Adriano Sofri
A proposito di rigori, calcistici e non

C'è un filo invisibile che lega la sconfitta della nazionale e il sequestro di Aldo Moro. Passando attraverso il sistema maggioritario

Uno spettro si aggira sull'Italia: rigori sbagliati. Quando si incontra con qualcuno degli altri spettri, gli arbitri venduti, e i procuratori sostituiti, insieme fanno ballare i tavolini e ci infarinano la faccia. La risorta attenzione all'identità italiana ­ archeologia di un tesoro perduto, e forse leggendario ­ non può rinunciare a un così ghiotto indizio. Alla terza prova mondiale, è un fatto: gli italiani sono sbagliatori di rigori. Non che non se ne sia parlato. Ma non abbastanza. Si è preferito trarre dalla debolezza del centrocampo lezioni sul ruolo del centrismo politico nell'epoca della sua ricostruzione senile. Oppure riparare nel sotterfugio un po' furbo, un po' fatalista, che dichiara: &laqno;I rigori sono una lotteria». Eh no! I rigori si tirano e si parano. Se no, alla terza volta, se ne caverà la solita lagna che l'Italia è un paese sfortunato. La chiamano addirittura &laqno;maledizione dei rigori», e giù vittimismo. Francesco De Gregori, che ha capito il problema, ci ha avvertiti fin da piccoli: &laqno;Nino non avere paura di tirare il calcio di rigore». I rigori mettono alla prova la tempra di un popolo. Come, direte, anche l'Inghilterra, il paese di Coventry, della Thatcher e, appunto, delle Falkland? Be', intanto per l'Inghilterra non è la terza volta. E poi l'Inghilterra, sfinita dalla leggenda di Diana, non è più lei. L'Italia dunque non si addice ai rigori? E questo è un pregio o un difetto? Certo è uno svantaggio, in un mondo (calcistico, ma non solo) in cui è stata via via liquidata l'idea del pareggio. Prima si sono dati tre punti alla vittoria, poi si sono moltiplicati i meccanismi di precipitazione finale, ultimo, il &laqno;golden gol», &laqno;sudden death», colpo secco e via.

Qualcosa del genere è avvenuto anche nella vita pubblica, dove formule maggioritarie, uninominali secche e via, tese a sventare i pareggi proporzionalisti e a evocare metodi liberal-barbarici come lo &laqno;spoils-system», &laqno;winner take all» e via, sono diventate, piuttosto che opzioni tecniche relative a un contesto, scelte pressoché religiose, destinate a cambiare la tempra morale degli italiani. Tentativi, nel calcio e nel resto della vita pubblica, di superare il lancio della moneta: quello sì una lotteria. Si dirà che erano sparite troppe monete, e alcune mentre erano ancora a mezz'aria. Ma il rigore, inteso ora nella sua accezione ampia, deve stare attento a non escludere, per eccesso di zelo, gli altri sentimenti e disposizioni d'animo, e tanto meno la fortuna, che tanta parte continua a prendersi nelle cose umane. Tant'è vero che poi facciamo passare per sfortuna la cedevolezza, così italiana, che ci fa tirare in bocca al portiere (per bontà: povero portiere) o sulla traversa (quasi gol, dopotutto) o altissimo sopra (che, essendo uno sbaglio troppo madornale per essere vero, esalta la psicologia del profondo che ha guidato i piedi fatali: del Roberto Baggio 1994, per esempio, o di Franco Baresi, un italiano vero, se mai ce ne furono). Non voglio forzare troppo le conseguenze del discorso: anche perché il caso più spettacoloso di tracollo spirituale a un passo dal trionfo riguardò un uomo cinese, di cui mi scuso di aver dimenticato il nome. Ma non ho dimenticato la sua faccia. Era in testa alla gara olimpionica di tiro a segno e quando mancava un ultimo e pleonastico colpo tirò, e mancò del tutto il bersaglio, e perse l'oro. Ebbe poi un malore, poveretto: a me era parso che già un momento prima che premesse il grilletto il suo viso si fosse disperato, come se una forza maligna, una dea sleale e vanitosa, di quelle che torcevano la mano o dirottavano in aria l'asta scagliata da un eroe condannato alla sconfitta, l'avesse costretto a sgominare se stesso. Da quel giorno, sono meno pessimista sulla Cina.

