Adriano Sofri
Stendhal inorridito dai botti

LA MEMORIA. ALLA RICERCA DELL'ITALIA PERDUTA I francesi dell'altro secolo raggiungevano Napoli in cerca della felicità. Oggi brucia il monte Faito e i fuochi d'artificio rallentano i soccorsi.



Ecco una bella questione: se esista ancora l'Italia, e se sia mai esistita la felicità. Sulla Repubblica di Ferragosto Pietro Citati ha raccontato i racconti di viaggiatori francesi in Italia nei secoli diciottesimo e diciannovesimo, raccolti in Francia in un cospicuo volume col titolo: Italies. Titolo che fino a ieri (e certo ancora per i curatori dell'antologia) alludeva al pregio proverbiale del paese dei cento campanili. Ora la miglior ragione d'esistenza dell'Italia, il suo mosaico di identità diverse, è diventata la banale ragione della sua cessazione. Le cose impensabili, una volta nominate, diventano plausibili. Fino a ieri, notizie come quelle appena fornite sulla disoccupazione, il venticinque per cento a Napoli, il due per cento nel Nordest, si sarebbero chiamate Questione meridionale: oggi sono un annuncio di Secessione.

Ma è un altro il punto che vorrei richiamare, sottolineato già nel titolo di Repubblica. &laqno;Un Paese felice che oggi non c'è più». Scrive Citati che ciò che i viaggiatori venivano a cercare &laqno;aveva un solo nome, sebbene prendesse molte luci e sfumature: felicità, e la felicità, per qualche misteriosa ragione, abitava soltanto in Italia». Proprio sul nome della felicità rivolgerò a Citati una domanda, segnalandogli prima una curiosa coincidenza. Nel giorno stesso in cui usciva l'articolo, nella Campania che era per antonomasia felix, bruciavano il monte Faito e i boschi sopra Amalfi, quasi in concorrenza con quel Vesuvio che aveva dominato lo sguardo e l'immaginazione dei viaggiatori, e riempito fogli d'album e tele di vedute in cui colate incandescenti, vampate, lapilli e ceneri, piuttosto che terribili e minacciose, parevano allegre ed eccitate come fuochi d'artificio. Nonostante le mummie di gesso dei pompeiani, se il Vesuvio appariva sterminatore a Leopardi, per tanti altri occhi forestieri era l'apice di un paesaggio fasullo e sfrenato di botti trictrac girandole e tarantelle. Stendhal, quand'era a Napoli, andava a Pompei un giorno sì e uno no, e mi par di ricordare che dichiarasse la vista &laqno;amusante».

Be', a Ferragosto, sulla costiera, le autorità hanno dovuto vietare i fuochi d'artificio dell'Assunta, così alti e arditi da colpire gli aerei della protezione civile che andavano a gettar acqua sul fuoco dell'incendio. Eccola, la felicità, avrebbe detto qualunque malinconico viaggiatore settentrionale: quale coreografo barocco avrebbe macchinato una festa simile? Un Vesuvio sterminatore, del resto, e la sua pianta estrema, la lenta ginestra, &laqno;contenta dei deserti», hanno molto a che fare col nome della felicità. Perché se no una popolazione famelica e feconda avrebbe risalito le sue pendici fino alle bocche del fuoco, dando a quel declivio sterminato la densità umana più fitta del mondo? La ginestra è l'ultima a crescere nella lava e a sgretolarla, avviando quell'inversione che fa della piana vesuviana una terra fertile come poche: felix, appunto. Feconda, ferace, fertile: di qui, dalla radice nel clima e nella terra, dalla natura viene il nome latino e poi italiano della felicità. Nome femminile e di dea (e, in Grecia, di demoni amici) il nome italiano e iberico, estraneo agli altri paesi e alla stessa Francia.

Non ho sottomano neanche un buon vocabolario da consultare, e vorrei chiedere a Citati se i viaggiatori che ha riletto prendano in prestito la parola italiana, &laqno;felicità», o si contentino del loro bonheur. Parola suggestiva a sua volta ­ più nell'aggettivo ­ ma come sradicata dalla lava e dalla terra, dal paradiso terrestre perduto e ricordato che è stato la felicità di questo Paese. Non riesco a trovare la stessa tellurica pienezza in parole come bonheur (dolce fino a sciogliersi in bocca, e limitrofa all'altra, bienêtre che pure conquistò il socialismo originario) o glück, o, ancor meno, happiness. Né, restando a noi, nelle parole sinonime o affini: come &laqno;contentezza», che si porta dentro un senso di bastevolezza, mentre la felicità è illimitata. O come allegria, che è più estemporanea e spumeggiante, o come gioia, che ha invece un respiro introverso e quasi religioso. Quanto al piacere, è un compagno stretto della felicità, non un suo supplente. Perfino nello specchio dei contrari felicità ha un suo posto incomparabile perché tristezza e malinconia non le sono compagne d'ombra appropriate, e piuttosto, accanto all'ovvio,&laqno;infelicità», è alla parola &laqno;disperazione» che si dovrebbe ricorrere. È vero, dunque, che un paese deve sapersi riconoscere nell'occhio del forestiero. (Come vorrei leggere un'antologia di altrettante pagine sulle Italie d'oggi dei viaggiatori marocchini e albanesi, senegalesi e filippini). Ma forse l'Italia incontrata dagli stranieri del Grand tour offriva loro, piuttosto che un esempio della felicità sognata e assente in patria, l'idea e la parola stessa di un'altra felicità, cresciuta fra il mare, la campagna e i ruderi, e innocente di sé. Bella cartolina illustrata: ma è vero che la felicità può esistere solo fino a che non sia deliberata, e una volta che vi si aspiri è scomparsa per sempre. A meno che abbiano perduto anche la memoria, gli italiani provvisori sanno che la felicità è esistita ­ ed è perduta.

 

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