Adriano Sofri
Quella terribile foto dell'Addolorata

CONTRASTI. LE TROPPE IMMAGINI DI LADY DIANA E LE POCHISSIME DELLE STRAGI ALGERINE
Da Algeri arriva il volto di una donna cui hanno assassinato otto figli. Scattata da un fotografo che rischia la vita. Ma che può rompere il silenzio.


Qualcuno ha protestato per l'enorme spazio riservato alla morte di Diana Spencer, mentre una strage di centinaia di donne e bambini e vecchi in un villaggio algerino faticava a guadagnarsi un titolo in prima. Si sa che gli spazi assegnati dall'informazione non corrispondono a una gerarchia di importanza civile, o morale, delle notizie, né sarebbe ragionevole pretenderlo. C'è sempre una sproporzione, quella che domina le nostre vite private, e le protegge, a meno che non siamo pazzi, o santi ­ che è spesso la stessa cosa ­ e ci identifichiamo senza riserve con la sofferenza del mondo. Ma non c'era bisogno di deplorare l'invadenza della favola della principessa triste per accorgersi della tragedia algerina. Piuttosto, il confronto avrebbe rivelato il contrasto fra la sopraddose di immagini nella favola parigina, e il vuoto di immagini nella tragedia del villaggio algerino di Er Rais. La scena è notturna; nell'una e nell'altra storia. Nel tunnel parigino c'è una luminaria abbagliante di fari d'auto e di flash. Grazie al cielo pare di no, ma se la donna morente avesse avuto coscienza, l'ultima cosa che avrebbe visto sarebbero stati i lampi dei fotografi. Nel villaggio gli assassini arrivano al buio, come i lupi se i lupi fossero capaci di tanto, e compiono nel buio la loro infame macelleria sacra. A cose fatte, arrivano gendarmi e militari, e il loro impegno primo è di occultare la scena. L'unica vera congiura comune agli islamisti sgozzatori e ai militari imbelli sta in questo: che sia sbarrato il passo ai testimoni. È questo che rende speculari Parigi ed Er Rais o Baraki; e la diretta planetaria del funerale londinese e le sepolture nascoste e minacciate in Algeria. Da una parte le immagini si mangiano la morte, dall'altra la morte vuole bastare a se stessa, alla sua sostanza di tagli e sussulti e fiotti di sangue e gorgoglii, mettendo al bando le immagini. Lo stesso terrorismo, dalle nostre parti, cerca il massimo dell'udienza. Uccisioni e stragi servono a volte come meri pretesti per l'immagine e il messaggio. Gli uomini che squartano in Algeria non hanno messaggi da dare. Il mattatoio è il loro fine. Strage degli innocenti: vittime buttate in un forno, o in un pozzo. Non vogliono esser visti, gli assassini, nella loro pia devozione. Non vogliono che il mondo veda, i governanti, gelosi che anche solo lo sguardo del mondo incrini la loro sovranità. In Afghanistan, dove i talebani si rassegnano a malapena a non frustare o ammazzare sul posto la delegazione europea, e la Cnn di Christiane Amanpour, che fotografa e riprende le donne in un ospedale ­ donne fotografate da donne, triplice insopportabile sacrilegio ­ è stato imposto il divieto &laqno;islamico» a ogni immagine umana o animale. Occorrerebbe capirlo, nel nostro mondo così infatuato della parola &laqno;virtuale», quest'altro mondo ribollente che vuole sangue vero e non dice ciao alle tv e copre con un sudario le sue donne vive. Ebbene, nei giorni in cui la Terra era coperta dalle immagini di Lady D, dall'Algeria delle stragi oscurate è arrivata la foto più forte del nostro tempo: quella in cui una giovane Addolorata sta affranta contro un muro, mentre una donna più anziana cerca di darle conforto. Sono stato anch'io turbato profondamente da quella foto, dapprima in modo strano. Perché la sua riproduzione in bianco e nero dà ai lineamenti un risalto che li fa sembrare intagliati, sicché ho avuto l'impressione non che somigliasse a una Pietà medioevale, ma che lo fosse: non una donna in carne e ossa, ma una Madre Dolorosa scolpita. Ho cercato invano il nome del fotografo. Finché ho trovato la storia straordinaria di quella foto in un bell'articolo di Michel Guerrin su Le Monde. La foto è stata diffusa dalla France Press, anonima, perché in Algeria un fotografo non può dire il suo nome senza condannarsi a morte. Nel giro di ore, la foto si è guadagnata le prime pagine di tutti i più importanti quotidiani del mondo, ribattezzata ovunque con lo stesso nome, di Madonna. Interpellato, l'autore, che è un professionista non giovane, ha accettato di dire il suo nome proprio: Hocine. Ha raccontato che la foto non è stata scattata nel luogo della strage, Bentalha, dove i fotografi furono tenuti a bada. Hocine è andato poi all'ospedale di El Harrach, dove i superstiti si affollavano per avere notizie dei feriti. È lì che ha fotografato la donna nel momento in cui si accasciava, dopo aver saputo che nessuno dei suoi otto figli era scampato. Hocine ha scattato, poi ha cambiato in fretta il rullino, perché qualche poliziotto non lo sequestrasse. Alle 15 e 22 del 23 settembre la foto veniva spedita dalla France Press di Algeri a tutto il mondo. Hocine lavora da solo, perché non vuole mettere a repentaglio altre vite. Ad Algeri lavorano fotografi dei giornali locali, fra i due fuochi degli assassini islamisti e della polizia; per l'estero lavorano l'Afp e l'Ap, e un'agenzia algerina legata alla Sipa a Parigi, la News Press, diretta da un coraggioso, o un disperato, che dichiara il suo nome, Ouaheb. Ho pensato di contribuire a far conoscere questa storia. Ci sono foto agghiaccianti, dall'Algeria: bambini sgozzati, infornati; teste spiccate e infilzate. Ce ne sono dal Libano, dalla Bosnia, dal Ruanda, dallo Sri Lanka. Credo che sia giusto, con discrezione, a malincuore, mostrarle e guardarle. Testimoniano della verità: c'è chi nega i massacri. Ma non sono quelle foto a cambiare le cose. Della Bosnia, ho negli occhi e nel cuore la foto di una ragazza ignota, scampata a Srebrenica, che quando era ormai in salvo si tolse le scarpe e si impiccò a un albero. Noi riconosciamo le immagini. Riconoscemmo una Deposizione nel Guevara sul tavolaccio di La Higuera. Riconosciamo una Madonna sorretta da Sant'Anna nella donna di Hocine, musulmana e madre di otto figli. Forse, dopo quella foto, qualcosa cambierà.

10.10.1997

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© Arnoldo Mondadori Editore-1997

 

 

 

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