Adriano Sofri
Quell'antipatico di Dreyfus

SENTIMENTI. CENTO ANNI FA, IL CASO DEL CAPITANO SPEDITO ALL'ERGASTOLO E POI SCAGIONATO
C'era anche questa accusa dietro la sua condanna. La stessa lanciata contro Enzo Tortora. Che riuscì a liberarsene solo con la morte.


Mi accorgo di non sapere quando parole come simpatia e antipatia si sono insediate da padrone nel nostro linguaggio. So naturalmente che si tratta di parole derivate dal greco, e vogliono dire sentire insieme, concordare, e viceversa sentire in modo opposto. Dunque, quelle parole sono lì da sempre. La versione letterale di simpatia nel tardo latino è compassione, parola per noi insieme più nobile e più solenne. Ma non ricordo una versione latina di antipatia. Di nuovo devo rammaricarmi di non avere libri di consultazione a portata di cella. Quello che non so è quando, e per quale via, il binomio simpatico-antipatico è diventato di uso così corrente e leggero. Probabilmente per le vie del linguaggio scientifico, a stare a espressioni come &laqno;il sistema simpatico» o &laqno;l'inchiostro simpatico». Nel linguaggio comune, simpatico e antipatico servono a sostituire coppie altrimenti agguerrite e travolgenti, come amore e odio, o amico e nemico. Sentimenti meno terribili, e più irresponsabili e futili: esentano ciascuno dalle conseguenze delle sue propensioni, niente matrimoni, niente passioni, niente guerre o duelli. Se anche negli amori e negli odi veri interviene un arbitrio capriccioso e fatale, simpatia e antipatia sono più lievemente associate al caso, a una questione di gusti, di sensazioni, più o meno indefinibile e istintiva. Ogni tanto però il linguaggio ritrova un ricordo dell'antico rischio, e sentiamo dire: &laqno;Un'antipatia mortale».

In realtà, nella chimica di questi sentimenti, non è la simpatia la parte più interessante. Nipote povera delle &laqno;affinità elettive», è ormai un mezzo apprezzamento che non si nega a (quasi) nessuno. Chiedete a qualcuno se gli piaccia o no qualcun altro, vi risponderà: &laqno;Simpatico» (o &laqno;simpatica»), poi si stringerà nelle spalle e andrà per la sua strada. Ma l'antipatia è un'altra cosa. L'antipatia si è presa la rivincita sulla sua storia di semplice appendice della simpatia formata solo per simmetria, perché ogni cosa deve avere il suo contrario. Sentite dire: &laqno;Mi è antipatico», &laqno;mi è cordialmente antipatico», e vi accorgete subito che c'è una vitalità, un'energia pugnace e capace di diventare accanita dentro quella dichiarazione. L'antipatia si è molto più avvicinata all'odio di quanto abbia fatto con l'amore la simpatia, che anzi è un modo per prenderne le distanze. Chi sia attratto dal versante torbido e tortuoso, potrebbe insinuare che sia più vicina all'amore l'antipatia, o che almeno nei suoi casi accaniti e ossessivi abbia a che fare con un'offerta respinta, con una ripulsa. Voglio dire che l'antipatia sembra molto più irresistibile della simpatia, quasi un equivalente nei rapporti tra umani del rigetto nei rapporti fra gli organi di un corpo. La forza dell'antipatia nei confronti dell'odio sta, oltre che nel suo arrivare vestita di panni più imbelli e dimessi, nel suo pretendersi involontaria e, appunto, irresponsabile. Si prova un'antipatia come si busca un raffreddore. L'odio, benché sia furioso e arbitrario, ha bisogno tuttavia di essere argomentato e spiegato: vengono da qui molte delle peggiori ideologie, e non viceversa. Nella nostra parte di mondo, così ricca e cosmetizzata, l'odio non si permette di evocarlo più nessuno. (Qualcuno c'è, più mite e angosciato, che però ne rimpiange il suono). L'ultima volta l'abbiamo sentito pronunciare da Giuliano Ferrara in televisione all'indirizzo di Di Pietro; e la parola era tanto più ostentata quanto più vistosamente finta. Ferrara non me ne vorrà se dico che non mi sembra capace di odio.

Del resto la maggioranza dei personaggi pubblici (forse anche privati), interpellata sulle sue avversioni per colleghi e rivali, di cui è evidente che si augura almeno la morte, risponde: &laqno;Non ho niente contro di lui, anzi, devo dire, personalmente, mi è anche simpatico». Devono dirlo. Lo dico anch'io. Dico: &laqno;Simpatico». &laqno;Simpaticissimo». Molto spesso è vero. Ho una naturale disposizione alla simpatia per il prossimo, e la considero una fortuna, come nascere mancini. Ma soprattutto ho imparato a diffidare dell'antipatia. In un processo, il mio pubblico accusatore dichiarò in aula che ero antipatico. Ne fui interdetto: a me sembrava di no, e in particolare mi sembrava poco per ventidue anni di galera. Disse così, non: &laqno;Mi è antipatico» (che sarebbe stato comunque superfluo, devo dire), ma: &laqno;È antipatico». Oggettivamente. Sentenziato antipatico in tribunale, dodicesimo grado della scala Mercalli dell'antipatia. Ma abbiate pazienza ancora un momento, e non lasciate quest'articolo che sta arrivando alla sua illuminante conclusione, magari borbottando: &laqno;Ma questo è davvero antipatico». Ho citato quel fatto personale, ma non è lì che ho imparato a diffidare dell'antipatia. Era stato un po' prima, e sempre in questioni di giustizia.

Quando fu arrestato Enzo Tortora, mezza Italia e più (anche nell'Italia di sinistra; forse, ho paura, soprattutto in quella di sinistra) si rallegrò della sua caduta e della sua gogna. Tortora &laqno;era antipatico». Poi fu lui, quasi solo, a conquistarsi un metro di giudizio diverso: per riuscirci del tutto dovette morire. Bene, questo era un mio articolo sull'affare Dreyfus. Siamo a cent'anni dall'affare Dreyfus e tutti ne parlano: anch'io. Per ricordare quello che Guido Melis ha appena ricordato, in una riflessione pubblicata sull'Espresso: che fra gli addebiti più accanitamente rivolti al capitano Alfred Dreyfus c'era quello di essere antipatico. Anche il suo diario di deportato all'isola del Diavolo è deludente. Brevi paginette. Così: &laqno;I giorni, le notti scorrono terribili, monotone, di una lunghezza senza fine. Di giorno, aspetto con impazienza la notte, sperando di trovare qualche riposo nel sonno; la notte, aspetto con altrettanta impazienza il giorno, sperando di calmare i nervi con un po' di attività». Oppure: &laqno;Sono stato messo ai ferri ieri sera! Perché? Lo ignoro».

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