Adriano Sofri
O'Dell, l'ultimo giorno e Victor Hugo

DAGLI USA ALL'ITALIA. PENSIERI SULLA CONDANNA A MORTE E SULL'ERGASTOLO
Gli americani non capiscono il nostro rifiuto per la pena capitale. Eppure basterebbe leggere un aureo libretto...



Nel 1994 Mario Cuomo perse di misura la rielezione a governatore dello stato di New York, dopo dodici anni. Alla cerimonia di insediamento il suo successore, George Pataki, riscosse un'ovazione quando disse: &laqno;La prima cosa che farò sarà ripristinare la pena di morte». Mario Cuomo è uno che nei suoi discorsi cita Cesare Beccaria. Dice: &laqno;La mia posizione sulla pena di morte non mi ha aiutato. Ne vado ugualmente fiero». Gli Stati Uniti sono oggi alla testa di uno strano schieramento di paesi ­ i cui altri capifila sono Cina e Singapore, Iran e Algeria, Arabia Saudita ed Emirati, Corea e Malaysia ­ che si batte gelosamente per conservare il diritto all'omicidio legalizzato. L'Italia è viceversa alla guida dello schieramento che vorrebbe bandire la pena di morte. Accanto ad associazioni come Amnesty international, è attiva in Italia, con una forte proiezione internazionale, un'associazione sorta contro la pena di morte, col nome programmatico: &laqno;Nessuno tocchi Caino». Essa è oggi l'eredità migliore delle battaglie internazionali dell'antico Partito radicale. È anche per suo impulso che il governo italiano si è fatto promotore all'Onu di proposte per l'abolizione della pena di morte o, intanto, la moratoria, cioè la sospensione, che è la forma più realistica per affrontare le disgrazie del mondo, una volta che si sia capito che esse sono senza riparo, e si deve rassegnarsi a proporre dilazioni, non soluzioni. Nel 1994, nell'Assemblea generale dell'Onu, la mozione contro la pena di morte fu battuta per pochi voti. Riformulata e presentata a Ginevra nella commissione per i Diritti umani, il 27 marzo di quest'anno, la Raccomandazione contro la pena di morte è stata approvata con una netta maggioranza (27 paesi a favore, 11 contrari, 14 astenuti). È poco fondata l'obiezione polemica di chi chiede come mai si concentri la mobilitazione sulle esecuzioni capitali negli Stati Uniti, piuttosto che in certi paesi islamisti, o in Cina, dove vengono praticate all'ingrosso e teatralmente. L'antiamericanismo politico non c'entra niente: al contrario, è la contraddizione fra la democrazia americana e il ruolo mondiale degli Usa da una parte, e la naturalezza privata e la strumentalizzazione pubblica del consenso alla pena capitale dall'altra, a porre una essenziale, scandalosa e misteriosa questione di civiltà. Uso questo termine: misterioso. Nei giorni scorsi abbiamo letto di un giornale di Richmond, Virginia, che aveva spedito un inviato in Italia ­ decisione eccezionalissima ­ per provare a spiegare ai suoi lettori l'esotica stravaganza di un paese che se la prendeva tanto per una pratica ovvia come un'esecuzione capitale. Reciprocamente, la naturalezza con cui a Richmond, Virginia, si frigge carne umana, pare a noi barbaramente enigmatica. Ai suoi lettori, l'inviato di Richmond ha senz'altro spiegato che l'Italia è un Paese cattolico, che c'è il Papa, e che per il cattolicesimo ­ quello attuale, almeno ­ la vita umana appartiene a Dio, senza possibilità di deleghe. Di Richmond non so, purtroppo, niente. Dell'Italia, bisognerebbe riflettere meglio a questa provvisoria, e in qualche parte fortuita, leadership nel contrasto alla pena di morte, in un periodo per di più tutt'altro che limpido per le vicende di giustizia indigena; e anche a questa doppia definizione: il Paese del cattolicesimo e del Papa, il Paese di Beccaria. Un casuale calendario ha avvicinato la mobilitazione contro l'esecuzione capitale di Richmond al voto del Senato per l'abrogazione dell'ergastolo. Questo voto ha avuto una sorprendente opposizione da parte dei senatori di centrodestra, con l'eccezione di Francesca Scopelliti. L'ergastolo ­ tanto più quando si prevede una pena massima che supera i trent'anni ­ è soprattutto una questione di principio. È la formula &laqno;fine pena mai» calata come una pietra tombale sopra il dannato. Ed è la pena più simile alla pena di morte, con la sua pretesa di ineluttabilità: una pena di morte distillata. Ecco perché una coerenza stretta lega l'opposizione alla pena di morte e quella all'ergastolo. Esse non sono una rinuncia all'efficacia repressiva e alla deterrenza, ma al loro vuoto e crudele spettacolo. Del resto la pena di morte non è stata un deterrente efficace contro la criminalità. Negli Stati Uniti, l'ergastolo senza possibilità di modifiche è l'argomento cui alcuni avversari della pena di morte fanno appello. Abolite la pena di morte, e sostituitela con la galera dura perpetua senza correzioni. Anche nel caso di O'Dell l'argomento è stato sollevato, invano del resto. Destinato a rassicurare un'opinione pubblica piena di paura (e spesso vogliosa di vendetta), è un triste argomento. Rivelatore di una debolezza. Chissà se sia meglio, in una debolezza, ricorrere a una mezza verità, o dire una verità intera, anche a costo di un'inefficacia provvisoria. È il problema cruciale che pone l'opposizione alla pena di morte in nome dell'errore giudiziario, dunque del rischio di giustiziare degli innocenti. Rischio tremendo, e argomento molto forte se si leggono le agghiaccianti valutazioni sugli errori giudiziari nei processi capitali negli Usa: fino a un quarto delle condanne! La campagna per O'Dell ha oscillato fortemente, com'era inevitabile, fra il sostegno alla sua possibile innocenza e l'opposizione alla pena di morte. Quest'ultima, tuttavia, non ha bisogno di prove di colpevolezza o di innocenza. Il suo manifesto è un aureo libretto di Victor Hugo, L'ultimo giorno di un condannato a morte (in versione italiana nella Bur). In quell'uomo bisogna immaginarsi: piuttosto che, secondo una retorica antica e incline senza saperlo al pregiudizio, nel boia. La domanda: &laqno;Accetteresti tu di calare la lama, di premere l'interruttore?» non è così essenziale. Se ne troveranno tanti pronti, per disoccupazione, o per diletto. La domanda è, senza illusioni: &laqno;Accetteresti di poggiare il collo sul ceppo, di porgere la vena alla siringa?». Possiamo finire carnefici, o giustiziati. Possiamo picchettare il mattatoio gridando: &laqno;Friggetelo», o &laqno;Salvatelo». Dipende da noi, ma anche dalla legge.

 

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