Adriano Sofri
Così rottameranno le nostre anime

I detenuti mi chiedono: c'è niente per noi? Rispondo: solo il Giubileo . Con sconti di pena e indulgenze plenarie.



Ogni giorno io, che sono carcerato e leggo i giornali, vado all'aria e mi sento interrogare dai miei compagni di sorte: &laqno;Che si dice, c'è niente per noi?». Ogni giorno rispondo: &laqno;Non so, credo di no. Non c'è niente». Fino a pochi anni fa l'Italia era un paese di amnistie. Un ricordo di staterelli assoluti, e magari feroci: un genetliaco, delle auguste nozze, una nascita regale, e i prigionieri uscivano a gridare &laqno;Evviva». Nell'Italia repubblicana le amnistie erano state fra le poche cose puntuali e prevedibili, a soffietto. Quando in Italia si vuole riportare all'ordine qualcuna delle infinite straordinarietà, lo si fa con l'eccesso opposto. Così il parlamento decise che per votare amnistie e indulti non sarebbe più bastata una maggioranza semplice, ce ne sarebbe voluta una qualificatissima, dei due terzi. In Italia è da allora più facile cambiare la Costituzione che varare un provvedimento di clemenza. Il bello è che quel Parlamento, che di lì a poco sarebbe precipitato in larga parte nei registri degli indagati, varò la modifica dei due terzi praticamente all'unanimità. Gran paese, che passa, assai più dei famosi scandinavi, dalla sbronza colossale della sera al mal di testa pentito della mattina dopo. Se in Italia si arrivasse un giorno ad allacciarsi le cinture di sicurezza in auto, se ne allaccerebbero tre per uno: per non essere da meno. Eravamo i più prolifici fino all'altro ieri: abbiamo il record della denatalità oggi. Alcuni campionati fa i tifosi del Napoli di calcio non ne poterono più di sentire deplorare i loro comportamenti selvaggi e violenti, e si impegnarono a dare un esempio di sportività. Le squadre avversarie non facevano in tempo a entrare in campo che venivano sommerse dagli applausi della tifoseria partenopea, che si teneva viceversa freddina verso i suoi. Quando una squadra nemica faceva gol, lo stadio di San Paolo veniva giù dalle ovazioni. Con tutto il rispetto, c'è qualcosa di somigliante nelle esequie tributate da Palermo all'infelice O'Dell. Siamo i primi: nella sportività, nell'opposizione alla pena di morte. Facciamo così presto a diventare i primi, che ci mettiamo un momento a ricascare agli ultimi posti. Mi guardo bene dal sottovalutare la sincerità generosa di certi slanci, e soprattutto della commozione contro l'orrore della pena di morte. Le comunità si riconoscono e si uniscono nei grandi dolori, e ancora di più quando l'angoscia per una vita minacciata le spinge al soccorso. Nell'emozione per O'Dell ha contato questa mirabile voglia di soccorso. È questa, la vera Italia? È quella che per liberare un assessore napoletano dal nome e cognome un po' buffamente assortiti mandava governanti e titolari di servizi segreti a contrattare in galera con Cutolo, o quella che di fronte al Moro sequestrato si scoprì d'un tratto ligia alla ragion di stato e a una fermezza funerea? È il paese del perdono, o del rigore? Dell'indulgenza, o dell'intransigenza? Vorrei provare a dire una verità difficile da ammettere, ma non perciò meno vera. Che il contrasto non è fra comprensione e rigore, ma fra vero o falso perdono, vero o falso pentimento. Questo contrasto ha attraversato per intera la storia del cattolicesimo italiano, dal tempo in cui si commerciavano indulgenze. Da noi il pentimento, parola nobilissima, è stato forzato a descrivere la delusione prezzolata, utile sì, a volte preziosa, ma sempre spregevole. L'indulto evocato (e impraticabile) verso un fondo di setaccio di persone che da molti anni stanno davvero facendo i conti con le proprie coscienze suscita un'ennesima sollevazione gonfia di vento. Ma celebri assassini di ogni malavita sono stati perdonati, lodati, ascoltati come consulenti statali e serviti di plastiche facciali. Le proteste sono venute solo quando il loro numero è diventato rilevante per le statistiche sull'occupazione, e quando vedove di morti ammazzati sono andate a gridare il loro bilancio familiare nei tribunali. Se l'Italia durerà ­ non ci scommetterei un soldo, ormai: ma mi dispiace tanto ­ avrà bisogno di una conciliazione. Non con gli ex terroristi, né con i ragazzi di Salò, né con il paio di sanguinari infoibatori superstiti, e tanto meno con gli ex politici corrotti, gli ex industriali corrotti, gli ex generali di finanza. Avrà bisogno di conciliarsi con se stessa, di trovare una misura, di guardare il proprio album di fotografie, i cambiamenti d'abito, di struttura, di peso, di fisionomia. Ciascuno porterà ancora il suo fiore sulle sue tombe: qualcuno, qualcuna, i più bravi, o i più fortunati, lo porteranno sulle tombe di tutti, e andranno a ripulire quelle dei dimenticati. Ma dovrà succedere. Un paese minacciato di finire, com'è oggi questo, al nord e al sud, non può pensare di continuare come se niente fosse, né di restare attaccato ai propri risentimenti come ad aste di bandiera. Amnistie, indulti, concessioni demagogiche e cedimenti plebei possono anche essere l'occasione per gli stati, per i poteri, di avere delle giornate di grazia, di accettare una ragionevole speranza di fermarsi un momento e proporsi di ricominciare. Noi, oggi, per la paura di ferite recenti e aperte, vogliamo chiudere per legge l'occhio del perdono. Siamo un paese in deroga. Viviamo di nero e di condoni. La roba vecchia la buttiamo via, in nome di una vita nuova di automobilisti e di motociclisti: questa variante della conversione spirituale la chiamiamo rottamazione. Per le nostre anime di seconda mano, non c'è domanda di mercato. Verrà il Duemila, finirà il secolo, finirà il millennio, arriveranno i pellegrini del Giubileo. Allora ci saranno indulgenze plenarie per tutti, e anche amnistie, vedrete. Il baccano, così superfluo, contro un piccolo indulto è l'eccesso di zelo che preannuncia un'euforia amnistiale di qui a un paio d'anni. Quando vado all'aria, ora rispondo alla domanda: &laqno;C'è niente per noi?». &laqno;Un'amnistia generale» dico &laqno;a Capodanno del Duemila». Sono contenti. Dopotutto, hanno dei fine-pena lunghi, i miei condomini.

 

© Arnoldo Mondadori Editore
Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati