la vera voce di quelle ombre. Se fossero sciolti, e forzati ad alzarsi, e spinti a muovere in giro il collo, a camminare verso la luce, proverebbero dolore e resterebbero abbagliati; e stenterebbero a credere che la verità stia in questo nuovo mondo luminoso, e non nel gioco di ombre cui sono stati fissi fino a poco fa. Solo un po' alla volta, e soffrendone, imparerebbero a distinguere la penombra e poi la luce, e a guardare le cose prima di riflesso, come in una pozza d'acqua, poi direttamente, e poi il cielo notturno di luna e stelle, e finalmente il sole. Solo allora il prigioniero liberato, &laqno;ricordandosi della sua prima dimora e della conoscenza che regnava laggiù, e dei compagni di carcere d'allora, riterrà sé beato per il cambiamento, e commisererà quegli altri».

Il paragone è svolto ancora a lungo, immaginando anche il cammino a ritroso, per descrivere le sensazioni di chi dalla luce tornasse nel buio della caverna. Avevamo notato un'impressione di stranezza e di macchinosità: e Platone e i suoi lettori non erano certo insensibili alla prolissità di un'immagine. Poche pagine più avanti, a proposito di un altro paragone, si dice: &laqno;Ma non facciamola troppo lunga con questa immagine». Invece l'allegoria della caverna è prolungata e ripresa più volte. Ma la sensazione di macchinosità è subito sparita, e al suo posto c'è una meraviglia per la potenza rivelatrice dell'invenzione. A che cosa rimandi ­ la condizione dell'anima imprigionata nel corpo, o dell'umanità nel mondo fittizio della natura ­ è questione che non so trattare, che ha riempito intere biblioteche, e qui non mi importa. Il fatto è che, dai banchi di scuola in poi, avrò trovato mille menzioni del mito della caverna platonica, e ora, così tardi, mi sono accorto di non averlo mai letto. C'è da essere imbarazzati: ma forse anche molti di voi. Ho però una ricompensa: l'emozione con cui adesso leggo queste pagine. E lo stupore, intanto: quel gioco d'ombre proiettate sul muro, come su uno schermo, non è forse il cinematografo? E l'eco delle voci dei passanti non è il cinema sonoro? L'impressione è inevitabile, tant'è vero che Simone Weil, sulla cui scorta ho preso in mano il dialogo, scrivendone fra il '40 e il '42, osservava: &laqno;Noi nasciamo e viviamo nella passività. Non ci muoviamo. Le immagini passano davanti a noi e noi le viviamo... Ciò che viviamo, a ogni istante, è ciò che ci è offerto dal presentatore di marionette... I cinema sonori somigliano abbastanza a questa caverna. Ciò mostra quanto noi amiamo la nostra degradazione».

Dovrei seguire i pensieri che si affollano attorno a questa immagine, ma è già ora di concludere. Platone ci avverte del carcere in cui, tutti, viviamo. Per me, però, il carcere non è allegorico. O piuttosto, è insieme una parabola e una ferrigna realtà. Dunque leggo Platone come uno speleologo che, equivocando sul titolo, si fosse portato il settimo libro della Repubblica nella caverna in cui scende a sperimentare la propria resistenza. I prigionieri, desmotes, la prigione, desmoterion, i compagni di carcere, sindesmotoi: tutto ciò per me è reale. Soprattutto è reale, non metaforica, la sostituzione delle persone, degli animali e delle piante, degli oggetti, delle voci vive, con le ombre proiettate e i suoni riecheggiati da una parete: la tv. I prigionieri giacciono, poco meno che impastoiati, col capo rivolto a quel prestigioso gioco d'ombre rimpicciolite. E l'uscita, la conversione, la periagoghé, se e quando arriverà, farà loro dolere gli occhi e rimpiangere la spelonca (ah, la delirante frase dei provvisoriamente liberi: &laqno;Hanno pure la tv». Hanno solo la tv, come tutti gli sventurati del mondo). Un racconto di Fiamma Lolli, Guida all'isola, l'isola di un penitenziario smesso, descrive un locale già stato del cinema, &laqno;ombra dell'ombra: sul muro qualcuno aveva dipinto un telo bianco: non c'era un muro bianco, bensì un muro grigiastro dove era stato dipinto un telone, con tutte le sue pieghe». Ma il brutale realismo della parabola carceraria per chi sta in carcere davvero non gli impedisce di andar dietro all'allegoria. Il carcere è ancora, come sapeva Socrate, un rivelatore per eccesso della società umana &laqno;regolare»: a cominciare dalla testa inchiodata sulle ombre televisive, e non più voltata in giro.

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