Adriano Sofri
Caro Bobbio, la sinistra è libertà

A proposito del &laqno;Libro nero del comunismo» e di una famosa analisi politologica. Lettera a un grande filosofo, che continua a definire l'uguaglianza un fine. Ma è solo un mezzo.

Gentile Norberto Bobbio, non passa giorno senza che qualcuno la chiami in causa, per consentire o dissentire o dialogare con lei sulle più svariate questioni politiche e civili. A sua volta, lei dà l'impressione di condurre una ispezione senza fine sulle vicende del tempo cui è appartenuto, e sul modo in cui le ha personalmente attraversate. Vorrei presentarle anch'io un piccolo conto: o forse non piccolo, ma senz'altro semplice nella sua formulazione. Si tratta del rapporto fra sinistra e libertà. Quattro anni fa, il suo libretto intitolato Destra e sinistra ebbe un successo travolgente. Il successo si spiegava con l'aspettativa diffusa di una ridefinizione delle elementari identità politiche, sbatacchiate ormai di qua e di là come banderuole in un temporale: per quella ridefinizione i lettori facevano credito alla sua proverbiale chiarezza. E trovavano soddisfazione. La sua esposizione stabiliva un vincolo essenziale fra la sinistra e la sensibilità al valore dell'uguaglianza; e, simmetricamente, fra la destra e l'attaccamento alla libertà. Se non sbaglio, non si trattava solo della constatazione di uno svolgimento storico, ma anche di una indicazione positiva.

Io ci rimasi male. Due volte: prima di tutto perché sono convinto che il valore ispiratore di una buona sinistra non possa che essere la libertà. Più particolarmente, perché mi sembrava paradossale che proprio lei, esponente tenace di una posizione di cerniera fra liberalismo democratico e socialismo, desse della sinistra una versione equivoca e fuorviante. Equivoca, perché assimila come valori comparabili l'uguaglianza e la libertà, che mi sembrano al contrario concetti di qualità diversa: essendo, per dirlo sommariamente, l'uguaglianza un mezzo, e la libertà il fine. Fuorviante, tanto più per dei giovani alla ricerca di un criterio sul quale orientarsi, perché la trasformazione dell'uguaglianza in un fine ha sempre costituito la causa o l'alibi principale al sacrificio della libertà. Non mi riferisco solo ai più rozzi egualitarismi, che trattano i popoli come greggi, mattatoio compreso. La cara aspirazione all'uguaglianza, o alla riduzione delle disuguaglianze, quando viene perseguita come il fine, tanto più come il fine caratterizzante, autorizza di fatto una attenuazione, o una sospensione delle libertà politiche e personali. La deformazione dell'ideale socialistico una volta divenuto socialismo reale non ha forse una radice in questo scambio? Naturalmente esso ha moventi più forti e urgenti che la cattiveria dei capi o la corruzione del potere: la miseria, la fame di grandi masse umane possono far apparire un lusso o un privilegio iniquo la fedeltà alla libertà. La fame e la miseria reclamano il primato che spetta alla legittima difesa, e all'opposto denunciano l'omissione di soccorso. Per giunta, il nostro mondo conosce il più colossale record delle disuguaglianze per nascita: se non altro perché conosce tutti i record. Ma scambiare il sogno della libertà per tutti col sogno dell'uguaglianza conduce, come mostra la storia del nostro secolo, a moltiplicare miseria e oppressione. Lei, che non era stato comunista, quando il comunismo è venuto giù come un muro di galera, ha avuto compassione per quel desiderio di un mondo più giusto che si era investito nella parola: comunismo, e che doveva sopravvivere alla parola fallita. Ma la promozione della passione per l'uguaglianza in fine assoluto era parte del fallimento.

Lei mi scuserà la genericità delle frasi che impiego. Non ho qui nemmeno quel suo fortunato testo del 1994, che non si esprimeva certo in modo così banale. Ora mi induce a tornarci su una singolare parabola attraversata da questi argomenti, così come posso osservarla attraverso i giornali. Nell'impegnata intervista che ha dato a Giancarlo Bosetti per l'Unità in aprile, a proposito dell'uscita del Libro nero del comunismo, lei rinnegava seccamente la distinzione fra il comunismo ideale e le sue realizzazioni storiche. Non mi sarebbe sembrata una novità (lo è sembrata ad alcuni commentatori persuasi di &laqno;aver avuto ragione», e che avere ragione sia un affare di parole e non riguardi le vite delle persone: nel qual caso, basta e avanza il Benedetto Croce di 50 e passa anni fa, che della contabilità degli orrori conosceva solo gli spiccioli), se non fosse stato per la sua scolastica insistenza sul vincolo sinistra-uguaglianza nel best-seller del '94. La mia perplessità è stata confermata per eccesso dall'intervista che due giorni dopo l'Unità pubblicò a commento della sua, a cura dello stesso Bosetti. L'intervistato era il bravo e famoso storico inglese Eric Hobsbawm, poco più che ottantenne, e con una biografia di comunista militante. Respingendo la riduzione dell'Urss a un sistema di terrore, Hobsbawm dice: &laqno;C'era il sogno di una società di eguali, c'era tutto quello che in passato ha attratto la gente al socialismo e al comunismo». Nel sommario della pagina il concetto era annunciato come una diretta replica a lei: &laqno;Hobsbawm: Sul Libro nero Bobbio sbaglia. C'era il sogno di una società di uguali». Dunque Hobsbawm le risponde con la stessa frase che lei avrebbe potuto pronunciare, e ha letteralmente pronunciato, ancora poco fa. Non occorre che le dica che sono del tutto alieno dalle recriminazioni: ho frequentato sciocchezze sufficienti a non farmi rincorrere le eventuali sciocchezze altrui, e ho smesso di frequentarle da un tempo bastante a non cercarne vendetta sugli altri. Mi interessa dire le cose come mi sembra che stiano. Lei non consentirebbe alla semplice idea che una buona sinistra abbia per valore costitutivo la libertà, e sia per questo aperta all'uguaglianza: come a un buon mezzo per un buon fine?

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