Adriano Sofri
Gli anni di galera sono come i voti

DEI DELITTI E DELLE PENE. GUARDANDO UNA ZINGARELLA INCINTA NEL CORTILE DEL MIO CARCERE
I tribunali possono giudicare solo con un criterio aritmetico: ogni reato, una certa reclusione. È inevitabile che sia così?



È inevitabile che giudicare e condannare voglia dire sempre imporre una quantità di tempo di reclusione corporale, di galera? L'abitudine dice di sì. L'abitudine impedisce anche solo di riformulare domande cui sembra che si sia risposto una volta per tutte. Eppure, le cose non sono andate sempre allo stesso modo. Una volta, neanche tanto tempo fa, la giustizia penale si esercitava attraverso la legge del taglione o la vendetta famigliare, e poi attraverso tormenti corporali, gogna, botte, mutilazioni, morte. In buona parte del mondo succede ancora così. A un certo punto i delitti vennero più meticolosamente catalogati. La giustizia imparò a giudicare i reati e non le persone, e si propose di condannare in modo equanime facendo corrispondere la stessa pena allo stesso reato. Per questo era necessario che la pena, cioè l'effetto della dimostrazione di colpevolezza, trovasse una misura comune ai giudizi su tutti i reati. Esisteva da sempre la segregazione corporale, la catena, i ceppi, la gabbia: per gli umani come per gli altri animali ridotti in cattività. Era stata un modo di esercitare la proprietà, e di premunirsi dalle ribellioni. Diventò il modo uniforme di punire tutte le trasgressioni alla legge penale. Fuori, nel mondo dell'economia, il tempo di lavoro astrattamente necessario a produrre le diverse merci era diventato la misura del loro valore, della loro possibilità di scambiarsi reciprocamente, e tutte col denaro: il tempo, nell'economia del mercato, diventava davvero denaro. Dentro, nel sistema penale, il tempo di reclusione corporale, di chiusura in gabbia, in cella, diventava la misura astratta che permetteva di sanzionare e commisurare fra loro tutti i reati. Il tempo di reclusione diventava la moneta sonante della giustizia penale. C'era in questo un progresso, sebbene la parola vada ormai impiegata con cautela, tenendo nelle orecchie il suono di cose calpestate che l'accompagna. I giudici pronunciavano le loro condanne, e passavano i condannati ai birri e alle macchine del tempo stritolato. Galere, manicomi, collegi per orfani e poveri, ospizi: luoghi che sapevano tenere i corpi al chiuso, e moltiplicare all'infinito, per castigare le disobbedienze &laqno;inframurali», il tempo di reclusione dei loro sventurati. Ogni sopraffazione vi si poteva consumare: i lamenti non avrebbero trapassato le mura, né occhio esterno vi sarebbe penetrato, tanto meno l'occhio dei giudici che pronunciavano le condanne e che erano esentati da ogni corresponsabilità con la loro esecuzione. Le cose si complicarono quando, un po' per convinzione, un po' per finzione, le democrazie moderne dichiararono che la reclusione dei corpi non ha per fine la vendetta (&laqno;retribuzione», si chiama, nel suo gergo) o la punizione, bensì la rieducazione, o la &laqno;risocializzazione», eccetera. Restò una frase e basta: quando si provò a cavarne qualche conseguenza, sforzo assai recente, salve poche ed eroiche eccezioni ci si scontrò con la resistenza insuperabile del sistema di sequestro dei corpi. La &laqno;rieducazione» è uno sviluppo artificioso, perché si cala su una restrizione corporale che aveva tutt'altro fine: il castigo, la vigilanza, il riscatto o lo scambio (come nelle cauzioni o con i prigionieri di guerra). Insomma, la risocializzazione ha la reclusione come ostacolo, non come condizione. È un aggiustamento tardivo e forzato. Tutti coloro che hanno a che fare col carcere, conservatori o progressisti, buoni d'animo o cattivi, sanno che la detenzione è necessaria, per ragioni di sicurezza, per una netta minoranza degli attuali carcerati. Per gli altri, il carcere non è inutile: è dannoso e costoso, è una dissipazione di umanità e di risorse. La parte più sensibile del sistema legislativo e penitenziario risponde con la prospettiva di una riduzione del ricorso al carcere, della sostituzione di altre forme (arresti a domicilio, lavoro esterno e reclusione notturna) alla segregazione in cella. Prospettiva volenterosa, ma pigra: prigioniera dell'abitudine. È infatti una fatica di Sisifo quella di trasformare in qualcosa di meno carcerario la condanna che i giudici esprimono in tempo di carcere. Bisogna avere il coraggio di vedere che per la giustizia penale la somministrazione di condanne su una base astrattamente comune, aritmetica, ha tramutato anni, mesi e giorni di vita umana in un mero sistema di classificazione, più o meno come quello dei sistemi di votazione scolastica e dell'esame. Il tempo di carcere è il punteggio sulla cui scala si misurano le colpevolezze accertate nei tribunali. Questo spiega la naturalezza e l'assuefazione altrimenti raccapriccianti con cui i giudici pronunciano le sentenze. Gli anni di condanna non sono per loro veri anni, non hanno il fragore dei ferri battuti e lo stridore di denti che arriveranno dopo, quando sui condannati si richiuderanno i cancelli blindati. Non sono veri anni: sono voti, sei più, due, quattro meno meno, sebbene anche i voti scolastici non si debbano dare a cuor leggero, e vengano accolti a volte come colpi al cuore. C'è in questo un'evidente ipocrisia e insieme la sua attenuante. Il giudice non ha altro modo di giudicare se non quello, codificato: tanti giorni, mesi, anni, fino alla pena perpetua, l'ergastolo, cerniera fra la reclusione a tempo e la pena capitale. E appunto siamo tornati alla domanda iniziale. È inevitabile che sia così? Devo finire a mezza strada, per ora, ma non senza dire perché ho scritto questa difficile pagina. Perché l'altra sera, durante un incontro d'eccezione nel cortile della mia prigione, ho visto fra le detenute tre ragazze, incinte, una con un bellissimo bambino di neanche due anni sulle ginocchia. Zingare di Sarajevo: ho scambiato con loro qualche frase in quella lingua. Condannate a pochi mesi, il tempo di mettere al mondo qualche altro bambino in questa mangiatoia. Tale è la popolazione criminale della mia galera. Ne provo vergogna. A proposito: era lo stesso giorno in cui si annunciava la remissione in libertà dell'autore accertato di una settantina di omicidi, pentito e sovvenzionato.

 

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