Adriano Sofri
Ho fatto autocritica sulle orchidee

REGOLAMENTI CARCERARI. LA GUERRA ALLE PIANTE NEGLI ISTITUTI DI PENA
Se fossi fuoco brucerei le carceri, se fossi terremoto le abbatterei, se fossi il direttore vi pianterei un albero.



Una giornalista sensibile che è venuta a intervistarmi, Franca Fossati, descrive sulla rivista Noidonne le sue impressioni sull'ambiente: "Non c'è una pianta, un fiore, neanche nell'atrio. Manca, mi dico, una qualche cura. Manca la mano di una donna, mi viene da pensare e so che è banale. Manca, più prosaicamente, un capitolo di spesa per gli abbellimenti (non mi sarebbe venuto in mente se ora non lavorassi in un ministero)". Una mano di donna, un capitolo di spesa: non è tutto qui. Una spiegazione sta forse in quella parola: "abbellimento". Non sapevo che si dicesse così, nell'amministrazione dello Stato. Qualche giorno fa c'è stata una bella assemblea qui dentro, con la partecipazione di parlamentari, magistrati, detenuti, agenti, e del nuovo direttore dell'amministrazione penitenziaria. Per l'occasione una sala del carcere, che si chiama con qualche ottimismo "polivalente", è stata appunto abbellita con alcune piante in vaso, un po' stinte, del resto. Finita la bella assemblea, le piante sono tornate via. Il fatto è che, occasioni di gala a parte, si direbbe che all'arredo carcerario presieda una deliberata intenzione di imbruttimento. Certo, c'è una spoglia semplicità che si immagina appropriata a ragioni di sicurezza e di custodia: ma qui c'è una metodica selezione di ogni dettaglio, dall'arredo alle supellettili minime, secondo una premura di bruttezza. Non vi spazientite, per favore; non dite: "Ecco, questi delinquenti, hanno già la televisione, ora vogliono anche gli affreschi e le tendine ricamate". Non è questo. Se il carcere è fatto per punire, la bruttezza è necessaria: la bruttezza è un vero castigo di Dio. Se il carcere serve ­ secondo la Costituzione in vigore ­ a educare e risocializzare, bisogna che qualche pianticella ci cresca. Qua è là succede: in una sezione di Rebibbia c'è un'"area verde". Vi dico brevemente com'è da noi. Nei cortili piccoli c'è cemento per terra, e cemento dei muraglioni. Cemento armato. Sul pavimento ci sono però due tombini a grata. Un vento porta semi di platano e di pioppo fin qui, e quelli crescono e spuntano fra le grate. Il passeggio ossessivo dei detenuti li calpesta e li pota. Sono alberi clandestini, colpevoli di tentata invasione. Se i detenuti si mettessero d'accordo per non passarci su, gli alberelli guadagnerebbero una quindicina di centimetri, poi gli agenti li scoprirebbero, e li estirperebbero d'ufficio. Nel cortile più grande, quello che un giorno sì e un giorno no (che ha un bel nome, "l'aria grande": "oggi c'è l'aria grande" allarga i polmoni), c'è il solito cemento, tranne una striscia di terra che corre ai bordi di uno spazio recintato. In questa striscia chiusa crescono alla rinfusa piante selvatiche, erba e menta, cicoria e campanule, malva e sparto e margherite gialle. Un piccolo orto botanico spontaneo. La ragionevole richiesta di aprire lo spazio di quel campetto si è risolta nella soppressione di quella meschina e unica striscia vegetale. Pare che un regolamento penitenziario vieti qualunque palmo di terra non pietrificato, con la motivazione che potrebbe essere impiegato per seppellirci delle armi più o meno proprie. Non è una gran motivazione, tanto più che quando si va all'aria si viene perquisiti. Preferisco pensare che i fissatori di quel regolamento fossero meno stupidi, e perseguissero lucidamente la bruttezza, che le piante compromettono col loro verde e i loro fiori. Peccato che siano diventate anacronistiche le lotte dei detenuti: almeno per un albero, un albero della libertà. Se io fossi fuoco, incendierei le carceri; se fossi terremoto, le abbatterei; se fossi direttore dell'amministrazione penitenziaria, ordinerei con una circolare un albero obbligatorio a tutti gli istituti di pena. Insomma, un giorno viene in visita una signora di Sarajevo, e ha un'orchidea rosa appuntata sulla giacca: e me la lascia. Ho avuto per una decina di giorni l'orchidea in un bicchiere di plastica bianca. Le perquisizioni non l'hanno toccata. Fatto sta che avevo sempre avuto antipatia per le orchidee, e anche per le gardenie. Dev'essere stato il frutto di una infanzia molto democratica, e di una madre che prediligeva i fiori umili. Fra quei fioretti di campo prediletti c'erano anche le scarpette della Madonna, e solo molto più tardi mi accorsi che erano orchidee, come la Ophrys apifera che mi riempie il prato di casa, e che somiglia a un'ape che sugge il fiore. Così mi ricredetti, almeno in parte, perché facevo una differenza fra orchidee dei poveri e orchidee dei ricchi. Di queste ultime diventai anzi ancora più diffidente, man mano che leggevo libri gialli in cui si tramavano delitti nelle serre di osmunda, o biografie di funzionari dell'Intelligence service e della Cia, dominati quasi tutti, spionaggio a parte, dall'ambizione di coltivare un nuovo ibrido di orchidea da battezzare col proprio nome. Ora, per non so quale ispirazione, un mio giovane amico che fa il giocatore di calcio mi spedisce la collezione della rivista italiana di orchidologia, che si chiama Caesiana. Sono corso a sfogliarla e, forse per il contrasto con la bassezza della mia situazione, o per la bellezza sontuosa dei fiori illustrati, ho provato un desiderio d'essere normale e tesserato alla Società italiana orchidee. Leggerò il saggio di Darwin del 1862: "Dispositivi vari con i quali le Orchidee vengono fecondate dagli insetti". Ma soprattutto i testi degli amatori, in cui si trovano brani deliziosi come questo, sul Paphiopedilum argus var sriwaniae (koopowitz): "Questa specie è stata così chiamata in onore della signora Sriwani Rands, la quale ne cura la coltivazione nel vivaio. Dev'essere precisato che Sriwani è un nome thailandese e la "r" in esso contenuta non deve essere pronunciata". Bene. Spero che non abbiate trovato troppo frivola questa puntata. Mentre la scrivevo, avevo in mente quel brano di Antonio Gramsci, matricola n. 7047 della Casa penale di Turi: "Tutti i semi sono falliti eccettuato uno, che non so che cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un'erbaccia".

 

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