La questione dei rigori ha a che fare con gli italiani brava gente, e sembra confermare quel consolante (e abbastanza falso, cioè abbastanza vero) stereotipo. Dopotutto, se siete un commissario tecnico, userete gli uomini che avete: farete tirare il primo rigore all'Innominato, ma per il secondo bisognerà chiamare don Abbondio. A qualcuno sembrerà che rigori sbagliati e buonismo ulivista vadano assieme: ma allora Ciampi, e il Partito d'azione, e la terzietà dei procuratori milanesi, e le tasse, e l'ingresso in Europa? Cesare Pavese, a proposito dei nazisti e delle loro ferocie &laqno;giacobine», diceva: &laqno;Forse il vero difetto di noi italiani è che non sappiamo essere atroci» (cito a memoria). Quando Aldo Moro fu assassinato, Elsa Morante disse di aver abbandonato la convinzione che gli italiani non potessero arrivare alla ferocia cui erano arrivati i tedeschi. Fu quella, fra partito della fermezza e della trattativa, la vera cruciale discussione sugli italiani: e non a caso è quella discussione che si riproduce ogni volta. Sembrò, ai sostenitori del rigore, che dall'altra parte stesse l'Italietta di sempre, del moroteo &laqno;tengo famiglia» e dell'andreottiano &laqno;quieto vivere», di una duttilità che era in realtà mollezza e anzi, senz'altro, vigliaccheria. Il Moro del &laqno;carcere» riscriveva (e lo dichiaravano apocrifo) il suo lessico di sempre ­ delicato, delicatezza, fluido, fluidità, flessibilità, complesso, contorto ­ e ai comunisti attribuiva, piuttosto che rigore, rigidità. &laqno;La nostra flessibilità» aveva detto nel febbraio 1978, per superare le ultime resistenze all'accordo di governo col Pci, &laqno;ha salvato fin qui, più che il nostro potere, la democrazia italiana». I democristiani, disconoscendolo, furono tentati di rivalersi in un improvviso scatto di rigore del quieto vivere di tutta una storia. I comunisti inalberarono la ragion di stato, e una frettolosa assimilazione fra coraggio e fermezza. I brigatisti, loro, dovevano mostrare a se stessi e al pubblico di non aver paura di tirare il calcio di rigore.

Tanti insistettero a vedere mani straniere dietro le Brigate rosse, per esorcizzare la provenienza così italiana di quella ferocia, e non si rassegnano ancora, perfino a parti invertite (non fu Cossiga, nella primavera del 1980, l'inventore della formula stessa del &laqno;Grande vecchio», ora riesumata contro di lui?). Altrettanti non vollero vedere, superstiziosi del senso dello stato, che stato fosse, e in che mani. Fin nei dettagli: la relazione conclusiva della commissione Moro annota che &laqno;non funzionavano i freni dell'auto di scorta che, per questo motivo, si sarebbe trovata più volte a tamponare l'auto del presidente». Fermezza senza freni, sfrenata fermezza. Umberto Saba, nel 1945, si era chiesto perché l'Italia non avesse avuto, in tutta la sua storia, una sola vera rivoluzione. &laqno;La risposta è la storia d'Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi: sono fratricidi... Ed è solo col parricidio che si inizia una rivoluzione». L'uccisione di Moro fu anche un parricidio, e il suggello alla brutta fine dell'ultimo sogno di rivoluzione. L'Italia, da lì in poi, non fa che pagare il conto. E mi scuso di esser passato da una volubile sconfitta ai rigori a un discorso così serio. Volevo dire che non è così grave aver perso ai rigori, né diventare d'ora in poi, nelle barzellette (&laqno;in un'isola deserta fanno naufragio un italiano, un francese, un tedesco...»), Quelli Che Sbagliano i Rigori. Però, felice quella squadra che non ha bisogno di arrivare ai rigori.

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