Adriano Sofri
Di Marte, e della poesia delle cernie

DOPO L'IMPRESA PATHFINDER. RIFLESSIONI DAL CORTILE DI UN CARCERE SUL PICCOLO PIANETA TERRA
La scienza trionfa. Ma a ogni scoperta chiediamoci se abbiamo ancora un'anima. Un mio amico pescatore ce l'ha, e qui la racconta.



Quando guardo il giocattolo meraviglioso che percorre all'ora 24 metri di pianeta Marte, ho sentimenti combattuti. Sono ammirato e orgoglioso di appartenere a una specie animale capace di arrivare fin lì. Ma doppiamente turbato, anche. Perché questo impulso a spingersi sempre più oltre rischia di lasciarsi dietro una terra bruciata: frase fatta che si riempie di nuovo ed esauriente senso. E anche per una mortificazione personale: benché appartenga alla stessa specie degli astrofisici della Nasa, se una macchina del tempo mi rispedisse indietro nella preistoria, le mie conoscenze non mi farebbero andare molto più in là dell'invenzione della ruota. Potrei bensì, come coloro che non sanno niente di esatto, partecipare del dibattito morale sulla spedizione marziana. Alla morale infatti, chissà perché, non si chiede nessuna competenza. Come al tempo del Nuovo mondo americano, quando i navigatori navigavano e i conquistatori sterminavano, e i teologi si chiedevano se gli indi avessero l'anima. È successo ora per Marte: alcuni teologi hanno ammesso che gli eventuali indigeni marziani possano avere l'anima. Ma ogni volta che cerchiamo nuove colonne d'Ercole, dovremmo tastarci e frugarci per controllare se abbiamo ancora l'anima, e come sta. È per via di queste divagazioni morali che ho considerato con una nuova curiosità un mio vicino che già all'aspetto, per una sua pelle cucinata dal sole salso e ricoperta di ghirigori tatuati, ha qualcosa di esotico. È un detenuto brindisino di 47 anni, che si chiama Mario di nome, e di cognome Muoio (così: voce del verbo morire). In realtà è di genitori calabresi di un paese albanese. È nato vicino a Tripoli, dove suo padre aveva una masseria fino al 1956, quando furono rimpatriati, sbarcarono a Brindisi, e ci restarono. Muoio è venuto da un carcere pugliese per essere operato al Centro clinico di Pisa, che ha vastamente ripagato affrescandone le pareti, e dedicando ai medici ritratti nei quali eccelle la sua vena di pittore autodidatta. Altri quadri li ha fatti per me: fiori, pesci e fichi d'india, frutti di mare. Bei quadri, animati da una vitalità esplosiva. Uso questa parola, perché il principale mestiere di Muoio è stato di pescatore di frodo con la dinamite: anche qui da autodidatta. Muoio, che si fermò alla quinta, sa fare parecchie altre cose: l'imbianchino, stuccatore e decoratore di pareti; il tastierista in una band per sposalizi e battesimi; il &laqno;tatuaggista», eccetera. Uno che, anche su Marte, avrebbe saputo darsi da fare. Gli cedo la parola: &laqno;Disegnavo bene, da piccolo. Feci un Garibaldi a cavallo, il maestro ce l'ha ancora, incorniciato. Da imbianchino ho preso confidenza coi colori. Il mare è stato la rovina mia. Da lì è venuta la galera. Mi levarono il permesso di caccia. Non mi rassegnavo. Anitre, capoverdi: li regalavo, non ne mangio, ma la caccia mi faceva esprimere, certi ruderi mezzo abbattuti belli da dipingere, una ruota da carretto. Ho anche una Canon professionale, fotografo fiori distanti, farfalle ingrandite fino alla peluria, poi faccio piccoli quadri. Per la pittura avevo invogliamenti di parenti, amici. Ma vinceva il mare: nuotavo bene, andavo in apnea sui 30 metri; e arrotondavo coi frutti di mare, l'ostrica imperiale, tartufi, noci, vongole, ricci. Nell'85 ho avuto l'embolia che mi ha fregato le gambe. E con le bombole, a 36 metri, per una cernia; sono tornato giù dopo neanche un quarto d'ora, a spararne un'altra, erano di 13 e 11 chili. La cernia se non è smaliziata ti guarda, ferma, quasi ti fa pena: poi la spari in mezzo agli occhi, cambia subito colore, muore. Se arrivi in tana a metterle le dita negli occhi non devi neanche spararla. Non ne ho mai risparmiati, pesci, hai pena, ma poi vince il protagonismo di quello che fai. Le aragoste sì, quando erano sotto peso, perché richiamavano le altre e ci tornavo dopo una settimana. Il mare è pittoresco, grande, colore verde acqua azzurro. Lo sapevano tutti il mio mestiere (pesca con l'esplosivo, ndr), poi cominciarono gli attentati, estorsioni, con l'esplosivo non si poteva lavorare più tranquilli. A settembre, appena l'uva comincia a dare il colore del rosso, la cernia scende più a terra, a lasciare le uova. Le spigole si prendono a quintali sottocosta, a ottobre, fino a dicembre. Quelle di porto hanno la pancia gonfia; quelle che immigrano sono sottili. Il dentice è solitario, di fondo, a coppie. Ne trovi di più in qualche relitto di nave. Io ne ho uno mio, un vascello turco, ci ho trovato un piattino di argento con uno stemma uguale a quello del liquore Sammarzano. Trovai anche uno scheletro di balena, vertebre di due metri e mezzo-tre. I pezzi migliori li regalai a un dottore della Forestale. Le triglie con le bombe non le ammazzi, la carne è troppo spessa, le scosse elettriche non riescono a staccare il midollo dalla spina dorsale. Le ricciole le attiravo col baluginio della sabbia asciutta. Una volta che ho bombardato quasi sette quintali di occhiate, sotto c'era un tonno di 2 quintali e 70, a mangiarle, e così l'ho preso. Una bomba da mezzo chilo, per stanare le occhiate, poi 3 o 4 più grosse. &laqno;Il mare mi ha rovinato. Dovevo fare i ritratti. Mi piace l'espressione dei visi, specie delle figure sacre. Anche i tatuaggi li ho imparati da piccolo. Che cosa darei per non averli. Quando vado a suonare nei locali, qualcuno guarda male queste mani tatuate, un diavoletto, una rosa, un serpente. Ho 4 figli, e mia moglie: senza di lei mi mancherebbe tutto. Per i reati miei ho pagato sempre. Ora per malvagità mi hanno voluto fare da pescatore di frodo a fiancheggiatore di dinamitardi. Ma non è vero». Muoio è stato ritrasferito in un carcere pugliese. Peccato, perché avrebbe fatto una mostra dei suoi quadri: e chissà quante altre cose mi avrebbe insegnato. Io gli avrei fatto una predica ecologista su mare e caccia: in quello riesco bene.

 

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