ADRIANO SOFRI

Quando mi scambiarono per il Papa
In Polonia pensarono che la mia auto fosse quella di Wojtyla. Facendola correre su un letto di fiori. In Cina un gruppo di alunni mi fece festa pensando che fossi Pertini. Ma per uno scambio di persona si può finire in galera.


Si è scambiati per qualcun altro. Si può andare in galera per questo, oppure ricevere delle richieste di autografo. Se fossi capo dello Stato, renderei obbligatoria la lettura dell'Ispettore generale di Gogol per tutti i funzionari statali, in modo che ogni volta che gli comparisse davanti un disgraziato ­ un anziano intimidito allo sportello, uno straccione in tribunale, un paziente dalla fisionomia nullatenente al pronto soccorso ­ dovesse temere che si tratti di un ispettore travestito, e comportarsi di conseguenza.

A volte sono stato preso per un altro. Per il Papa, per esempio, o meglio, per la sua auto. E' successo fra Cracovia e il santuario di Chestochowa. Eravamo due giornalisti italiani e uno francese, e soprattutto un autista abusivo polacco con una Mercedes nera, di quelli che per 50 dollari non si fermavano davanti a niente. Avevamo appena finito di assistere a una cerimonia a Cracovia e dovevamo correre alla successiva di Chestochowa: ma tardammo e la polizia aveva già chiuso la strada al traffico, per riservarla al corteo papale. Il polacco ('Non c'è problema') ci disse di agitare i tesserini-stampa e tirò avanti suonando il clacson. C'era ancora la polizia comunista: era cattivissima, ma aveva una gran soggezione di tutte le autorità e di tutti i tesserini. Tirarono via le transenne e ci fecero passare. Un po' più avanti ci raggiunsero precipitosamente pattuglie in moto e in auto, furibonde. Ma ormai era tutto sbarrato, tornare indietro non si poteva perchè il corteo papale era già partito: si misero davanti e dietro a noi a farci da scorta, a sirene spiegate e a tutta velocità, per scaricarci prima possibile fuori da quell'usurpazione. Sarebbe stato solo comico, se non ci fosse stata la folla di fedeli che si accalcava ai due lati della strada e che ne aveva già coperto il fondo di fiori. Passammo, a quella velocità assurda, sul tappeto di fiori e di saluti osannanti e frustrati dei fedeli, convinti che fossimo il Papa e delusi che andassimo così di fretta. Eravamo così mortificati da quell'involontario sacrilegio, che non sapevamo che fare: nasconderci sotto i sedili, o sorridere almeno alla gente.

Per completezza: sono stato scambiato anche per il presidente della Repubblica. In modo più circoscritto, però. (La strada da Cracovia a Chestochowa è lunga!). Successe durante la visita di Sandro Pertini in Cina. Andammo a visitare un vivaio di perle fuori mano. Lì il traffico era normale: noi giornalisti andavamo avanti con un gruppo di auto, tra poco ci avrebbe seguito l'auto del presidente. Lungo la strada erano disseminati gruppi di accoglienza, a salutare e applaudire. A un certo punto ne vidi uno così bello che feci fermare l'auto e scesi per andarli a salutare e interpellare. Scesero anche un paio di fotografi. Erano una scolaresca, immagino, di bambini piccoli, maschi e femmine, con la bandierina italiana in mano, e un'aria smarrita. Avevano visi bellissimi Ð come sono teneramente nudi e innocenti certi visi di cuccioli orientali! Mi colpivano ancora di più i colori: erano di tutti i colori. I colori in Cina erano ancora umiliati, a parte le dissipazioni di rosso, tranne che nei bambini. Avevano maglie di lana, ognuna diversa dall'altra, tutte fatte a mano, di quella lana ruvida e messa insieme da gomitoli e bottoni di fortuna di cui erano fatte anche le nostre maglie di bambini quando eravamo poveri. Si viaggia, infatti, abusando degli altri paesi e della loro gente per andare in pellegrinaggio alla propria infanzia. Solo che, mentre attraversavo la strada per andare incontro a quel gruppo meraviglioso, l'equivoco si impadronì delle loro maestre e i bambini si misero doverosamente a sventolare le bandierine, e intanto ammutolivano e diventavano seri seri. Ci misi un po' a intuire che si stavano chiedendo se fossi io quel favoloso presidente italiano vecchio come una tartaruga, e a sciogliere la soggezione facendo il pagliaccio coi bambini. Non del tutto, perchè nella fotografia che un fotografo mi fece in mezzo a loro, io sono tutto contento e loro hanno una faccia allarmata: forse solo per il mio naso. Quella fotografia è a colori e le sono affezionatissimo.

Me ne sono capitate altre, di queste imposture involontarie. Saranno capitate anche a voi. Ai funerali di Tito andai con l'accredito del giornale di Lotta continua, unico e stentato avanzo di quell'organizzazione sciolta da anni. Però il cerimoniale belgradese mi accolse ufficialmente all'aeroporto come se fossi la delegazione di Lotta continua, mi rivolse un saluto (e viceversa) assieme al portoghese Soares e mi istradò verso una residenza per ospiti di partito fratello: dalla quale evasi alla chetichella, senza neanche usare il bagno.

Però ora mi viene in mente un'altra storiella Ð racconto storielle, infatti Ð che non mi riguarda se non come spettatore, io e i miei figli. Successe una notte a Parigi, quando alle vecchie Halles della zuppa di cipolle si erano appena sostituite le nuove. In una galleria deserta e piena di luci, con le scale mobili in moto perpetuo, comparve un uomo asiatico, basso e tarchiato, con un giubbotto coi draghi ricamati, lucido, come le vestaglie di raso dei boxeur, e un paio di zoccoli di legno olandesi, nei quali navigava con qualche impaccio. Forse aveva bevuto un po'. Sarà un marinaio, pensai. Arrivò di fronte alle scale mobili e ne imbocco una: quella che scendeva. L'uomo affrettò un poco il passo, risalendo i gradini e restando a mezzo, lui che saliva, la scala che scendeva. Aveva un'aria intontita e neanche tanto meravigliata. Saliva e restava lì. Forse si stava dicendo che c'è da aspettarsi di tutto, a Parigi, o al mondo. A me per un momento, guardandolo, non venne affatto da ridere. Mi sembrò infatti che si ripetesse sotto i miei occhi il mito di Sisifo.

Ora, mi è tornata in mente quella scala mobile alla rovescia.

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