Adriano Sofri
Storia di una singolare rottamazione

Durante la repressione staliniana, un giovane fu arrestato, picchiato e gli fu distrutta l'auto.
Quando uscì miracolosamente dal carcere, ne chiese una nuova. I tempi erano mutati: il Pcus gli assegnò una vettura in risarcimento.

Ho letto una storia di rottamazione così singolare che voglio raccontarla anche a voi. L'ho letta in un libro dello storico russo Oleg Chlevnjuk (nato nel '56), su Stalin e la società sovietica negli anni del terrore, cioè negli anni 30, e soprattutto nel triennio '36-38 (ed. Guerra, Perugia '97). Volevo avere un'idea delle nuove conoscenze e interpretazioni offerte dall'accesso recente ad archivi e documenti ex sovietici prima impenetrabili. Quel decennio si aprì con la 'guerra contro i contadini'. Nel '32-33 i morti per fame furono tra i 4 e i 5 milioni. 'Innumerevoli rapporti informativi segreti descrissero l'ampia diffusione del cannibalismo'. Almeno altri 2 milioni furono vittime in quei due anni di deportazioni, esecuzioni e arresti. Il partito fissava le quote di popolazione da fucilare e deportare in ogni regione. Più tardi, in poco più di un anno, fra il '37 e il '38, il grande terrore colpì alla cieca cittadini presi a caso dalla polizia politica e decimò gli stessi quadri di partito, specialmente la vecchia generazione: le vittime dirette furono almeno 2 milioni. Questo si sapeva. L'importante novità dei materiali studiati da Chlevnjuk riguarda, se non sbaglio, la diffusione e la qualità della resistenza dichiarata o della non collaborazione con le repressioni di massa: i testi di discorsi e lettere di amici, compagni di partito e colleghi di lavoro, familiari degli arrestati che, a costo delle persecuzioni e della vita, rifiutavano di prestarsi alla denigrazione e alla calunnia, attenuano il quadro tradizionale della complicità attiva o della passività spaventata della gente nei confronti delle epurazioni; e allargano il cuore.

Ecco alcuni esempi di motivazioni delle espulsioni dal partito. B.I. Katarskaja, di Kolomna, dopo l'arresto del marito, di tre figli, della sorella e di una nuora, osò sostenerne l'innocenza e cercò di comunicare con loro in carcere. E.O. Markevic, operaia di Mosca, 'dopo l'arresto dei suoi fratelli si era recata più volte dagli inquirenti per cercare di averne spiegazioni'. U.I. Starovojtov, operaio di Kiev: 'È stato accertato che viveva nello stesso appartamento col figlio, e dopo il suo arresto come nemico del popolo ha cercato di fargli avere un messaggio in carcere'. A.P. Kucenko, di Sverdlovsk, 'ha cercato in ogni modo di difendere il marito incarcerato'. N.A. Ignatov, operaio negli Urali, 'dopo l'arresto del fratello, gli ha fatto arrivare dei messaggi'. M.I. Klinduchov, capo meccanico di un sovchoz a Kursk, 'si è recato al carcere di L'vov, insieme alla moglie di Stoljarov, per fare avere al detenuto cibo e oggetti, scrivendogli anche un biglietto'. G.G. Kolomeec ha continuato a scrivere al nemico del popolo Jakovenko 'confermandogli di voler restare suo amico fidato fino alla morte, mandandogli anche dei soldi'. I.A. Kaplan 'dimostrò solidarietà' alla moglie del nemico del popolo Pavlov. V.G. Alekseenko, responsabile del comitato rionale di Neklinov, era rimasto 'in rapporti amichevoli col nemico del popolo Vachol'der, continuando anche dopo il suo arresto a far visita alla sua famiglia'. Particolarmente importante è la documentazione sui suicidi degli ingiustamente accusati, e dell'atteggiamento del potere: dapprima a disagio e ipocritamente rispettoso, poi quasi offeso ('Gli ex oppositori sono passati a una tattica ancora più impegnativa...: hanno cominciato a suicidarsi'), infine drastico: 'D'ora innanzi noi considereremo i suicidi solo come una conferma delle accuse'.

Ma veniamo alla storia che voglio riferire, non perchè sia edificante ­ non lo è ­ ma perchè ha una compiutezza stupefacente, assurda o meschina. Eccola. Timofeev Grigor'evin Sadaljuk era il giovane direttore di una scuola rurale presso Tiraspol', nella Moldavia sovietica. Figlio di un comunista e membro del Komsomol dal '28, nel '38, in piena repressione di massa, scrisse una lettera al capo del partito ucraino, che era Nikita Krusciov. Descrisse la sua famiglia comunista, la sua passione per la meccanica dei motori, nata dall'emulazione dell'eroico pilota dell'Urss Vodop'janov, la sua 'crescita culturale ed economica', e concluse esprimendo il desiderio di possedere un'automobile. Di fronte a quella bizzarria, in un tempo in cui chi non moriva di fame moriva fucilato, i dirigenti di Kiev, invece di sterminare seduta stante Sadaljuk, decisero di cavarne un profitto propagandistico e gli regalarono un'auto Gaz-A. Due mesi dopo Sadaljuk fu arrestato dalla polizia politica. Passarono mesi prima che gli notificassero a suon di pugni che era una canaglia fascista, reo di attività 'trotzkiste e militar-fasciste', e che l'auto gli era stata senz'altro regalata perchè andasse in giro a reclutare spie e adepti antisovietici. Sadaljuk, bastonato e insultato, non cedette, i tempi migliorarono e fu liberato. Però l'auto gli fu restituita che era un rottame. Questo era troppo. Scrisse a Stalin, a Molotov, a Krusciov e agli altri massimi capi: hanno calunniato me e i nostri migliori dirigenti, mi hanno picchiato. Però 'sono convinto che non era me chevolevano, ma la mia macchina'. Mandate degli emissari dal centro per fare giustizia, concludeva, e soprattutto costringete i responsabili della polizia segreta di Tiraspol' a riprendersi il rottame, e darmi in cambio una automobile nuova M-1. Viva Stalin, distinti saluti, eccetera.

Gli andò incredibilmente bene ancora una volta. A Mosca il politburo, che aveva ora interesse ad attenuare massacri e repressioni, deliberò il giorno stesso dell'arrivo della lettera di assegnare a Sadaljuk una M-1, e che Berija indagasse sui suoi persecutori, processandoli pubblicamente. Tre settimane dopo gli onnipotenti membri dell'Nkvd di Tiraspol' furono fucilati.

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