Adriano Sofri
L'Idiota riletto nella cella numero uno

Conoscevo la traduzione dal francese. Ho avuto quella (nuova) dal russo. Il confronto provoca un'impressione sconvolgente...

I classici Feltrinelli hanno pubblicato l'Idiota nella nuova traduzione di Gianlorenzo Pacini. &laqno;Traduzione dal russo», come si legge nel risvolto: precisazione non superflua, dal momento che Fedor Dostoevskij e altri grandi della letteratura slava furono tradotti spesso &laqno;direttamente dal francese». Ho amato tanto, da ragazzo, quel romanzo da conservarne un ricordo devoto e una soggezione: ho esitato a rileggerlo, per paura di essere infedele alla antica lettura, alle persone di allora e, forse, a me stesso. Ho cercato un dettaglio del primo incontro fra il principe My*skin e Aglaja che mi era rimasto straordinariamente impresso, e non l'ho trovato. Allora ho cercato altrove, pensando che la memoria avesse spostato la scena di quel dettaglio, e non l'ho trovato. Alla fine ho deciso di rileggere da capo il romanzo, che copre 730 pagine di questa edizione: e il dettaglio che ricordavo così nitidamente non c'era. Chissà da quale altro romanzo si era intrufolato nella mia memoria. Ma almeno ho riletto l'Idiota, con una rinnovata felicità. Non sono in grado di apprezzare l'originale russo, e non lo avevo neanche sottomano: non ho neanche, &laqno;sottomano», le persone &laqno;russe di fiducia» cui, da libero, mi rivolgevo a ogni bisogno. Ho avuto più forte la sensazione, man mano che andavo avanti nella lettura della prosa minuziosa e scorrevole di Pacini, di un andamento del racconto teso fino a un parossismo febbrile. La tensione estrema di Dostoevskij è proverbiale, e probabilmente nessuno scrittore influisce così fortemente &laqno;sui nervi», si sarebbe detto una volta. Si legge Delitto e castigo senza dormire per parecchie notti. E l'Idiota è dominato dalla prima pagina da una febbre alta: non la febbricola che dà il tempo ad altre malattie e alle loro opere, dalla Traviata alla Montagna incantata. Qui si è sempre sull'orlo, o dentro senz'altro, del delirio, della pazzia, dell'esecuzione capitale, della precipitazione del mal caduco.

Forse questa impressione mi veniva dal pianterreno di cui occupo la cella numero uno come si addice a un nemico pubblico? Infatti è un pianterreno abitato da urla, di dolore o di astinenza o di disperazione, e da ferite e da pianto: potevo subirne l'influenza. Ho chiesto la mia antica copia dell'Idiota, quella che Einaudi accolse dalla traduzione di Alfredo Polledro, rivista faticosamente da Leone Ginzburg, e ho confrontato qualche punto cruciale. Senza poter dire niente dell'accuratezza delle traduzioni, com'è ovvio, ne ho avuto ancora una volta una impressione sconvolgente delle differenze e dell'arbitrio di ogni traduzione, e dell'enorme, e sottovalutata, influenza che esse esercitano sulla nostra educazione letteraria, e sui nostri stessi sentimenti e pensieri, dato che, letterati a parte, la lettura dell'Idiota è un'esperienza cruciale nella vita di una persona. Chiamerò A la versione antica, B la nuova di Pacini. Nast&agraves'ja fa il suo ingresso travolgente in casa di Ganja, e la cameriera Katia, &laqno;in preda a un terribile spavento» (B), &laqno;tutta spaventata» (A) avvisa: &laqno;Lo sa il diavolo chi c'è di là, Nast&agraves'ja Filippovna» (B), &laqno;Dio sa che succede, Nastasja Filipovna» (A). Ho cominciato da questo esempio clamoroso, in cui, sia pure in un contesto fraseologico, Dio e il diavolo si danno il cambio. Con tutta la fraseologia, Dio e il diavolo non sono termini che passino a caso in Dostoevskij: e quando il nome fatale di Nastas'ja viene pronunciato per la prima volta nel libro, da Rog che parla con My*skin in treno, è accostato ­ forse per caso? ­ alla parola: demonio. &laqno;Il babbo l'avevo fatto montare in collera per via di Nastas'ja Filippovna... È stato il demonio a tentarmi (B). Ma (A): &laqno;Fu il peccato a tentarmi». Per due volte dunque il diavolo lascia la compagnia di Nastas'ja, in A, e se ne impadronisce, in B. Altrove, B traduce: &laqno;Lei mi odia più del diavolo», dove A aveva: &laqno;più di tutto il mondo». Sopra ho citato l'espressione &laqno;in preda a...»: Pacini ha scelto di ricorrere cento volte a questa formula, che evidentemente accentua la radicalità ossessiva e morbosa della descrizione; non è così in Polledro. &laqno;In preda alla febbre» (B), &laqno;che avesse la febbre» (A); &laqno;in preda al delirio» (B), &laqno;non ero in sentimento» (A); &laqno;In preda alla più profonda meraviglia (B), &laqno;profondamente meravigliato» (A), e poco dopo hanno tutti e due &laqno;in preda a un vero delirio». &laqno;In preda a un eccesso di follia» (B), &laqno;pareva frenetica» (A). &laqno;Egli era sempre in preda a uno straordinario turbamento» (B), &laqno;il suo straordinario turbamento si prolungava» (A). Aglaja è &laqno;come in preda a un attacco isterico» (B) o &laqno;sembrava fuori di sé» (A). Sua madre è &laqno;in preda a un vero attacco di disperazione e di impazienza» (B) o &laqno;in un accesso di agitazione e d'impazienza straordinaria» (A). Ancora, Aglaja &laqno;da tre giorni sembra in preda a un attacco isterico» (B), o &laqno;ha i nervi da tre giorni». Il principe è &laqno;in preda al più profondo terrore» (B) o &laqno;preso da forte sgomento» (A).

