Adriano Sofri
Direttore nuovo, prigioni vecchie

Vita in cella. Delusioni e speranze dalla legge Gozzini a oggi. Dopo Michele Coiro, al vertice delle carceri italiane arriva Alessandro Margara. Un competente. Auguri.



La legge Gozzini ha spento le fiammate di rivolta nelle carceri, che erano endemiche e ricorrenti. Essa si ispira alla Costituzione, secondo cui &laqno;le pene devono tendere alla rieducazione». Si propone di verificare la possibilità di restituire gradualmente i detenuti alla società, attraverso il lavoro, i permessi da trascorrere in famiglia, l'affidamento sociale. Questo ha reintrodotto una speranza nell'abbrutimento della pena: anche se al costo di una perdita di solidarietà e di un isolamento dei detenuti. La legge fu votata nel 1986: senza i mezzi materiali per attuarsi efficacemente e senza l'apertura mentale. Tra il 1991 e il 1993 la sacrosanta reazione alla ferocia mafiosa, invece di circoscriversi a quella, travolse l'intero sistema delle pene, svuotando la legge Gozzini. Che si chiamava così perché il suo promotore era stato Mario Gozzini, un insegnante eletto senatore come indipendente di sinistra. Gozzini, che è un uomo intransigente e schietto fino a essere brusco, è uno di un gruppo di fiorentini, appartenenti per lo più a quel mondo cattolico che, dopo La Pira, ha avuto sedi splendidamente periferiche come la Badia fiesolana di padre Balducci, eccentriche fino all'esilio come il Mugello di don Milani. Persone legate soprattutto dalla comune esperienza umana nella scuola, o nella giustizia minorile come Gianni Meucci, che morì nel 1986, o nelle carceri, come Alessandro Margara. Margara, succeduto ad Antonino Caponnetto nella magistratura di sorveglianza, fu anzi, con Gozzini, nel 1982, autore del primo disegno di legge sulle garanzie di legalità e umanità nelle carceri. In Parlamento, la legge fu elaborata e appoggiata da giuristi come Giuliano Vassalli e Marcello Gallo, fino all'approvazione, quattro anni dopo. Nel 1990 in Toscana più della metà dei detenuti scontava la pena in tutto o in parte fuori dal carcere. Poi &laqno;venne la gelata». Da allora ci fu una risalita lenta e fragile. Naturalmente, succedeva e succede che fra un carcere e un altro, una regione e un'altra, le disparità di applicazione della legge detta Gozzini fossero enormi. Ci sono detenuti pronti a tutto (a tutto, anche a farsi molto male) per essere trasferiti da una regione in cui un'istanza al magistrato di sorveglianza giace senza risposta per mesi e anni, a un'altra in cui fra il magistrato e il detenuto c'è davvero, per quanto sporadica e sbrigativa, una conoscenza diretta. In cima alle speranze e alle leggende dei detenuti italiani sta il Tribunale di sorveglianza toscano presieduto da Alessandro Margara. Per un equivoco, anche. Margara, che ha ora 67 anni, è sì un uomo cordiale, di un'ironia benigna e di modi franchi: ma non è qui la differenza. Piuttosto, non si è occupato di magistratura di sorveglianza per ripiego, o per pigrizia. Un suo saggio del 1986, molto citato, si concludeva con questo consiglio: &laqno;Avere fiducia (o forse, con qualche enfasi, si potrebbe usare la parola: credere) nel nostro lavoro e in chi ne è destinatario». Attento ad anteporre la razionalità a una vaga &laqno;sensibilità», Margara ha dedicato uno studio costante all'oggetto delle sue decisioni di giudice: cioè la vita delle persone. Questa fiducia-fede, &laqno;si potrebbe dire con enfasi», nel suo mestiere gli ha guadagnato una proverbiale e quasi eccentrica indipendenza. Indipendenza dalle procure e dalle corti, che spesso trattano i magistrati di sorveglianza come colleghi di terz'ordine, o come indebiti seccatori. (Qualche volta gli stessi magistrati di sorveglianza sembrano giustificare quelle arroganze: benché si siano annoverate nelle loro file figure intellettuali e morali di eccezione, come fu a Napoli Igino Cappelli). Indipendenza ancora più necessaria verso la polizia, i prefetti, i servizi segreti; e verso l'apparato carcerario, dai direttori alla polizia penitenziaria, spesso infastiditi da tutto ciò che turbi la custodia zoologica a doppia mandata dei detenuti. Più di vent'anni fa, lo stesso Margara scriveva: &laqno;La regola fondamentale è che tanto meno si fa..., tanto meglio procede il funzionamento degli istituti: emerge il "valore" dell'inazione. Il recluso è l'oggetto...». Il valore dell'inazione? Tutto ciò spiega la sorpresa universale che ha accolto la nomina di Margara, da parte del ministro Flick, a successore di Coiro, a capo dell'amministrazione penitenziaria. E anche i sentimenti vivaci, di felicitazione o di indigestione, che la nomina ha suscitato. Il primo a sorprendersi è stato Margara stesso. È come se Papa Giovanni XXIII fosse stato eletto Papa dopo aver annunciato a tutti le sue intenzioni. Dalla sua, Margara ha l'enorme competenza: all'opposto di Coiro, la cui forza era stata nell'occhio forestiero ­ e scandalizzato ­ con cui aveva guardato al tirannosauro penitenziario. Margara dice con documentata semplicità cose che capovolgono pregiudizi antichi e rimasticati: come lo scarso numero degli agenti di polizia penitenziaria, che l'Italia ha invece in proporzione superiore ad altri paesi, e pletorica, se si commisuri non al totale dei detenuti, ma a quelli effettivamente reclusi in carcere. Manca il personale civile, mancano le strutture di sostegno all'uscita del carcere. Gli esempi sono tanti, voglio solo citare i malati di aids. I malati di aids restano in galera fino alla vigilia della morte, quando la scarcerazione basti a escluderli dalle statistiche dei morti in carcere. Ricevo molte lettere di detenuti malati di aids: in alcune annunciano uno sciopero della fame! Cose come queste, che Margara conosce, mostrano come sia difficile il suo compito. Perché un sistema carcerario in cui succedono cose simili, che abbia alla testa Margara, non è pensabile. Uno dei due è fuori luogo. Auguri.

 

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