Adriano Sofri
Prigione ambulante per sole donne

SIMBOLI. L'ATROCITÀ DEL BURQA, IL SUDARIO CHE AVVOLGE LE AFGHANE DALLA TESTA AI PIEDI
All'origine della cultura carceraria si trovano clausura femminile e regolamenti monastici. Con tanti conventi divenuti luoghi di reclusione.



Avevo dedicato una di queste pagine alla foto di due donne algerine, diffusa come una Pietà contemporanea. Ora sono stato colpito da un'altra fotografia, che viene dall'Afghanistan, e ha illustrato sulla Repubblica un reportage di Guido Rampoldi (&laqno;La guerra perduta delle donne afghane», 9 novembre). Purtroppo i nostri quotidiani non indicano l'autore delle foto. Questa è pubblicata con bel risalto, e raffigura un mucchio di sei o sette donne. Dico un mucchio, come si direbbe di un mucchio di sacchi, o di fagotti. Le donne sono infatti coperte dal burqa, il manto che le avvolge come un sudario dalla testa ai piedi. Reso obbligatorio dal fanatismo taliban, esso va oltre la mortificazione dell'uniforme: perché è piuttosto l'informe, la cancellazione di ogni forma. Che contenga donne, si sa solo per negazione: né che età abbiano, o che fattezze. Fra quei fagotti si affaccia il viso scoperto, salvo una specie di turbante, di una ragazzina, a bocca aperta e occhi sbarrati: dalla sua espressione si intuisce che anche il mucchio delle velate sta assistendo a un qualche spettacolo che fa paura. La ragazzina ha ancora un viso, ancora per poco, fino ai nove anni. Le altre no. Il burqa non è come il chador, che viene tenuto per i lembi in maniera da lasciare scoperto un varco per gli occhi. Qui, in corrispondenza degli occhi e del naso, il tessuto compatto cede a una mascherina esagonale, con una trama fittamente bucherellata, che lasci respirare e vedere, o piuttosto intravedere. Quella finestrella traforata è una grata cucita sul manto, che lo tramuta in una prigione chiusa addosso alle donne e il burqa fa da carcere portatile per le donne, che avvolge senza interruzioni e senza ora d'aria.

Ora quelle donne sono rintanate a forza sotto i burqa, è vietato loro di mostrare i piedi o di far sentire la voce o il riso. Recluse domestiche, o, nei brevi percorsi concessi ai loro compiti di serve, prigioniere di quel carcere mobile di sacco. In realtà, la reclusione carceraria si è formata proprio a quella lunga e raffinata esperienza, della cattura e dell'incatenamento, della bastonatura e dell'affamamento, di animali selvatici e donne. Nel loro caso, domare, addomesticare e impastoiare i corpi aveva un doppio fine, della proprietà servile e della sottomissione sessuale. Perfino le nostre prigioni sono state costruite e governate sulla scorta della clausura femminile. Furono i regolamenti monastici a far da modello a quelli carcerari. Furono la pietà e il rigore di prelati maschi nei confronti di monacate per forza o per castigo a misurare meticolosamente i fori dei parlatoi, lo spessore delle grate, la distanza fra le sbarre agli sportelli delle celle. Corpi di donne murate, per liberarle dai tentatori, e per liberare gli uomini dalla tentazione, rigore religioso e accanimento misogino si mescolano in questa geometria segregatrice, i cui documenti dettagliati stanno nelle istruzioni dei visitatori apostolici del tempo della Riforma cattolica. Dall'altra parte, vocazioni sincere e clausure forzate sono anch'esse mescolate drammaticamente. Chi abbia letto le carte del processo e poi della reclusione di suor Virginia Maria de Leyva, la monaca di Monza, se ne è fatto un'idea. In una storia vetusta e monumentale come quella d'Italia, questa derivazione del carcere dalla clausura religiosa è manifesta fin dalle parole ­ &laqno;penitenziario» ­ e negli edifici ereditati, fortezze o conventi: Le Murate, appunto.

Non inseguirò troppo oltre gli effetti di questa genealogia, che mostra comunque il fondo di punizione e mutilazione sessuale che sta ancora nella reclusione dei corpi in gabbia. Alla quale, benché nella forma del carcere penale sia recente di soli due o tre secoli, si è fatta un'abitudine tale da farne perdere i due capi, quello dell'origine, e quello del superamento possibile. C'è un buon senso che rifiuta di concepire alternative alla reclusione corporale non motivata da un pericolo attuale. La forza dell'abitudine si combina con l'allarme per i detenuti che si sottraggono al carcere diventando protagonisti di delitti. E' appena successo col sequestro Soffiantini, e con una rapina fallita in Piemonte. Ma se solo 20 anni fa si fosse interpellata la gente di buon senso sull'intenzione di far uscire di galera sulla parola durante il giorno un certo numero di detenuti, con il loro impegno a tornarci di sera, o di lasciarli andare per qualche giorno, con il loro impegno a rientrare alla scadenza del permesso, la gente di buon senso l'avrebbe presa per una cosa da pazzi. Da allora, migliaia di detenuti, e fra loro anche ergastolani, sono usciti e rientrati in carcere tenendo fede alla parola: e ogni giorno migliaia continuano a farlo. Quelli che mancano alla parola sono una minoranza esigua. Quando i magistrati di sorveglianza più sensibili e amareggiati dicono che vorrebbero per una volta leggere sui giornali titoli come : &laqno;Anche ieri sera il detenuto XY ha fatto spontaneamente ritorno alla sua cella» hanno ragione. Bisognerebbe preferire la verità alla demagogia. Nel carcere dalle grate fitte e senza alternative la quantità di violenze attuate all'interno e preparate per l'esterno è enormemente superiore. Ciò che è più civile ha un valore per sé: ma è anche più efficace a ridurre odio e violenza. Non so quale richiamo renda grata la strada del rigore brutale. Forse un impulso primordiale e mai davvero rieducato, come rivelano i nostri contrastanti comportamenti verso gli animali. Sento dire spesso che &laqno;la gente» non vuole saperne del carcere e delle sue sofferenze. Ma perché ogni sera passa in tv qualche film di zoologia carceraria? La gente dunque vuol saperne: con ripugnanza e attrazione, sadismo e paura, e con la sensazione che la campana suona anche per lei. Allargare i buchi della grata, per guardare dentro, e lasciarsi guardare, è interesse comune.

 

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