Adriano Sofri
Non fu Omero a far morire Achille

'Iliade finisce, oltre che senza l'inganno del cavallo e la caduta di Troia, senza che l'eroe venga saettato nel tallone dall'imbelle Paride. Dov'è allora raccontata la scena? Non nell'Odissea. E anche l'ascella di Aiace...

Strano privilegio, di scrivere per i giornali da una gattabuia. Non dubito che, prima o poi, mi si vorrà riconoscere una patente d'inviato di guerra, e la ricostruzione della pensione. Questa volta vado nel campo tra il mare e le mura di Troia. Ho una nuova edizione dell'Iliade, per i Meridiani, con la traduzione di Guido Paduano e le note di Maria Serena Mirto. Alla fine della rilettura m'accorgo che mi ero dimenticato che l'Iliade finisce, oltre che senza l'inganno del cavallo e la caduta di Troia, senza che Achille muoia. È una nozione scolastica elementare. Ma si sa che cosa succede con le nozioni scolastiche, e anche con che forza certe scene si accampano nella nostra immaginazione ­ Achille saettato nel tallone dall'imbelle Paride ­ fino a introdursi di forza nella memoria del poema, e anzi apparirne come un culmine. In questo imbarazzo, ho cercato di ricordare dove sia raccontata la morte di Achille. Forse nell'Odissea? I ricordi mi dicono infatti che nell'Odissea c'è l'incontro nell'Ade di Ulisse e Achille, che chiede notizie di Peleo e Neottolemo, e poi il racconto che l'odioso Agamennone (uno che avrebbe detto: &laqno;Lei non sa chi sono io») fa ad Achille della lotta sul suo cadavere e dei solenni funerali. Ma neanche lì si racconta la morte di Achille. A questo punto non so raccapezzarmi. Posso ricostruire che io la morte di Achille l'ho letta primamente nelle Storie della storia del mondo di Laura Orvieto; e lì anche la storia di Ulisse che va a Sciro dove Achille travestito fila la lana, finché gli fanno udire un frastuono guerresco, e allora si scopre il petto e si lancia a impugnare le armi.

In effetti, la morte di Achille non l'ho letta in nessuna fonte classica: visto che l'Etiopide, poema postomerico arrivato per qualche citazione nelle antologie antiche, non l'ho mai letta. Appurato questo, scopro che la storia dell'immersione da parte di Teti del neonato Achille nelle acque dello Stige, che lo rende invulnerabile eccetto che nel fatale tallone, è anche lei postomerica, e anzi sconosciuta fino all'Achilleide latina di Stazio. Così come la storia concorrente, quella sull'ascella di Aiace (sarebbe abbastanza cambiata la storia del mondo, se l'ascella di Aiace avesse prevalso sul tallone d'Achille). E che anche la favola del travestimento muliebre a Sciro è postomerica. Cioè che non c'entrano con l'Iliade e con Omero le tre cose che uno ricorda di più di Achille: il tallone, il buffo travestimento e, in parte, la stessa freccia di Paride. Ma il mio lapsus forse non è inutile. L'Iliade è il poema di Achille, si sa. Dell'ira di Achille, del valore vittorioso di Achille. Evidentemente nella mia cattiva memoria (forse non solo mia) era piuttosto il poema della morte di Achille. In fondo, è comprensibile: come immaginare la Chanson de Roland senza la morte del paladino (&laqno;Già sente Orlando che la morte è da presso») o il Cantare dei Nibelunghi senza la morte di Sigfrido, ucciso a tradimento da Hagen, come Achille da Paride, o la Tavola Rotonda senza la morte di Artù? Dunque è strano che l'Iliade non comprenda non dico l'espediente del cavallo ­ almeno la morte del suo eroe. (C'è stata infatti una versione che la faceva continuare nell'Etiopide, fino alla morte di Achille, appunto).

Eppure, anche così, l'Iliade è il poema della morte di Achille: anzi, ancora di più. La morte è l'ombra che accompagna l'eroe guerriero a ogni passo, che si accampa paziente in attesa fuori dalla sua tenda finché l'ira lo tiene lontano dalla battaglia, che sente venuto il proprio tempo quando le armi di Achille almeno tornano in campo indosso a Patroclo, che infine celebra il proprio compimento nel punto stesso del trionfo di Achille su Ettore. L'ascoltatore, il lettore, sa che Achille è il Vulnerabile, colui che deve morire, il figlio &laqno;generato a una vita brevissima» (fin dal primo libro). Sotto l'ala buia della morte l'intero poema si svolge come una vera agonia. Essa è confermata, e anche volta in paradosso, dalla ripetuta allusione all'imminente destino mortale di Achille nel corso del poema, fino al vaticinio del cavallo Xanto, e alla maledizione di Ettore morente: &laqno;Bada che io non ti provochi l'ira degli dei, il giorno che Paride e Febo Apollo t'uccideranno alle Porte Scee». Dico paradosso, perché l'annuncio anticipato e ripetuto sembrerebbe preparare il compimento che viceversa non viene. È una rinuncia deliberata, una sobrietà che, rimuovendo il compimento, ne rafforza l'impressione poetica e la commozione? Così, la vera conclusione dell'Iliade non è il duello con Ettore, ma l'incontro fra Achille e Priamo, cioè la dura compassione di Achille. In quella compassione Leopardi vide la vera invenzione epocale di Omero: e a riprova di quello che ho detto sul poema della morte di Achille, c'è stato chi, come il Cesarotti citato da Leopardi, ha voluto considerare l'Iliade come il poema di Ettore, e ha proposto addirittura di mutargli il nome in quello di &laqno;La morte di Ettore». Leopardi reagì a quella sensibilità anacronistica, ma la corresse solo nel senso di sostenere che l'Iliade è il poema dei due eroi, della fortuna guerriera, e della sventura valorosa e degna di compassione. In realtà, la fine dell'Iliade sta sospesa su due catastrofi imminenti, annunciate via via più da vicino, e infine non dette: la morte di Achille e la caduta di Troia. Con il duello fra Achille ed Ettore è finita la storia eroica (ce ne sarà un'appendice nella follia del grande Aiace per l'eredità delle armi di Achille), la storia del corpo a corpo. Ora verranno gli arcieri ­ quello valoroso e tragico, Filottete, e quello imbelle e protetto di Apollo, Paride ­ e la frode del cavallo.

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