Adriano Sofri
Nessun orrore ne assolve un altro

Troppi giustificano la violenza comparandola ad altre &laqno;più grandi». Il Vangelo dà una regola migliore.



Leggo sul Corriere la segnalazione di un nuovo saggio di Ernesto Galli della Loggia, impegnato a sostenere l'equivalenza morale fra totalitarismo nazifascista e comunista. La discussione è ormai antica, e molti anni fa proprio su questa rivista obiettai a Galli della Loggia che la predilezione per le comparazioni storiche e morali ­ del genere: il nazismo non è peggiore del comunismo ­ potesse fare più male che bene. Capisco che si sospetti dietro l'amore per le distinzioni un'indulgenza complice verso gli orrori del totalitarismo comunista, o un'incapacità intellettuale di riconoscerli a fondo. Ma può esserci un'altra ragione, meno interessata. La discussione, in questi anni, ha riguardato questioni cruciali come l'&laqno;unicità» e appunto l'&laqno;incomparabilità» della persecuzione antiebraica, e l'idea &laqno;revisionista» di una genesi del nazismo dalla minaccia bolscevica. Vorrei piuttosto riferirmi al modo in cui ciascuno di noi ricorre, nelle proprie scelte pubbliche e private, alla logica &laqno;comparativa», o ad altri modi di comprensione. Un modo, quello che mi sembra di prediligere, è quello della differenza, o piuttosto della somiglianza; il suo criterio è la qualità le sue parole chiave sono &laqno;come», &laqno;come se». L'avverbio &laqno;come» stabilisce una similitudine, alza un ponte fra cose diverse e perfino apparentemente opposte, illumina una connessione senza ridurre le differenze.

Un modo comparativo invece ha per criterio la quantità si interroga sul più o sul meno, e finalmente tira le somme. Animato magari da una più imparziale intenzione di intransigenza morale, rischia una moralità relativa, derivata da una graduatoria di colpe. Insieme a un rischio di indistinzione, è questo il suo punto più debole: esso apre la strada a un relativismo morale e a un giustificazionismo di parte. Mi scuso di questi termini astratti, e provo a rimetterli coi piedi per terra, come avviene quando ostilità e scelte di campo appaiono più drastiche ed esclusive. Così, appunto, a proposito del contrasto fra nazismo e stalinismo. Così al tempo della guerra fredda e del contrasto fra Urss e Usa, quando il rimando comparativo alle colpe del sistema americano era un riflesso condizionato del militante comunista: &laqno;Hiroshima, i neri americani, la fame nel mondo». Non solo il dogmatismo di una fede superstiziosa, ma il paragone coi misfatti dell'Occidente permettevano all'osservanza sovietista di non vedere, e caso mai di giustificare, e nel migliore dei casi di rassegnarsi, all'illibertà e alla violenza del regime &laqno;socialista». Gli esempi possono moltiplicarsi all'infinito. Chiunque voglia rompere le righe dell'organizzazione sociale ne troverà una e mille giustificazioni nelle magagne del sistema. Chiunque scelga di fare il ladro se ne sentirà giustificato dal fatto che &laqno;ogni ricchezza puzza di ingiustizia» ­ attenti, è una frase del Vangelo ­.

Per tornare un momento alla questione del terrorismo italiano, dell'indulto e così via, il &laqno;pentimento», nel senso nobile e non grottesco del concetto, si misura sul passaggio di ciascuno dall'idea che la corruzione e le violenze dello Stato provocassero, se non giustificassero, il ricorso alla ribellione armata, all'idea che quella violenza sia stata per sé un male irreparabile per le sue vittime, e deformante per i suoi autori. (Senza frugare nelle altrui coscienze, credo che questo passaggio si sia dolorosamente e intimamente compiuto nei prigionieri di cui si parla a proposito di indulto). Ogni persona dovrebbe tendere a misurarsi sempre più consapevolmente e indipendentemente con la propria coscienza; e al tempo stesso ogni comunità dovrebbe essere incline a riconoscere proprie responsabilità negli errori e anche nei delitti dei suoi membri. Un metodo comparativo può fare il contrario: dà agli individui l'alibi per addossare, gridando o piagnucolando, alla società le proprie responsabilità e fa della società un'astratta persecutrice dei singoli deviati. Il Vangelo parla di ciò a proposito della trave e della pagliuzza, in un assalto strenuo all'ipocrisia e alla doppiezza. L'insegnamento deve poter valere anche se nell'occhio altrui non c'è una pagliuzza, ma una trave grossa come quella che sta nel nostro, e magari più grossa. (Che trave fu piazza Fontana per quei giovani i cui sguardi cominciavano a farsi opachi e cupi?). Se cercassi nel Vangelo i consigli appropriati per i comportamenti personali, e per quelli delle comunità, sceglierei per i primi l'immagine della trave e della pagliuzza e per i secondi l'invito rivolto alla folla maligna ed eccitata attorno all'adultera: &laqno;Chi è senza peccato scagli la prima pietra».

Penso che Galli della Loggia sia rimasto colpito e insultato come me dalle parole del vecchio Erich Priebke nella lettera al tribunale: &laqno;Gli ipocriti si sono dimenticati del pilota Paul Tibbets e dei suoi 11 colleghi che uccisero 60 mila bambini e 140 mila adulti a Hiroshima o degli aviatori che bruciarono con il fosforo 200 mila civili inermi a Dresda o dei soldati russi che freddarono nella foresta di Katyn con un colpo alla nuca 13 mila ufficiali polacchi». Hiroshima, Dresda, Katyn bastano ad assolvere Priebke agli occhi di Priebke per una bagattella come le Fosse Ardeatine. Il vecchio nazista non farà più a meno di questo modo di pensare. La gran parte del mondo pensa così. Giustizialismi e integralismi pensano così, e se ne sentono autorizzati e invasati. La coscienza e l'autonomia della morale sono anch'esse un privilegio da ricchi. Teniamocelo caro.

 

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