Adriano Sofri
La leggenda del santo truffatore

La storia di un carcerato polacco vecchio e malato, discendente di una nobile famiglia di Varsavia, riporta alla memoria tante storie comuni tra i nostri due paesi. A cominciare dagli inni delle due nazioni.

Molte cose legano l'Italia alla Polonia, solenni e minute. In Polonia, per dire insalata russa, dicono &laqno;salatka wloska», cioè insalata italiana: chissà perché, forse perché fu Bona Sforza a portare le verdure, quando andò a sposare il re Sigismondo nel 1517. I gelati per antonomasia si chiamano &laqno;lody wloskie», gelati italiani, come i nostri carrettini dicevano &laqno;Norge». Gli italiani si chiamano &laqno;wlochy», che viene dai valacchi, i quali erano latini. Il legame più prezioso fra i due paesi è la Dama con l'ermellino di Leonardo, custodita al Museo Czartoryski di Cracovia, e dal prossimo 15 ottobre prestata al Quirinale, e poi a Milano e Firenze. Il quadro più bello di Leonardo, aveva detto Federico Zeri. Leonardo aveva dipinto prima un cagnolino, mi pare, poi lo corresse con l'ermellino. La giovinetta ritratta è, sembra, Cecilia Gallerani, che aveva forse 16 anni: tuttavia, il dettaglio che colpisce di più è la mano meravigliosa, tesa fino all'artrite. Italiani combatterono e morirono per la libertà polacca, come il garibaldino bergamasco Francesco Nullo; e polacchi da noi, ancora nell'ultima guerra. C'è una parentela peculiare, e me l'ha fatta tornare in mente un episodio di cronaca grigia. Lasciate che vi ricordi l'Inno di Mameli, in una delle sue strofe più ignorate, l'ultima: Son giunchi che piegano le spade vendute; già l'aquila d'Austria le penne ha perdute. Il sangue d'Italia e il sangue polacco bevé col Cosacco ma il cor le bruciò. Non ridirò che sono parole che oggi suonano brutte, e quasi comiche: l'aquila spennata eccetera. Suonarono solenni, e belle. E non è per elevatezza di stile che si scelgono gli inni. Neanche per l'attualità dei loro impegni: se no, ancora più che l'avversione all'Austria e l'elmo di Scipio, sarebbe imbarazzante quel ritornello che annuncia: &laqno;Siam pronti alla morte; Italia chiamò». La morte: Dio ne guardi. Il resto, è uno spot da telefonini. Gli inni nazionali si tengono o si buttano via per un altro affetto, distante e rispettoso. Teniamocelo dunque, ma che i calciatori lo cantino anche è forse pretendere troppo.

L'episodio di cronaca lo ricavo dal settimanale Diario, che se ne è occupato con gran merito. Ecco: a Torino finisce in galera lo scorso 20 giugno, con una condanna per bancarotta fraudolenta, il signor Victor Dombrowsky, anni 78, e vi viene sottoposto a un intervento cardiaco di angioplastica e uno ai reni per un tumore. Nonostante l'età, e la salute compromessa, Dombrowsky è stato dichiarato &laqno;socialmente pericoloso», e resta in carcere fino al 23 settembre, quando il presidente del tribunale di sorveglianza, Mario Vaudano, interviene ad assegnargli la detenzione domiciliare per l'&laqno;imminente pericolo di vita». Scrive Ettore Colombo sul Diario: &laqno;Resta da capire dove andrà: ha 3 figli, ma abitava solo, dopo una vita complicata: di famiglia nobile e ricca (suo nonno, il generale Jaroslaw Dombrowsky, aveva partecipato alla rivolta polacca del 1863, poi era stato tra i capi della Comune di Parigi). Victor era fuggito dalla Romania dopo la seconda guerra, a causa dell'arrivo dei comunisti, ed era finito in Italia, dove viveva di espedienti. Presentandosi come un avvocato, aveva truffato e fatto fallire società, ma ora era solo un elegante signore, anziano e malato, che faceva il baciamano alle donne, non aveva un soldo e non si aspettava di finire in galera per fatti di dieci anni fa».

La Polonia, se non avesse addosso il macigno dell'antisemitismo, sarebbe ben riassunta da questa storia di nobiltà decaduta: di discendenti in esilio che si arrangiano per campare e fanno il baciamano ­ tutti i polacchi fanno il baciamano. Il solito Chopin, come diceva T.S. Eliot, eccetera. Se ne sarebbe potuto cavare un film con Vittorio De Sica. Solo che la fine italiana della storia è davvero troppo italiana: in galera ottuagenari, e moribondi. Dimenticata la parentela fra il sangue italiano e il sangue polacco dell'Inno di Mameli. Parentela doppia: perché l'Inno nazionale polacco comincia a sua volta dall'accostamento fra Italia e Polonia, ed evocando un altro grande omonimo del signore messo in galera a Torino: Marcia, marcia, Dabrowski dalla terra italiana alla Polonia sotto la tua guida ci uniremo alla Nazione... L'inno fu composto da un certo Dybicki. Ora non riesco a ricostruire se ciò avvenisse al tempo di Jan Henryk Dabrowski (o Dombrowski, a seconda della trascrizione), che fu difensore di Varsavia e fondatore delle &laqno;legioni polacche», con cui dal 1797 partecipò alle campagne napoleoniche, e che morì già nel 1818. O del Dabrowski che nel 1848 comandava la Legione polacca formata in Italia dal grande poeta nazionale Adam Mickiewicz: legione che, ricorda Czeslaw Milosz, si illustrò contro gli austriaci e sfilò fra gli applausi nelle strade di Roma e di Firenze. C'è dunque una reciprocità letterale degli inni nazionali italiano e polacco: anacronistici ambedue, ma non al punto da cancellare il riguardo dovuto a un vecchio signore polacco in esilio. Questo volevo riferire: la leggenda del santo truffatore.

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