Adriano Sofri
Questa sera si recita a soggetto

I detenuti hanno una passione per il teatro: si iscrivono ai corsi perché è sempre meglio che stare in branda; e poi scoprono che fare l'attore piace loro tantissimo. Ciò spiega perché in carcere non ci sono più rivolte.

Se nelle galere non ci sono più rivolte, si dice, il merito è della legge Gozzini. È vero, ma non basta: il merito è della legge Gozzini e del teatro. In molte galere italiane i detenuti fanno compagnia e mettono in scena uno spettacolo per stagione. Alcuni spettacoli si guadagnano un'attenzione che oltrepassa la circostanza, come quelli diretti da Armando Punzo al penitenziario di Volterra. In altri casi, probabilmente, si tratta di recite alla buona, di animali in gabbia che mostrino la loro domesticazione e l'abilità dei loro ammaestratori: con uno scelto pubblico di autorità e invitati un po' spaventati di sedersi a portata di zanne di quelle creature selvagge, tatuate e matricolate, e un po' compiaciuti di rassicurarsi che, alla fine, non mordono. Il caso che conosco è quello di una rappresentazione preparata con assiduità e serietà, con la guida di un professionista che fa la regia e recita, Maurizio Mistretta, con una trama di testi (scelti da Ovidio Bompressi) e scene adatte a qualunque teatro &laqno;normale», ma fitta di rimandi alla vita reclusa. Così il teatro in carcere diventa una imprevedibile rivelazione dell'essenza del carcere. Cominciamo dall'inizio: perché tanti detenuti si iscrivono al teatro. Intanto, perché è sempre meglio che starsene buttati sulla branda, ammesso che ce ne sia lo spazio. In più, al teatro si va con la speranza di &laqno;sbloccare». Si è &laqno;nei termini», si dispera di ottenere considerazione a una delle centinaia di istanze inevase di permesso, o di pene alternative, e si prova col teatro, attività in vista, un po' imbarazzante. È peraltro debole la riluttanza a truccarsi e recitare in pubblico, anche nei più timidi, o in quelli che si prendono per uomini duri. Ma poco dopo aver cominciato il corso e le prove, i detenuti si accorgono che gli piace. Moltissimo. Si sentono attori, dunque lo sono. Attori cui è capitato l'incidente di finire in galera.

Si sa che la vita della gente di teatro è balzana. Quest'anno, per la prima volta, detenuti uomini e donne hanno provato e recitato insieme. Gran passo avanti. (Si può fare di meglio, e mi pare che sia avvenuto in un piccolo carcere emiliano: che recitino insieme detenuti e agenti penitenziari). L'anno scorso, in un testo gravemente ispirato ai Demoni le parti femminili erano tenute da prigionieri maschi: con un ritorno alle origini classiche del teatro, e accoglienze un po' scollacciate. Quando si è autorizzati a recitare insieme fra detenute e detenuti, si può anche decidere di scambiarsi le parti: ma allora è un'altra cosa. Strada facendo, dunque, attrici e attori s'innamorano di quella simulazione di una vera vita. Il teatro è sempre l'occasione di una seconda vita: solo che in galera la prima vita non c'è, quella non è vita. Alla fine, rinuncerebbero perfino a &laqno;sbloccare» pur di custodire la loro nuova vita finta, una vita da una sera sola. Come i calciatori di Fuga per la vittoria. I prigionieri non hanno diritti e non hanno voce in nessun capitolo, per questo gridano tanto, quando sono chiusi, come gli animali di uno zoo al tramonto. In teatro, possono dire tutto. Tutto. Possono maledire gli aguzzini. Mettersi nei panni degli aguzzini. Fare la parte dei pubblici ministeri, dei kapò, degli assistenti sociali, dei guardiani picchiatori. Dare scudisciate e promettere premi, perquisire e inveire, e vistare domandine. Nel teatro del carcere i corpi tengono la scena: in carcere le persone sono ridotte ai corpi, e i corpi a cose. I corpi simulano aggressioni, pestaggi, inseguimenti, mutilazioni, e fanno paura. La loro esuberanza mostra l'allenamento cui sono stati sottomessi. Ma nella recita la violenza fisica è spodestata dal riso. Dapprincipio, dal riso spontaneo e invincibile che suscita il riconoscere, sulla scena, sotto il trucco di fortuna e gli abiti grotteschi, il tale o il talaltro dei propri compagni detenuti. Ma soprattutto, dalla dimostrazione, evidente come una rivoluzione, del carattere ridicolo della recita sociale e dell'essenza del carcere.

Per questo è necessario il teatro. La prepotenza o la stupidità di un divieto, o di un insulto, nella realtà fanno solo fremere di rabbia o piangere di mortificazione. In teatro, fanno ridere. Il prigioniero che fa la parte del carceriere, anche solo ripetendone senza caricatura i gesti e le parole regolamentari, non riesce a non ridere di sé, e fa ridere tutti gli altri. È il carnevale. Sovversivo è il teatro: e rassicurante, perché la sovversione dura il tempo della recita. Si chiama in scena la fiera, la si fa ruggire, poi la si rimanda in gabbia e si prendono gli applausi. Un'autorizzazione condizionale a occupare per un paio d'ore il nido del cuculo. Le autorità grandi e piccole che assistono si passano il dito nel colletto, come se facesse molto caldo, ma sanno che fra poco tutti torneranno docili a struccarsi nelle loro celle, blindate a quintupla mandata, in uno specchietto di plastica. Gli stessi detenuti, forse, non se ne ricorderanno più, mezz'ora dopo. Non si ricorderanno più di quelle possibili vite di ricambio, oltre alla propria di ladruncolo o piccolo spacciatore, o truffatore, o rapinatore. Possiamo dunque tornare al punto di partenza. Non ci sono rivolte, in carcere, perché c'è il teatro. Solo la rivolta permetteva, tanti anni fa, di cambiare le parti. Negli anni recenti, i detenuti di sempre, i disgraziati, i drogati, i malviventi da poco, gli stranieri da poco assistettero a uno spettacolo stupefacente: i ricchi e i potenti indagati incarcerati messi alla gogna. Il mondo sottosopra. Un ex ministro della Giustizia venne buttato in una cella di San Vittore, con degli extracomunitari (per giunta, lo si sarebbe provato poi, innocente). I detenuti normali ne ebbero pena: la galera non è fatta per quelli. Come se fosse fatta per qualcuno. Fu spettacoloso, durò un po', poi la giustizia e la prigione tornarono agli inquilini di sempre. Restava il teatro. Applausi. Sipario.

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