Adriano Sofri
Salviamo il Creatore dall'effetto serra

OLTRE KYOTO. UNA GENERAZIONE TRA RISCOPERTA DEL SACRO E PAURA DEL DISASTRO Forse non è blasfemo pensare che sia esauribile e finito come le risorse del suo creato, che possa restare soffocato dai nostri fumi.


Purtroppo non sono un tecnico ambientalista ­ non sono un tecnico di niente, anche per questo scrivo sui giornali ­ ma mi sembra di capire che mai la distruzione delle foreste e dei boschi della Terra sia precipitata come nei nostri giorni. I polmoni d'ossigeno del pianeta, nell'Amazzonia, in Africa, in Asia, sono assaltati fino a soffocare dalla voracità umana. Prima ancora delle grandi mutazioni climatiche, sono piccole scelte di un'economia ingorda a provocare devastazioni colossali. Ho trovato straordinario che, così stando le cose, alla Conferenza di Kyoto sull'effetto serra, americani e canadesi, e non so chi altri con loro, per evitare misure serie di riduzione dell'inquinamento e dei gas serra, abbiano proposto un massiccio rimboschimento del pianeta. Naturalmente, ho una simpatia senza riserve per i rimboschimenti massicci come per le piantagioni singolari: piantare un albero è per un essere umano del nostro tempo la più fiduciosa delle preghiere. Ma immaginare che i rimboschimenti riescano a tener dietro, nello spazio e nel tempo, alla deforestazione, è una provocazione. Tutto questo ha urgentemente a che fare col destino pratico del nostro mondo: con la sua sopravvivenza materiale. Ha a che fare altrettanto con lo spirito del nostro tempo, e con quel ritorno di religiosità nella cui confezione-regalo viene smerciata anche una superstizione grossolana. Abbiamo appena sentito il Papa Giovanni Paolo II, che pure ha fatto della svolta di fine secolo e millennio l'appuntamento fatidico del suo pontificato, ammonire contro le attese millenaristiche. La grana grossa e ridicola del settarismo apocalittico non toglie ­ al contrario, spiega ­ la fortissima presa in tanta parte del mondo, nelle periferie dell'America Latina e anche nel cuore delle metropoli piene di comfort. Ma c'è un più sottile legame fra la situazione del mondo e la diffusione di uno spirito da ultimi tempi.

La minaccia che pesa sulla Terra non è nuova. La Terra ebbe un inizio ­ e un giorno avrà fine ­ ma nuovissima, e sconvolgente, è l'esperienza personale che i vivi di oggi ne hanno fatto nell'arco della propria esistenza. A tutto ci si abitua, come all'abissale sproporzione fra ciò che personalmente si sperimenta e conosce, e la mole di &laqno;cose che funzionano» fuori di noi e senza che sappiamo come. Bellissima risorsa degli umani, questa abitudine vuole però sempre un costo di anestesia, di rassegnazione. Questo costo può diventare troppo forte e mutilante. La scienza fece la scoperta della finitezza delle risorse naturali e della stessa natura: ma la nostra generazione è passata attraverso questa scoperta, come si passa da una promessa al suo tradimento. Il mondo le si è presentato ricco di riserve inesauribili, ed essa gli si è attaccata come in un gioco senza fine di consumazione e di rinnovamento. A un tratto, il gioco si è interrotto. È comparso l'avvertimento: ciò che è consumato non viene ricostituito. L'energia impiegata è perduta. Tutto ciò è diventato esperienza diretta: il mare di quest'anno non è più il mare dell'altr'anno. Che la nostra generazione, quando smette per un momento di andare avanti a testa bassa, ne sia immalinconita e intontita, non è difficile da spiegare. La sapienza antica, che dev'esserci stata davvero, aveva a che fare con l'esperienza e le interrogazioni sulla prima volta delle cose: ora, perfino ai bambini viene tagliato il tempo per riassomigliarle. Sacra era una forza immane e imperturbata fuori dal brulicare degli umani. Sacra era la natura e la sua perennità, e la divinità figurata sulla sua stregua.

Per qualche tempo, e per una parte degli umani cui è arriso un certo successo, niente più è stato sacro. La natura restava inesauribile, ma gli umani si scoprivano capaci di spogliarla, maneggiarla, soggiogarla: maschia impresa, accompagnata da una sua esaltata ubriachezza. Ora, per una parte dell'umanità almeno ­ un'altra gran parte preme ancora perché le venga riconosciuto il suo turno nell'impresa e nei benefici ­ è il tempo del risveglio, della testa pesante e dei rimorsi della mattina dopo. Nel volgere di qualche decennio, l'umanità che aveva proclamato la morte di Dio l'ha resuscitato nella forma dei propri progetti di rigenerazione sociale e di riproduzione artificiale della natura. L'ingegneria politica, dopo tutte le enormità cui si è lasciata trascinare, ha riconosciuto il proprio vicolo cieco: il &laqno;Dio che è fallito». Chissà se e quando lo farà l'ingegneria genetica. Una nostra intelligenza che somigli un po', solo come un'eco lontana a un timido rintocco, alla sapienza, è legata all'esperienza dell'ultima volta delle cose. Di fronte alla perdita, e allo smarrimento, noi ripensiamo che &laqno;sacro» è ciò che vale &laqno;per sé», e non &laqno;per noi», che la stessa economia, che oggi vuole mangiarsi anche l'ecologia - e che bocca grande ha! ­ deve fare un passo indietro se si vuole conservare un po' più a lungo questa Terra, e la sua aria. Per questo, oltre gli schemi e i linguaggi tradizionali, la differenza fra &laqno;credenti» e &laqno;non credenti» non è più così importante, e spesso è equivoca. Ora rischiamo tutti di fare come chi, vicino alla fine, implora i sacramenti dopo una vita di bagordi. Forse, anche della fede in Dio ci siamo serviti come di un'autorizzazione all'arrembaggio e alla consumazione senza riserve. Forse non è blasfemo pensare che anche Dio, come le risorse del suo creato, sia esauribile e finito, che possa restare soffocato dai nostri fumi e dai nostri effetti-serra, che debba, insomma, essere salvato da noi. A Kyoto si è svolto un gran concilio teologico, benché i suoi santoni, piuttosto che ridurre di qualche punto le emissioni di gas che rendono ormai impossibile vedere la Terra dal cielo, abbiamo detto delle freddure sul rimboschimento.

 

© Arnoldo Mondadori Editore
Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati