Adriano Sofri
Le cose viste con occhi albanesi

LA PATRIA E IL CUORE. PROVIAMO A ROVESCIARE L'AVVERTIMENTO DI ANDREATTA.
Guardano noi, da tempo, come in una candid camera.E ora ci costringono a chiederci chi siamo.


Ci sono giorni in cui una fatalità sembra legare insieme il disordine delle vite private e sociali e spingerlo verso un precipizio comune. Allora i giornali e i notiziari portano annunci magici, o religiosi, sacri e spaventosi. La notizia dell'ammonimento dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati contro il blocco navale italiano è solo una notizia: un giorno dopo, quando la nave degli albanesi è stata affondata, quella notizia diventa un preannuncio. Qualcuno sta scrivendo la trama. I giornali hanno intitolato per giorni sul blocco navale, anche con qualche eccesso di zelo, ed ecco che devono ripiegare sul pattugliamento e le sue sobrietà. Un'altra Ustica sembra fabbricarsi come per inerzia, con la Marina, questa volta, a farne le spese. Il delirio cinico e leggero che per giorni e giorni ha cumulato paure, sospetti, scherni, insulti, minacce, si scopre di colpo come la meticolosa preparazione della scena della catastrofe. Frasi pronunciate ­ come si fa una messa in piega, come ci si mette in posa per uno scatto, così, che colpa c'è? ­ sui delinquenti da buttare a mare vengono stampate un momento prima che novanta donne e bambini e uomini finiscano in pasto ai pesci. Si crede di conoscere la leggerezza delle parole, e le loro differenze di peso: profughi, criminali, boat people (Boat people: criminali albanesi quando annegano. Per esempio: "Annegati ieri al largo di Valona cinque boat people"). Ed ecco che un cappio trascina le parole verso i loro fatti ­ una maledizione, un castigo di Dio ­ la vanteria e la deplorazione del blocco navale verso la carretta dei poveri colata a picco. Quale fatalità governa, illumina o deride la nostra vicenda?

Era Venerdì santo, da noi. Il telegiornale diceva le sue notizie: "Una colonna di blindati è in marcia su Betlemme". &laqno;Quinto suicidio in Sicilia per il lavoro e la povertà: aveva trentatré anni". "Una nave albanese è stata avvistata e affondata nel Canale di Otranto...". Quale filo lega tutto, titoli dei nostri giornali, frasi dei nostri sindaci, firme dei nostri negozianti, naufragi, salvataggi, ronde e speronamenti? Che parentela abbiamo più noi, fra noi? E che parentela abbiamo con gli annegati, coi poveri musulmani dirimpetto che chiamiamo poveri cristi, e li affondiamo di Venerdì santo? Questa oscura sensazione di un legame in solido che è l'opposto esatto della solidarietà, una complicità non voluta che trascina al fondo, questa è la prima pena imposta dagli annegati del Venerdì santo. La seconda è la vacillazione su chi siamo noi.

Noi siamo gli italiani. Lo eravamo tanto più quanto meno ci interrogavamo su che cosa volesse dire. Succede anche alle nazioni come alle persone: che quando ci interroghiamo sui nostri gesti più irriflessi e connaturati, diventiamo impacciati e perfino paralizzati. Basta pochissimo. L'Albania è esplosa, il suo nord e il suo sud sono andati alla deriva, la sua gente si è buttata in mare. In Italia è impensabile. È impensabile? Il Nord, quelli che per suo conto gridano alla sovranità, vuole intanto chiudere le frontiere agli albanesi. Al Sud soffia il vento della esasperazione, e di un tracollo delle istituzioni piramidali che le assomigli alle finanziarie albanesi. Al centro ­ l'Italia conviviale e misurata ­ la correttezza politica resiste, ma sotto la sua crosta premono rabbia di operatori turistici e frasi improvvise di toscani dell'entroterra: &laqno;Qui siamo tutti cacciatori». Poi ci sono gli intellettuali. Se ne troveranno almeno altrettanti che vogliono buttare a mare gli albanesi che fra operai manuali o dentisti. Qualche intellettuale si prodiga contro i suoi colleghi inclini alla solidarietà: "Li prendereste a casa vostra? Alla vostra tavola?". Strana battaglia. Portai un ragazzo di Sarajevo a casa mia, per dargli qualche giorno di tregua dalle bombe. C'è restato un anno e mezzo. Non ero granché: litigavo con lui e perdevo la pazienza. Molti altri che hanno aperto le case, ne conosco, più buoni. Tutti però, più o meno ospitali, sanno che cosa è giusto fare, e che cosa no. Prodigarsi contro gli intellettuali che manifestano per i "sans papiers", ecco un'impresa strana da capire.

La conclusione della misteriosa parabola di questi giorni è infatti che gli albanesi sono i più vicini fra i nostri stranieri, e dunque sono, alla lettera, il nostro prossimo. E che sono, alcuni fra loro, italiani onorari. Ho detto dell'impaccio in cui ci troviamo quando ci sentiamo guardati. Ebbene, gli albanesi ci guardano. Da tanto tempo, e non lo sapevamo: come una candid camera. Ci guardavano quando il loro paese era disseminato di bunker e governato come un bunker, quando gli scolari erano portati in fila al Museo dell'ateismo. Guardavano la nostra figura più rivelatrice, la televisione, come si riconosce e si fraintende una città dalle vetrine del centro; e imparavano la lingua. Aspettavano di prendere il mare, e di gridare sbarcando: "Viva Italia". Soprattutto ci guardano i bambini e le bambine, nei cui occhi a volte trema lo spirito buono e doloroso del mondo. Ho in mente una ragazzina di Tirana, cui Alessandro Gilardini ha dato la parola nel suo tg. "Noi non siamo come i grandi, perché i grandi hanno i loro problemi, ma questo non vuol dire che li dobbiamo subire noi". Ho potuto trascrivere queste parole che Blob ha avuto il merito di ripetere, e mi aspetto che altri, Costanzo, o Biagi, la rintraccino quella ragazzina, col viso serio serio e i congiuntivi al loro posto: ha imparato anche lei dalla televisione. Ai molti che si sforzano di interrogarsi, di questi tempi, sulla nostra identità nazionale, su chi siamo noi italiani, proporrei di partire da lì, da come ci guardano e ci vedono i bambini albanesi. Di rovesciare, senza polemica, l'avvertimento del nostro ministro della Difesa ai media, sulle cose "viste con occhi albanesi". Nella nostra lingua, quei bambini si sono scelti una patria del cuore. Noi l'abbiamo persa, forse: la patria, e il cuore.

© Arnoldo Mondadori Editore-1997
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