Ho ancora decine di esempi, ma può bastare. (In un caso, a pagina 185 Pacini, è A a usare &laqno;erano in preda a una cert'ansia segreta», mentre B scrive &laqno;nascondevano a stento una certa inquietudine»). Pacini fa usare il lei nella conversazione fra i personaggi; Polledro il voi, e qui tendo, forse per conservatorismo, a rimpiangere il secondo. Strana mi sembra la differenza d'accento nel cognome di famiglia di Ganja, che in A era Iv&ogravelghin, e in B è &Igravevolgin. Qui e là le scelte differenti sono senz'altro di peso. &laqno;Uno sconcio vecchiotto» (A), &laqno;un certo scapestrato vecchietto» (B). Oppure: &laqno;quella giornata farraginosa» (A), &laqno;quella giornata così sgangherata» (B, molto meglio). Nast&agraves'ja dice mediocremente &laqno;il mio giorno festivo», in A, e peculiarmente &laqno;il mio giorno predestinato» in B. Dice: &laqno;Sposeresti quella di Rog&ogravezin?» in A, e &laqno;la ganza di Rog&ogravezin» in B: e forse la versione meno esplicita è più bella, tant'è vero che quando il principe risponde, nella versione A può ripetere: &laqno;io vi prendo come una donna onesta, e non come quella di Rog&ogravezin», mentre B traduce: &laqno;e non come la donna di Rog&ogravezin». A meno che non si voglia sottolineare che il principe rovescia le parole di Nast&agraves'ja, ma non è capace di pronunciare la spudorata parola, &laqno;ganza». Aglaja, nello sfogo di sua madre, è &laqno;una ragazza capricciosa, una ragazza fantastica, una ragazza pazza» (A), e invece &laqno;una ragazza dispotica, capricciosa e mezza pazza» (B). (E ancora oltre: &laqno;una pazza» (A) &laqno;mezza pazza» (B). In un quadrato di personaggi di cui due sono davvero pazzi, Rog e Nastas'ja, uno &laqno;idiota» che la quarta sia pazza o mezza pazza non è irrilevante: e Aglaja è solo una pazzerella). Voglio citare solo, ancora, le anodine formule con cui in A si traduce &laqno;non so perché», o &laqno;va' a sapere perché» ecc., mentre B traduce sempre, giustamente, &laqno;chissà perché». Se lo spazio non fosse, chissà perché, finito, spiegherei come sia pregnante questo banale intercalare.

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